Michelangelo Merisi detto il Caravaggio è, fra tutti gli artisti eccellentissimi post rinascimentali, senz’altro l’artista con l’indole più tumultuosa. La sua vita è stata un’altalena di eccessi d’impeto e pentimenti, la sua morte è invece ancora un mistero irrisolto. A tre giorni dall’anniversario della sua morte, avvenuta 410 anni fa, il 18 luglio 1610, non è ancora possibile dire con precisione dove e come il pittore realmente morì. Incertezze e notizie contrastanti, alcune falsificate negli archivi storici, non forniscono con chiarezza notizie certe circa la fine di quest’artista in fuga, alla ricerca della salvezza.

LA VEEMENZA DI CARAVAGGIO: L’ OMICIDIO E LA FUGA

La vita di Caravaggio, già piena di vicende rocambolesche, cambiò drammaticamente nel maggio del 1606, quando uccise Ranuccio Tomassoni durante una rissa. Pare che l’alterco fosse sorto per un banale fallo subito durante una partita di pallacorda. L’artista, secondo le leggi in vigore nello Stato Pontificio dell’epoca, fu condannato alla decapitazione. Per scampare al boia Caravaggio, in tutta fretta, lasciò Roma verso il Regno di Napoli, ospitato dalla nobildonna Costanza Colonna, ma ciò non servì a salvarlo. Gli ultimi quattro anni della sua vita furono vissuti da clandestino, sempre in fuga.

I DUE SOGGIORNI A MALTA

A Napoli, nel luglio del 1607, Caravaggio entra in contatto con Ippolito Malaspina priore dell’Ordine dei Cavalieri di Malta. Quest’ultimo organizzò un primo breve soggiorno di Caravaggio sull’isola di Malta per incontrare il Gran Maestro dell’Ordine Alof de Wignacourt, estimatore dell’artista, che desiderava affidargli delle commissioni per la Cattedrale de La Valletta. L’incarico era prestigioso, nonché un’occasione da non perdere per il Merisi, che poteva sperare di poter ottenere l’investitura di cavaliere, non solo per i benefici economici e di potere, ma soprattutto perché ciò avrebbe annullato la condanna a morte.

LA REALIZZAZIONE DEL DIPINTO “DECOLLAZIONE DI SAN GIOVANNI BATTISTA”

Nella primavera del 1608 Caravaggio a Malta realizza una delle sue più grandiose tele, richiesta per l’oratorio della Cattedrale di San Giovanni. Carica di oppressione e desiderio di ottenere la grazia e il perdono papale, è l’enorme dipinto “Decollazione di San Giovanni Battista che misura ben 361 cm per 520 cm. L’opera fu commissionata direttamente da Alof de Wignacourt, come si evince dallo stemma apposto sulla cornice originale e fu talmente apprezzata che valse l’investitura a cavaliere di Malta. Uno dei biografi di Caravaggio, Giovanni Pietro Bellori, scrive:

“In quest’opera Caravaggio usò ogni potere del suo pennello. Avendovi lavorato con tanta fierezza che lasciò in mezze tinte l’imprimitura della tela, si che, oltre l’onore della croce il Gran Maestro gli pose al collo una ricca collana d’oro e gli fece dono di due schiavi.”

MISERICORDIA E MEMENTO MORI

La Decollazione di San Giovanni è un muto testamento per il pittore. La sua realizzazione era stata foriera di speranza per l’investitura al cavalierato, nonché preghiera di perdono e riabilitazione. Inusuale è la dimensione, propedeutica alla sua collocazione, poiché riempitiva della grande parete dell’oratorio, ma anche confacente per lo scopo dell’artista: impressionare e rendere potente il suo messaggio di penitente. La scena si svolge all’alba ed è concentrata tutta su un lato, accompagnando l’occhio dello spettatore da destra a sinistra. Si nota la grande parete di una prigione con una finestra da cui sbucano due carcerati che sbirciano fuori, come svegliati dal trambusto. Un uomo, San Giovanni, è stato appena slegato, le corde sono ancora scomposte sul pavimento, un boia lo ha trascinato con violenza a sinistra, gettato a terra e colpito con una spada. Dal collo sgorgano due fiotti di sangue, il santo è agonizzante, il pittore ferma sulla tela l’attimo in cui il suo aguzzino estrae il pugnale della “misericordia” con  il quale dare il colpo di grazia al giustiziato.

LA FIRMA DELL’ARTISTA CON IL SANGUE

Questa è l’unica sua opera firmata, l’artista scrisse il suo nome nel sangue del santo, a riprova della sua devozione e sottomissione, come umile servo di Dio posto alla legge del memento mori e del pentimento. Accanto il corpo del santo un altro giustiziere indica il bacile d’argento con cui raccogliere il sangue e la testa del giustiziato. Una giovane donna, forse Salomè, si china in avanti per eseguire la macabra operazione. Tutti sembrano imperturbabili, tranne l’anziana donna che porta le mani al volto, sconvolta da quanto osservato. Ancora una volta l’artista sottomette la luce come quinte teatrali, ancora una volta usa la luce dorata dell’alba che illumina trasversalmente la scena, in modo opposto al suo svolgimento, questa volta da destra a sinistra. Indugia sui volti e gli abiti dei personaggi ed esalta il rosso del sangue e del mantello del santo, simbolo del martirio e della passione.

L’ENNESIMA RISSA E L’ESPULSIONE DALL’ORDINE DEI CAVALIERI DI MALTA

Dopo un breve periodo di benessere maltese, il tumultuoso Michelangelo ricade preda del suo carattere iracondo. Un verbale giudiziario ritrovato nella Biblioteca nazionale de La Valletta, datato 27 agosto 1608, parla di un fatto avvenuto qualche giorno prima. Vi era stata una violenta rissa che coinvolse sette cavalieri dell’ordine.  Sotto i colpi di spada cadde gravemente ferito un cavaliere, Fra Giovanni Rodomonte Roero. Il pittore fu ritenuto il responsabile e arrestato in attesa di giudizio. Non si sa come però Caravaggio riuscì ad evadere e imbarcarsi per la Sicilia e da lì poi raggiunse di nuovo Napoli. Qui fu protagonista dell’ennesima rissa, nella locanda del Serraglio, che gli procurò una grave ferita alla testa e all’occhio. Intanto a La Valletta, in sua assenza, fu processato dall’Ordine dei Cavalieri, espulso e definito “membro putridum et foetidum”.

PAURA E PENTIMENTO

La paura di morire ammazzato diventò uno dei temi ricorrenti nelle opere realizzate negli ultimi due anni di latitanza. Emblematica è la tela con “Davide e Golia” dipinta fra il 1609 e il 1610. Secondo i critici è un doppio autoritratto del Caravaggio. Egli si raffigura giovane, ancora onesto nelle fattezze di Davide e poi da uomo maturo, come Golia, allegoria del peccato e della superbia.  La tela doveva essere una sorta di “captatio benevolentiae” da far pervenire al papa o a suo nipote il cardinale Scipione Borghese. Era giunta infatti la notizia che il papa era favorevole alla grazia, Caravaggio allora si imbarcò su una feluca diretta a Porto Ercole. Nel tragitto fece sosta a Palo di Ladispoli, feudo della famiglia Orsini, per proseguire per Roma. L’artista fu però incarcerato per un errore di persona e trattenuto in prigione per due giorni, fino al chiarimento dell’identità. Nel frattempo la barca con i suoi averi, compresi tre dipinti, di cui due per il cardinale, salpò senza il pittore. Gli Orsini offrirono una barca a Caravaggio per raggiungere la feluca e recuperare i suoi dipinti. Ma Michelangelo giunto a Porto Ercole, per le cattive condizioni di salute e febbri malariche morì. Lapidarie sono le parole di un altro biografo di Caravaggio, Giovanni Baglione. Egli così conclude la sua biografia sul pittore:

Come disperato andava per quella spiaggia sotto la sferza del Sol Leone a veder se poteva in mare ravvisare il vascello, che le sue robbe portava. Arrivato in un luogo della spiaggia, misesi in letto con febbre maligna, e senza aiuto humano tra pochi giorni morì malamente, come appunto male havea vivuto.

Michelangelo Merisi, Davide e Golia, 1609-1610, Galleria Borghese, Roma. Fonte: @Wikipedia.org

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