Con i suoi quasi 4 metri di altezza e le sue 24 tonnellate il gruppo scultoreo del Toro Farnese è la più grande scultura antica mai rinvenuta. La “montagna di marmo”, come è stata definita da molti, ottenuta da un unico blocco calcareo, è custodita nelle prestigiose sale del Museo Archeologico Nazionale di Napoli che riaprirà al pubblico il 2 giugno con tutte le misure necessarie per garantire la visita in sicurezza.

Toro Farnese

Toro Farnese. Credits Marie-Lan Nguyen

LA COLLEZIONE FARNESE

Nell’agosto del 1545 per volere di papa Paolo III Farnese, si intraprese una grande campagna di scavo nell’area delle terme di Caracalla. L’iniziativa fu dovuta alla necessità da una parte di reperire materiale di spoglio per il palazzo in cantiere in Campo dei Fiori e dall’altra alla speranza di arricchire la magnifica collezione della famiglia Farnese considerata già all’epoca una delle più prestigiose di tutta Europa. Lo scavo farnesiano portò alla luce un gruppo colossale che si rivelò essere estremamente frammentario. Per tali ragioni più di un intervento di restauro si rese necessario, ma in ultimo l’eco della sua eccezionalità fece ben presto il giro d’Europa arrivando a suscitare il forte interesse addirittura del sovrano di Francia Luigi XIV. Il Re Sole ne fu talmente ammaliato che nel 1665 tentò di acquistarla, ma con scarsi risultati.

Nel 1738 con la morte di Antonio Farnese, il ramo maschile della famiglia si estinse e tutta la collezione fu ereditata da Elisabetta Farnese. Dopo il matrimonio con Filippo V re di Spagna, ella lasciò tale incommensurabile patrimonio all’erede Carlo di Borbone che sarebbe diventato re di Napoli con il nome di Carlo III. La volontà di Carlo di trasferire a Napoli l’intera collezione fu perseguita dal figlio Ferdinando IV nel 1788. Inizialmente il toro era in un gruppo di sculture scelte per decorare la villa comunale della capitale del Regno. Tale collocazione rischiava però di danneggiare il prezioso marmo, pertanto nel 1826 si decise di trasferirlo al Museo Borbonico.

Toro Farnese Augusto De Luca

Particolare del Toro Farnese, Museo Archeologico Nazionale, Napoli. Credits Augusto De Luca

INTERPRETAZIONE ICONOGRAFICA

Nelle prime fasi di scavo il gruppo scultoreo fu identificato con una delle dodici fatiche Ercole, probabilmente si pensava al rapimento dei buoi di Gerione o, più verosimilmente, alla lotta dell’eroe contro il Toro di Creta. Ben presto fu chiaro che la scena concitata rappresentasse invece un altro leggendario racconto: l’epilogo della vicenda legata alla regina Dirce.

Toro Farnese

Toro Farnese (dettaglio). Credits Marie-Lan Nguyen

Secondo il mito la giovane Antiope si stabilì in casa dello zio Lico, re di Tebe, e di sua moglie Dirce la quale maltrattò la nipote e la costrinse a vivere al pari di una schiava. In casa dello zio, Antiope diede alla luce due gemelli, Zeto e Anfione, considerati i Dioscuri Tebani. Abbandonati dallo zio, furono salvati da un pastore di passaggio che li allevò nella sua grotta, secondo un topos ben consolidato della mitologia greca. Fuggita dalle vessazioni della zia, Antiope raggiunse la grotta dove si ricongiunse con i figli ai quali raccontò i soprusi subiti. Raggiunta l’età adulta, Zeto e Anfione tornarono a Tebe per vendicare la madre: essi legarono Dirce alle corna di un toro furioso il quale dilaniò il corpo della regina.

DESCRIZIONE E STILE

L’opera, datata tra il II e il III secolo d.C., è una copia romana di un originale greco di epoca ellenistica. Fu Plinio il Vecchio a descrivere il gruppo nella sua Naturalis Historia (XXXVI, 33) e a tramandare i nomi degli autori Apollonio e Taurisco di Tralle. Se in età classica le figure erano animate da un intimo equilibrio e da un senso di serenità, in età ellenistica i corpi e i volti denunciano con immediatezza i sentimenti, anche quelli più estremi: sofferenza, terrore, entusiasmo, desiderio. L’intento degli artisti è indagare la condizione umana e la tensione tra corpo e spirito.

Se visto in posizione frontale, Zeto è a sinistra del gruppo mentre cerca di bloccare il toro al centro e di legare i capelli di Dirce con una fune alle corna dell’animale recalcitrante. La mano stretta intorno ad una delle corna rappresenta l’apice della composizione. Il fratello Anfione, a destra del toro, lo aiuta insensibile alle suppliche della regina disperata ai loro piedi. È presente anche Antiope alle spalle che stringe un tirso tra le mani. Ella osserva immobile la terribile scena, creando un contrasto tra la propria fissità e l’estremo dinamismo dei quattro. In basso a destra un pastore e un cane (probabilmente aggiunte di un restauro) di proporzioni molto inferiori, osservano l’evento.

LE TESTIMONIANZE

L’opera doveva essere già estremamente famosa nell’antichità, come testimonia un meraviglioso affresco della casa dei Vettii di Pompei. Qui la composizione pare essere esattamente quella del gruppo scultoreo con i gemelli ai lati del toro furibondo e in basso con le braccia supplichevoli si trova semidistesa la regina Dirce. Di quest’ultima nel 1834 lo scultore Lorenzo Bartolini realizzerà una languida versione che è oggi esposta al Musée du Louvre.

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