Il 2020 è quell’anno che nessuno poteva prevedere.

Il bollettino delle 18.00 che ha sostituito le previsioni del tempo di Giuliacci, le conferenze stampa di Conte in prima serata su Rai1 che neanche un “Ballando con le stelle” qualunque, i decreti attesi come le partite della Nazionale (e per certi versi anche più divertenti), i moduli da compilare per andarsi a prendere da mangiare, la pulizia degli armadi e le torte fatte in casa al posto delle serate a ballare: cose così, e solo per elencare le meno drammatiche.

Alzi dunque la mano chi credeva che avremmo avuto un’estate. Eravamo così rassegnati che altro che Santorini, se va bene San Matteo, pensavamo. Tutti già pronti a sostituire l’aperitivo in spiaggia con un brodino allo Spallanzani in compagnia della coppia di turisti cinesi, proprio quelli che hanno aperto l’episodio zero di questa terribile serie tv, la prima globale, la prima a unire tutto il mondo.

Poi a un certo punto sui nostri volti si è fatto strada un insperato sorriso; un sentimento di rinascita che ha trovato nell’iconico urlo di Mondello la sua rappresentazione più folkoristica. Ed è lì che abbiamo iniziato a sperare, pensare e progettare delle vacanze. Sorpresa.

Un’estate tutta italiana

Riflettendo sul da farsi, non ho pensato neanche per un attimo di varcare il confine italiano. Dopo tutto quello che abbiamo passato, e come lo abbiamo passato, questa terra splendida si meritava tutte le risorse che avevo. Trovavo indiscreto e anche un po’ di cattivo gusto l’idea di applaudire i medici italiani a marzo, piangere per le botteghe chiuse ad aprile e partire per Ibiza ad agosto. Manco vivessimo in Polonia, con tutto il rispetto per Varsavia e per le miniere di sale di Cracovia.

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Dopo 19 giorni , 2350 km e 23 località italiane posso dire che la scelta è stata quella giusta. Ho visto cose bellissime, talmente belle che ho pensato di riversarne gli aspetti più rilevanti qui, in quel mondo digitale fatto di articoli e social che, per dirla alla Baricco, rappresenta il secondo cuore e ambiente nel quale quotidianamente viviamo; un ambiente che quando non lo demonizziamo, spesso ci aiuta a non perdere e a sigillare i ricordi più importanti, rielaborandoli e condividendoli (consiglio a tutti la lettura di The Game del suddetto autore, ma ora mi fermo perché sto bellamente divagando).

Inizio dunque a raccontare il mio viaggio e vorrei promettervi che sarò breve, ma non essendo un politico non mi va di fare promesse che so già di non mantenere.

San Marino

Let’s start, quindi: scendendo verso la dorsale adriatica, pronti via e mi sono trovato già in un’altra nazione. Sì, lo so, è contrario a quanto ho scritto prima. Ma suvvia, non è una nazione vera, serve solo a prendere qualche voto in più (e neanche sempre) all’Eurovision. È San Marino (che è comunque meglio del San Matteo) e la storia di questo paese-nazione sarebbe anche interessante, se non fosse celata sotto una coltre di asettiche botique di profumi, pistole (but why?) e spade. Che odore di tassazione agevolata.

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Gradara e Fano

Alla fine, la cosa più bella di San Marino, facendo slalom tra turisti di nazionalità improbabili, è la vista sull’Italia. Touché. Torniamo a noi: una 40ina di km più in giù, percorribili lungo una bella strada che si adagia morbida sulle colline romagnole/marchigiane, mi ritrovai in Gradara che la dritta via era smarrita.  E scomodo Dante mica a caso, dato che è la città di Paolo e Francesca. Mentre cercate di ripescare le reminiscenze dantesche da qualche cassetto della vostra affaticata mente ancora estiva, vi dico che il borgo è davvero gradevole, e, se fate in tempo, potete anche visitare il castello che si erge alla fine della salita, piazzato lì, come un’oasi irraggiungibile in fondo al deserto. Miraggio nel mio caso, dato che al mio arrivo le porte erano chiuse. 2020. Game over, la mia giornata può terminare in una amena località marina. Tranquilla come la Cabot Cove di Jessica Fletcher prima che puntualmente si scatenasse il finimondo di omicidi, Fano è un buon mix tra mare e arte, a riprova che in Italia anche una normalissima cittadina a cui non dai due lire può regalare scorci artistici notevoli.

Corinaldo, Sirolo e Numana

Il giorno successivo, dopo una tranquilla giornata di mare (fatemi riposare un attimo) ho scelto per l’accoppiata tramonto-cena, Corinaldo, bellissimo borgo un po’ nascosto nell’entroterra: la scalinata che lo caratterizza è da brividi, seconda per importanza solo a Piazza di Spagna e a quella del palco di Sanremo. Tant’è che l’ho scesa come le migliori Belen. La mattina successiva punto dritto verso Sirolo e Numana, due perle che si affacciano timide sull’Adriatico, con la stessa grazia con cui mamma veniva a svegliarmi nelle mattine d’estate. Il mare qui è bellissimo, con buona pace di chi si ostina a dire che l’Adriatico è brutto ovunque.

Recanati

È l’ora di scendere verso l’Abruzzo, ma prima, una doverosa pausa per cenare e dormire a Recanati. Ho avuto la fortuna di capitare in questa cittadina da solo (e con pochissimi turisti), vedere il tramonto dal  colle dell’Infinito (e ci credo che poi scrivi quelle poesie) e camminare con andamento romantico fino in centro (due passi, eh). Mi sono sentito un po’ Leopardi, d’altronde a volte l’entusiasmo nella vita è lo stesso.

Siamo dunque all’Abruzzo o a gli Abruzzi, non l’ho mai capito. È una di quelle regioni che nessuno si caga mai, diciamolo senza mezzi termini. Forse per il nome, forse per la posizione, così a metà, come quasi tutte le cose belle, forse perché di bello ha tanto intorno. Qualsiasi sia il motivo, se l’Abruzzo si trovasse in America sarebbe una delle migliori attrazioni da visitare. E invece l’Abruzzo è nato qui, in Italia, di cui con le proprio montagne ne è parte integrante e spina dorsale: e allora il suo destino è quello di essere ricordato solo per i terremoti. Quale gigantesco errore.

Penne e Campo Imperatore

Torniamo al mio viaggio: dopo un veloce bagno (è pur sempre agosto), arrivo a ridosso del Gran Sasso, da dove comincerà l’itinerario che seguirò nei giorni successivi. Mi fermo a Penne, come Cristo a Eboli, e trovo una città che è a metà tra mare e montagna, arroccata ma non troppo. Come se non sapesse scegliere da che parte stare. E d’altronde ha il fascino di quelle cose lì, che sono a metà, che non si preoccupano di avere un’identità ma piuttosto di collegarne altre. Un giorno scriverò un pezzo di elogio per queste realtà, che hanno il potere di connettere cose, persone, idee. Sottovalutatissime anche loro.

Da lì, il giorno successivo, in mezz’ora arrivo a Campo Imperatore. Quando ci andrete (perché ci andrete) dopo un’ora di curve lasciate il vostro stomaco anche le vostre certezze sull’Italia: all’improvviso, come un farfalla che entra in camera e a cui noi milanesi non siamo abituati, vi si aprirà uno scenario di quelli che le nostre fragili menti vittime della cultura televisiva occidentale collocavano ingenuamente solo in America. È invece, eccolo qui, in Abruzzo: una marziana distesa sconfinata, con le strade che fendono l’orizzonte annullandone i tratti finali. L’ho percorsa con quello stato d’animo che caratterizza la vita, a metà tra la voglia di arrivare alla fine e la paura di non godersi il presente. Un punto d’arrivo qui c’è, ed è il rifugio di Campo Imperatore. Da qui, con un’ora di non facile salita (anche se te la spacciano per “molto semplice”, sti fetenti) si arriva al rifugio Duca degli Abruzzi. Lassù sembra di stare in aereo, ma non dico altro, per non tradire il sacrosanto principio dell’ineffabilità dantesca.

Quella notte ho scelto di soggiornare a L’Aquila: mi sembrava un epilogo di impatto emozionale in linea con la giornata, oltre a un doveroso tributo per una città che sta provando a riemergere dalle difficoltose rovine del sisma. Ero anche affascinato dal capire e dal vedere come un posto che ha perso tutto in una notte possa rinascere e ripartire. Sono andato via senza risposte, e con un discreto groppo in gola. Perché il centro storico a fatica e parzialmente è ricostruito, sì, ma la sensazione è quella un po’ asettica, come di un set hollywoodiano, di una realtà plastificata, non vissuta, senza una storia. L’opposto di quello che è. Se fossi credente pregherei per loro.

Santo Stefano di Sessanio, Rocca Calascio e Rocca Scalegna

Ma l’Abruzzo non è finito qui. La mattinata successiva la dedico a una doppia tappa. Prima Santo Stefano di Sessanio, borgo anch’esso provato dal sisma, che ne ha abbattuto senza pietà il punto nevralgico, il campanile, ma che nonostante tutto rimane uno degli incroci di vie più bello d’Italia. Successivamente, dopo mezz’ora di strada wow (che ve lo dico a fà) arrivo a Rocca Calascio.

Abbarbicato in cima ai monti, qui si trova uno dei castelli più belli d’Europa. Fortezza e campanile sono lì, sul monte, appoggiati con delicatezza come delle fragole sulla panna, in una commistione che ruba l’occhio e rende giustizia alla vita. Probabilmente uno dei panorami più belli che potrete vedere nella vostra vita.

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Per non lasciarmi sfuggire nulla, dopo un pernottamento in un B&B nell’entroterra abruzzese, ho visitato anche Rocca Scalegna. Un’altra fortezza da non perdere, arroccata su un monte, che sembra stare in piedi per miracolo. A conferma che l’Abruzzo è un posto splendido. Ma d’altronde cosa ti aspetti da una terra che ha dato i natali a Madonna (a proposito, non ho visto Pacentro).

Prendete fiato, che si scende ancora lungo lo stivale.

Termoli e Vieste

Faccio tappa a Termoli, città dell’unica regione più snobbata dell’Abruzzo, e cioè il Molise: mi asterrò da facili battuti sull’inesistenza, ma anche qui registro con piacere l’effetto contrario: è davvero una bella sorpresa, con un bel centro e una signora spiaggia. E poi i molisani hanno un modo assurdo e affascinante di parlare, li ascolterei per ore. Continuo il percorso verso il Gargano, e devo dire che pur riconoscendo la natura artificiosa e convenzionale dei confini, c’è n’è uno davvero evidente in Italia, ed è quello che separa la Puglia dal resto della penisola. Appena lasciato alle spalle il cartello di ingresso, vi aspettano pale eoliche e distese di campi, con un riverbero di luce che dalle 18.00 in poi è unico e che è in una parola, Puglia. Tra l’altro il Gargano è lunghissimo, quasi come gli anni senza vittorie della mia squadra del cuore, ma è altrettanto bello da percorrere. Tra pinete e scorci sul mare, arrivo fino all’estrema punta, Vieste, e trovo una città tanto bella quanto caotica, e nell’anno della pandemia non è poi così tanto una buona notizia.

Le isole Tremiti

Il mare a Vieste è bellino (non bellissimo), ma il colpaccio lo si fa pendendo il traghetto per le Tremiti: le due ore per arrivarci, passate a cercare di schivare il Covid come Lara Croft schivava il maggiordomo in Tomb Raider, non sono uno scherzo, ma lo spettacolo che ammirerete una volta arrivati è quello di uno dei mari più belli in Italia. Tra pineta e scogli, l’acqua è talmente trasparente che a momenti si vede la Cina. Promemoria: portatevi contanti. Il pos è come il Molise, non esiste (la battuta l’ho fatta, alla fine).

Ascoli, Norcia e Perugia

È tempo di risalire, sono un po’ stanchino e i soldi cominciano a finire. Piccolo stop nuovamente in Abruzzo e risalgo l’Italia tagliandola a metà. Passo con sfrontata disinvoltura per Ascoli (una elegante signora con una piazza bellissima), e percorro la strada fra i monti umbri arrivando fino a Norcia, dove purtroppo lo scenario è quello di una città appena bombardata. Che botta al cuore quel muro della chiesa ancora in piedi, con un Cristo che ti guarda tra le macerie quasi a chiederti di aiutarlo.

La notte mi fermo a Perugia. Che conosco bene ma che è sempre bella, con la sua vista da Piazza Italia che abbraccia tutta la città fino a estendersi alle colline umbre.

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Anghiari e Urbino

Finisco qui il mio tour. O meglio, mi appropinquo in un casale vicino ad Anghiari, in toscana, dove passerò una settimana di relax, in compagnia di amici. Isolati dal mondo, optiamo per una sola gita fondamentale, la bella Urbino, con quel sali-scendi che mi viene male a pensare ai poveri abitanti e studenti che la abitano. Però avete presente quel detto se si vuole essere belli bisogna soffrire? Vale anche per le città, pensiamola così.

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Imola

La fregatura di ogni estate è che poi finisce sempre. Ma d’altronde all good things come to an end, cantava Nelly Furtado (pensavate che vi citassi Leopardi, eh?). L’autostrada mi aspetta, ma anche tornando riesco a piazzare l’ultima tappa, quella Imola così riservata e schiva, così emiliana e silenziosa, giusta fine per un’estate itinerante.

Viva l’Italia.