Diego Velázquez nacque a Siviglia nel 1599 da una famiglia di origini portoghesi. Si formò da bambino nella bottega del pittore Francisco Pacheco, che diventerà poi anche suo suocero. Inizialmente le committenze per Diego erano tutte riferibili all’ambiente cattolico con richieste di dipinti a tema religioso. Accanto a queste tematiche sacre si affiancava la particolare abilità di Velázquez di ritrarre il reale, dedicandosi alle nature morte e ai ritratti. Francisco Pacheco disse a proposito di suo genero: “Diego quando era ragazzo aveva corrotto un contadinello come suo modello, lo poneva sempre in diversi atteggiamenti e posizioni, ora piangendo, ora ridendo, senza mai sottrarsi a nessuna difficoltà”. La sua bravura, quindi, è precoce ed evidente già nelle sue opere giovanili. I suoi dipinti da allievo, più che produzione di un apprendista diligente, appaiono da subito come frutto di un ragazzo prodigio.

Diego Velázquez, Autoritratto, 1650 circa, Museo di Belle Arti di Valencia. Credits: @artspacialday.com

Velázquez alla corte di Spagna

La pennellata innovativa e la maniera diretta di dipingere di Diego Velázquez erano rivoluzionarie. L’atmosfera dipinta dall’artista nei suoi quadri portò molti suoi contemporanei a sostenere che, mentre gli altri artisti dipingevano l’arte, Velázquez dipingeva “la verità”. Nel 1621 salì al trono di Spagna il giovanissimo Filippo IV affiancato dal primo ministro il conte Gaspar Guzmán de Olivares. Due anni dopo il pittore fu convocato da Filippo IV per un ritratto, che sbalordì il sovrano, tanto da nominare immediatamente Velázquez “pittore di camera ufficiale”. Il pittore ottenne l’invito a trasferirsi con la famiglia al palazzo reale, ricevendo dal Re 300 ducati per pagare le spese del trasferimento di tutta la sua famiglia a Madrid. Inoltre Velázquez si assicurò, con il posto di pittore di corte, uno stipendio di 20 ducati al mese, oltre all’alloggio, l’assistenza medica e il compenso per ogni dipinto realizzato.

 

Un difficile equilibrio fra estro ed etichetta di corte

In un primo momento la vita di corte fu vissuta dal pittore con una profonda dicotomia, fra l’obbligo di dedicarsi alla ritrattistica e ai soggetti religiosi e la voglia di dipingere molti altri soggetti. Quando nel 1628 il pittore Pieter Paul Rubens giunse a corte, l’amicizia e la stima reciproca furono immediate. Ciò fece vacillare il ruolo di “servitore” di Velázquez, desideroso di poter misurarsi con altri stili e tematiche, come la mitologia e i nudi, di cui Rubens era assolutamente maestro. Nonostante il clima severo dell’etichetta reale e la minaccia dell’Inquisizione, la bravura e le doti diplomatiche da cortigiano di Diego, permisero al pittore di potersi misurare anche con questi nuovi soggetti, con assoluto successo e maestria.

Le sue abilità furono ulteriormente affinate dopo il primo viaggio in Italia alla fine del 1629, prima a Roma, dove studiò le opere di Raffaello e Michelangelo, poi in Toscana. Il pittore restò molto impressionato dagli artisti a lui contemporanei, come Pietro da Cortona, Andrea Sacchi, e l’ambiente libero e stimolante delle Accademie. Una vita molto diversa da quella austera, fatta di rigide etichette della corte di Filippo IV.

La fiducia incrollabile di re Filippo IV

Quando dopo più di un anno Velázquez ritornò a Madrid ritrovò la stessa fiducia che il sovrano aveva sempre riposto in lui. Era nato, nel frattempo, l’erede al trono, l’infante Baltasar Carlos; il Re aveva aspettato Diego diversi mesi  per farlo ritrarre per la prima volta. Di ritorno dal secondo viaggio in Italia, nel 1651, Diego fu scelto dal Re per ricoprire il prestigioso incarico di “aposentador mayor”, ossia Gran maresciallo di palazzo. Un complesso ruolo che comportava il compito di badare agli alloggi della corte, ai guardaroba, i gioielli, i viaggi della corte e dei regnanti. Una funzione di responsabilità che certamente fu un ostacolo pratico all’esercizio della sua arte. Tuttavia, ben lontane dal mostrare i segni del declino, le opere di pittoriche di Velázquez risalenti a questo periodo sono al contrario tra gli esempi migliori del suo talento.

Velázquez come “fotografo” di corte: il capolavoro “Las Meninas”

Molti sono i dipinti che Velázquez fece per la famiglia reale, immortalando tutti i suoi membri, persino le dame di compagnia, la servitù e i nani di corte. Fra tutti vi è la grande ed emblematica tela detta “Las Meninas” che misura 318 × 276 centimetri, realizzato nel 1656. Nel 1734 è indicato come “Famiglia di Filippo IV”. Successivamente, istituito il Museo del Prado di Madrid, dove è tutt’ora conservato, nell’inventario del 1843 è divenuto “Las Meninas”, parola portoghese che indica “le damigelle”. La scena si svolge in un interno.

Ad un primo sguardo superficiale potremmo pensare che sia un banale ritratto di famiglia. In primo piano due damigelle circondano l’infanta Margherita ritratta al centro. A sinistra, doña Maria Augustina e doña Isabel de Velasco a destra. A destra delle dame vi è Mari-Bàrbola la nana idrocefala, raffigurata con un realismo impietoso. Al suo fianco, intento a stuzzicare con il piede un cane, Nicolasito Pertusato, valletto del re che ha le fattezze di un bambino, ma in realtà è anch’egli un nano. Dietro di loro trovano posto nella penombra, doña Marcela de Ulloa prima dama della regina, vestita da suora, come era talvolta uso alla corte spagnola per le vedove. La donna è intenta a parlare con Diego Ruiz de Azcona, arcivescovo di Burgos che sarà l’esecutore testamentario alla morte di Velázquez.

Velázquez celebra se stesso 

Sul lato sinistro  del dipinto il pittore ha raffigurato se stesso. Diego sporge dal cavalletto per osservare con attenzione il suo soggetto, prima di tornare a dipingere. Velázquez ostenta sul suo petto la croce dell’ordine di Santiago, una prestigiosa onorificenza che gli fu conferita a quadro ultimato. Il simbolo fu aggiunto successivamente, a testimonianza della sua ascesa sociale, auto celebrandosi. Possiamo capire chi sta osservando guardando il riflesso di uno specchio alle spalle dell’artista. Ritroviamo riflessi i reali Filippo IV e sua moglie, lasciando intendere che il pittore stia eseguendo un loro ritratto. Questo gioco di specchi e rimandi di sguardi ci fa irrimediabilmente pensare alla lezione fiamminga e al “Ritratto dei coniugi Arnolfini” di Jan Van Eyck.

Nella parete di fondo, a destra dello specchio, sulle scale vi è don José Nieto Velàsquez, maresciallo di palazzo al servizio della regina, la cui postura non fa comprendere se stia arrivando o andando via. Il resto della parete è occupato da quadri. I due in alto sopra lo specchio raffigurano scene mitologiche: “Pallade e Aracne” di Rubens e “Apollo e Marsia” di Jacob Jordaens, allievo di Rubens.

Diego Velázquez, Las Meninas , 1656, Museo del Prado, Madrid. Credits: @Wikipedia.org

 

Il nuovo stile pittorico de “Las Meninas”

La pittura di Velázquez degli ultimi anni risente molto dei viaggi italiani e dell’influenza dei pittori veneti. Lo si intuisce soprattutto per i colori usati. Per il gioco di  luci ed ombre, invece, vi è l’influenza dai pittori barocchi operanti a Roma e Napoli. I tocchi di pennello mostrano una sapiente dosatura tra i colori chiari delle parti illuminate dalla luce e zone in ombra; uno stile nervoso e sintetico che i suoi contemporanei definivano “manera abreviada”. Le pennellate veloci e sfumate, i colori frammentati saranno presi d’esempio dai pittori dell’Ottocento, come gli Impressionisti. Tutta la composizione formale sembra essere studiata nel dettaglio, molto realistica, ma come un teatro di posa. Essa potrebbe sottendere persino ad un’allegoria della pittura stessa, la quale riesce a mostrare la realtà seppure artificiosamente.

Il tema preponderante allora non è propriamente un ritratto ma la realizzazione di un ritratto. I protagonisti sono presenti come riflesso e non come presenza reale. Con un gioco di rimandi, un “cortocircuito della visione”. Finzione e realtà si confondono, è il trionfo dell’estetica barocca con il suo gusto per gli inganni visivi, che creano disorientamento. Ma da questo momento in poi la tecnica raggiunta da Velázquez resterà ineguagliabile. Essa dimostra la potenza che un artista può esercitare sul mondo visibile e la supremazia che l’arte può raggiungere nei confronti con la realtà.

Diego Velázquez morì dopo quattro anni dalla realizzazione di questo capolavoro. Il pittore e biografo Antonio Palomino scrisse che Velázquez venne sepolto con indosso l’uniforme dell’Ordine di Santiago. Secondo il biografo l’artista ebbe un funerale: “Con il più grande sfarzo e spese enormi, ma non troppo per un uomo così grande”.

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