Scorrendo le uscite cinematografiche degli ultimi anni, è difficile non notare la tendenza mainstream a sviluppare e cavalcare temi quali la promozione della diversità e la critica verso l’odierna istituzionalizzazione di atteggiamenti discriminatori e di chiusura verso l’altro, sempre più presenti ai posti di comando del mondo di oggi.  E se più volte la tematica del “diverso” è stata messa al centro della narrazione,  con esiti poetici in certi casi (The shape of water, Moonlight ..), con fastidioso pressapochismo in altri (Green book su tutti), raramente  si è visto un tentativo di riflessione più ampio e approfondito sulle cause che stanno alla base di questa rabbia e chiusura verso ciò che è “altro”.

Arrivati sugli schermi in un freddo e piovoso inizio di aprile (e dunque in condizioni cinematografiche ideali), US e Border sono due film che, pur camminando su due strade parallele, giocano sul comune terreno della diversità. Lontanissima dai facili stereotipi, la diversità viene qui intesa non tanto come mera e autoreferenziale esaltazione di ciò che è “altro”, quanto piuttosto come vera e propria rappresentazione di una minoranza-altra, specchio di una diversità creata ad hoc e resa  minoranza a forza, per opera di una coercizione esercitata da un gruppo dominante.

Una diversità che non è dunque congenita e stigmatizzata a posteriori, come avviene nel caso di discriminazioni razziali e di orientamento sessuale, ma è nel vero senso della parola “creata” per fini manipolatori, scartata, e infine nascosta, né più né meno di quanto simbolicamente avviene con l’uomo-consumatore , reso dal sistema capitalistico un burattino vuoto di interessi ma pieno di bisogni (acquistabili).

In “US”, secondo lavoro del’astro nascente Jordan Peele, dopo la sorpresa di “Get out”, una Lupita Nyong’ in ottima forma è a capo del gruppo degli “incatenati”, corpi senz’anima nati con l’obiettivo di essere controllati e diventanti solo successivamente veri e propri simulacri sotterranei di ciò che, con una metafora dello specchio adatta a descrivere il narcisismo della società tecnologica, avviene in maniera uguale sopra di loro. Ed è sopra, nel mondo reale, che vagano in-disturbati i corpi veri (?), simboli di esistenze ignare della sofferenza che viene inflitta a metà del pianeta per poter garantire il loro parziale benessere  (leggasi alla voce “capitalismo”). La cartolina rimanda perfettamente alla elitè moderna, impegnata a bollare come “populismo” tutto ciò che sta sotto, che non è stata in grado di interpretare, che continua a non voler guardare e che a breve salirà, e costruirà muri.

Anche in Border” vi è una vera e propria fetta di popolazione “creata” per essere manipolata dal potere e dimenticata poi ai margini della società. Decisamente meno antropomorfa degli incatenati di Us, in Border l’alterità prende le forme di una vera e propria altra specie, i trolls, creature con i sensi molto sviluppati e in grado di sentire ciò che l’uomo non riesce a cogliere, compresi i suoi stessi sentimenti. Con un significato tutto da ricercare nei numerosi riferimenti al trattamento riservato alle popolazioni lapponi, il regista Ali Abbasi lancia il suo J’accuse verso un sistema disilluso che non è in grado di tollerare e tutelare tutte le diversità che ne mettono in dubbio i fondamenti (basti pensare alla grande vocazione di questa specie verso la natura e i sensi, in un mondo dove il suono dei sentimenti ha lasciato spazio al rumore delle fretta).

Se dunque in entrambe le pellicole il sistema manipola, esclude e infine non presta ascolto a una fetta di popolazione, è da notare che, mentre in Us la fetta della popolazione esclusa trova nella rabbia l’unica via di uscita per riprendersi la vita, dall’altra la Tina di Border, nonostante l’amore del troll agguerrito con l’essere umano, non si fa sopraffare dalla rabbia e trova la sua piccola armonia in un mondo ostile.

Entrambe le minoranze nascono come esperimenti umani incompiuti, dei Frankenstein che si fanno metafora del popolo macellato dalle distorsioni del capitalismo, ma mentre in Us la forza della ribellione è meramente distruttiva e scivola sovente nella facile spettacolarizzazione, in Border la rivoluzione è la forza gentile della diversità, quella che senza grandi rumori cerca la ragione dentro se stessa, in un dolcissimo richiamo schopenhaueriano che fa parzialmente oscillare il pendolo della nostra preferenza verso la pellicola scandinava.