Era il 1979 quando gli psicologi israeliani Daniel Kahneman e Amos Tversky, il duo più brillante del secolo (dopo Paola e Chiara, ovviamente) stravolsero lo studio delle scienze comportamentali formulando la ormai celebre prospect theory: archiviata definitivamente la figura dell’uomo razionale, le teoria affermava una caratteristica fondativa del nostro sistema percettivo:

“Un tratto essenziale della presente teoria è che il valore è associato alle variazioni di ricchezza o benessere, piuttosto che agli stati finali. […] Il nostro apparato percettivo è sintonizzato sulla valutazione delle variazioni piuttosto che sulla valutazione di grandezze assolute. […] Il contesto passato e presente dell’esperienza definisce un livello di adattamento, o punto di riferimento, e gli stimoli sono percepiti in relazione a questo punto di riferimento”

In sintesi,  <<se immergiamo una mano nell’acqua, la stessa temperatura dell’acqua ci sembrerà calda se la nostra mano si era adattata a un ambiente più freddo, e fredda in caso contrario.>>. Nulla è assoluto, tutto dipende dal contesto da cui si proviene. Bingo (e Nobel).

Kahneman e Tversky 1979

La domanda rimbomberà spontanea nel vostro cranio, mai così solitario come in questi giorni: perché mai scomodare il duo israeliano durante una pandemia ? (Guardateli poi, come sono carini) La risposta, per una volta, ve la do io: la loro teoria ci aiuta infatti a spiegare gran parte di quel disagio che noi tutti stiamo provando in questa Fase 2, tanto provvisoria (?) quanto indefinibile.

Mi chiedevo, infatti, in questi giorni: com’è possibile che stiamo tutti vivendo peggio questa situazione, dove abbiamo ritrovato qualche sprazzo di libertà, che non quella precedente, sulla carta, più ansiogena?

La Prospect theory ci risponderebbe: non puoi valutare il tuo umore nella Fase 2 prescindendo dal tuo umore nella Fase 1. Prendiamo l’esempio di chi, come me, ha vissuto con relativa positività quel binomio marzo-aprile che verrà consegnato alla storia del millennio: il lockdown (totalmente imprevedibile fino 2 mesi pima), da temutissima privazione della libertà quale si preannunciava, si è invece paradossalmente rivelato un obbligo a qualcosa di cui gran parte di noi (e il capitalismo tutto) aveva un gran bisogno. Un ritorno alla tanto bistrattata comfort zone, quella dimensione “di casa” caratterizzata dal silenzio, la calma, l’uscita dalla  f.o.m.o. (fear of missing out) e dal caos quotidiano della città; la serrata è stata per molti di noi la scusa per una pausa che avevamo paura ad ammettere, ma che sì, ci serviva. E per di più, grande peculiarità della Fase 1, in quella comfort zone ci siamo finiti tutti insieme, in una sorta di ritorno collettivo alla dimensione originaria, quella del non-esistere e del non-essere nella società.

Abbiamo perso la nostra identità sociale di colpo, ricostruendo però con un veloce adattamento una nuova quotidianità, per certi versi più semplice e a misura d’uomo.

Oscar Isaac in una scena di “A proposito di Davis”

Poi, come i dolci (ma non troppo) strattoni di nostra madre che ci svegliava perché, sì, era ora di alzarsi e di andare a scuola, è arrivata la Fase 2. Solo che al posto di nostra madre c’era il faccione di Giuseppe Conte, che scandendo con precisione giuridica quello che potevamo e non potevamo fare fuori da casa nostra, ci ha restituito qualche frammento di libertà; ed ecco che insieme a lui è uscito allo scoperto il duo israeliano con la sua grande verità: la Fase 2 può essere faticosa in sé, ma lo è soprattutto perché arriva dopo la prima, come un timido risveglio dopo un lungo sonno.

Siamo  “costretti” ora a uscire dal nostro bozzolo, a ritrovare un nostro essere nella società, un nostro posizionamento in quella rete del “noi” che innerva le nostre città. Con l’aggiunta di un colpo a sorpresa, di quelli che quando giri la carta imprevisti del Monopoli tiri giù tutte le Madonne del tuo paese: non vale ripescare la nostra identità precedente, esattamente come non vale vestirsi per un matrimonio con gli stessi abiti del matrimonio precedente (è così comodo, dai).

Siamo in gran parte chiamati a reinventarci di nuovo, chi per necessità, perché la Fase 1 ha spazzato via quello che c’era prima, chi per volontà, perché dopo aver passato due mesi da solo ha realizzato molte cose su sé stesso e sul suo futuro. Nessuno di noi è uguale a prima.

Siamo come le nostre macchine, rimaste ferme per due mesi e con una batteria affaticata.

Isabelle Huppert in una scena de “Le cose che verranno”

Se devo pensare a me stesso, in due mesi ho fatto il pieno di Hitckchok e Billy Wilder e di tutti i classici in bianco e nero, riascoltato la mia collezione di 214 album,  ristudiato i libri più importanti della mia vita, imparato a cucinare qualcosina, pulito ogni angolo della casa, ripreso l’attività fisica (non più di 15 minuti al giorno, non scherziamo), studiato la teoria dell’improvvisazione, mi sono perso tra i miei ricordi. E come me, ognuno di noi avrà costruito un suo percorso, una sua quotidianità.

Ora Giuseppe Conte ci ha chiesto di ripensarci come parte di una società, di ritrovare noi stessi in un noi collettivo. Il tutto non tornando come prima, ma con distanze di un metro e con altre 40 regole di cui tenere conto, da studiare e sui cui riflettere, compreso capire chi caz*o è un congiunto.

Come abbiamo, visto, non è certo facile. Lo faccio, lo facciamo, eh, ma permetteteci (e permettiamoci) un attimo di spiazzamento.

Buon risveglio a tutti.