Ha fatto in pochissimo tempo il giro dei media internazionali la notizia del presunto ritrovamento di uno dei dipinti trafugati più ricercati al mondo, il Ritratto di signora di Gustav Klimt, sottratto nel 1997 alla Galleria d’arte moderna Ricci Oddi di Piacenza. L’opera è in realtà incredibilmente rimasta sotto gli occhi di tutti per tutto questo tempo: durante i lavori di ripulitura dall’edera dell’esterno della Galleria, infatti, un inserviente ha scorto nell’intercapedine di un muro, chiusa da uno sportello, un sacco al cui interno era custodito il quadro, che al momento è sottoposto all’expertise che ne accerterà l’autenticità.

Il furto fu scoperto il 22 febbraio 1997, avvenuto presumibilmente nei tre giorni precedenti, quando insieme ad altre opere, il dipinto era stato spostato per una mostra su Klimt a Palazzo Gotico. Le modalità con cui avrebbero agito i ladri sono ancora avvolte nell’ombra: non è mai stato appurato se siano entrati dall’ingresso principale, oppure verosimilmente dal tetto, poiché la cornice fu rinvenuta vicino ad un lucernario. In mancanza di prove non fu possibile indagare ulteriormente sulle responsabilità dei custodi e l’indagine venne archiviata.

La Galleria Ricci Oddi – Ph. Yuri Zanelli

La straordinarietà della storia legata al Ritratto di Signora si manifesta già alla sua genesi. Esso si inserisce in un gruppo di ritratti femminili (alcuni rimasti incompiuti) realizzati da Gustav Klimt negli ultimi anni di vita. I dipinti sono testimonianza dell’ultima fase della produzione del maestro austriaco, convenzionalmente definita terzo periodo klimtiano o fase matura, che parte dal 1909, anno in cui ultimò la Giuditta II. In questa fase iniziò per Klimt un periodo di crisi esistenziale e artistica, in cui concorsero più cause: a partire dal contesto politico-culturale che vedeva sempre più accentuarsi la decadenza del mito della Belle Époque e dei fasti dell’Impero austroungarico, che non rifletteva più l’eleganza e la maestosità dei salotti viennesi di un tempo. Klimt probabilmente percepì nella sua arte un paradosso, decidendo così di prendersi un periodo di tempo per riflettere. In questo periodo entrò in contatto con la produzione di artisti come Van Gogh e Matisse, e ne subì un’influenza talmente forte da arrivare a mettere in discussione la legittimità della propria arte. Ad esercitare un importante ascendente sulle riflessioni dell’artista in questo periodo furono anche le innovative ricerche espressioniste dei suoi ex allievi, i viennesi Egon Schiele e Oskar Kokoschka.

Ritratto di Signora, Gustav Klimt – Fonte: Getty Images

Nella “fase matura” lo stile di Klimt andò in direzioni ben precise: egli abbandonò il fulgore dell’oro e delle eleganti e floreali linee Art Nouveau in nome di una espressività meno sofisticata e più spontanea. La scelta di questa maggiore aderenza alla realtà si manifestò nell’attenzione che egli rivolse al colore: la tavolozza diventò più vivida e accesa, e le figure furono sottratte all’aurea quasi mistica conferita dagli sfondi dorati tipici della produzione precedente. Il Ritratto di Signora si innesta per stile e composizione in maniera decisa in questo ultimo periodo, inoltre lo sfondo verde brillante e l’accostamento di colori per pennellate singole e quasi individuabili testimoniano l’influenza che subì Klimt in questo periodo anche dalla lezione impressionista.

Ma il dipinto porta con sé anche un’altra storia: esso infatti è stato realizzato sopra un altro ritratto, Donna con cappello, esposto a Dresda nel 1912 e dato poi per disperso. In realtà l’artista viennese lo aveva ritoccato trasformandolo nel quadro in seguito sparito a Piacenza nel 1997. La stessa scoperta del ritocco è avvenuta in modo straordinariamente casuale: nel 1996, l’allora giovanissima studentessa Claudia Maga, mentre svolgeva ricerche per la maturità, si rese conto sfogliando un volume con le due immagini che tanti punti tra i due dipinti combaciavano alla perfezione; troppi per trattarsi di coincidenze. L’analisi ai raggi X e la perizia di molti esperti confermarono l’ipotesi della Maga, rivelando clamorosamente il profilo del precedente dipinto. L’espressione della modella e la posa erano le stesse, a cambiare erano invece le tonalità più calde e cariche del marrone del grande cappello e della sciarpa indossati, oltre che la capigliatura più chiara e dalle ciocche libere.

Ria Munk sul letto di morte, Gustav Klimt, 1912 – Fonte: ArtsDot.com

Verrebbe da fare un’ultima riflessione proprio sulla donna dipinta la cui identità non è confermata in alcun documento finora ritrovato. Alcuni hanno avanzato l’ipotesi possa trattarsi di Alma Mahler Schindler, compositrice austriaca e grande amica e musa di Klimt, molti invece riconoscono in lei i tratti di Ria Munk. L’artista immortalò la donna in più di un dipinto, tuttavia è in quello sul letto di morte nel 1912, oggi conservato al Metropolitan Museum, in cui il volto della Munk è incorniciato da una sfavillante corona floreale, che si ritrovano gli stessi dettagli come la dolcezza dei lineamenti, l’incarnato diafano, le guance rosee e l’ovale perfetto, della misteriosa nobildonna alla Ricci Oddi.

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