Le rose di Eliogabalo è il dipinto capolavoro del pittore di origini olandesi Lawrence Alma Tadema, attivo nella seconda metà dell’Ottocento in Inghilterra, egli sembra quasi esser venuto dal passato e aver viaggiato nel tempo.  La sua produzione artistica è una perfetta commistione fra passato, gusto tardo romantico e decadente. Fedelissime sono le citazioni dei testi degli autori antichi, la simbologia e i canoni estetici dell’arte classica, i suoi dipinti acquisiscono così una bellezza e un’eleganza senza tempo.

UN’ISTANTANEA DEL MONDO CLASSICO

Ogni suo dipinto, frutto di un attento studio delle opere greche e latine, è un’istantanea del mondo classico.  L’artista viaggiò molto in Italia, soffermandosi a Roma, Firenze, Napoli e Pompei, indagando i segreti, i materiali, i colori e il gusto estetico degli antichi. Amante anche della letteratura classica e dei testi antichi, le sue opere sono una perfetta rievocazione di un mondo perduto. Quest’ultimo viene costantemente rievocato dagli innumerevoli reperti archeologici e letterari del passato.

Sir Alma Tadema, Le rose di Eliogabalo, 1888, Collezione Privata, Particolare della donna col melograno. Fonte @Wikipedia.org

LA CONTROVERSA FIGURA DI ELIOGABALO

Lawrence Alma Tadema, dopo lo studio di alcune biografie degli imperatori romani, resta folgorato da alcune notizie circa un imperatore poco noto, di origini siriane, della dinastia dei Severi. Si tratta di Sesto Vario Avito Bassiano, noto come Eliogabalo. Le informazioni su di lui ci giungono in modo frammentato, poiché dopo la sua morte fu condannato alla damnatio memoriae. Lo scrittore latino Lamprìdio nel libro LXXIX  dell’Historia Augusta, un testo antico che raccoglie le biografie degli imperatori vissuti tra II e  III secolo d.C.  ci parla sorprendentemente anche di Eliogabalo, ma come una figura oscura e controversa. Era sacerdote del culto del dio Sole siriano, El Gabal; a Roma sostituì le divinità romane con quelle siriane e diede poteri politici alle donne della sua famiglia. Divenne imperatore giovanissimo, a quattordici anni, ma regnò poco meno di cinque anni, dal 218 al 222 d.C., prima di essere brutalmente assassinato.

LO SCANDALO E LE MALDICENZE

L’immagine storica di Eliogabalo è circondata più da maldicenze che da notizie certe. La sua vita viene descritta come ambigua, dedita ad eccentricità, dissolutezza e lussuria. Sposò cinque donne fra cui, una vestale e ciò fece molto scandalo, nonché due uomini. Ma le fonti ci dicono che ebbe delle mogli solo per tentare la procreazione, poiché era omosessuale, anzi transessuale, amava vestirsi da donna e addirittura prostituirsi, avendo un ruolo passivo nel rapporto omosessuale. Ciò nel mondo romano non era concepibile, poiché l’omosessualità era una pratica conosciuta e tollerata, ma per il ruolo attivo. Solo agli schiavi era deputato il ruolo passivo. Nonostante ciò Eliogabalo amò moltissimo due uomini, due atleti: Zotico e, soprattutto, Ierocle, l’auriga biondo, a cui rimase legato per tutta la sua breve esistenza come una moglie, tanto da esclamare in pubblico, come riportato dalla biografia: «Sono deliziato dall’essere chiamato la donna, la moglie, la regina di Ierocle» .

LA REALIZZAZIONE DEL DIPINTO “LE ROSE DI ELIOGABALO”

Lo spunto per la creazione di questo capolavoro fu dato al pittore dopo la lettura del romanzo di Joris-Karl Huysmans, À rebours, edito nel 1884. Il testo, dal gusto squisitamente post romantico, cita il banchetto di Eliogabalo, già presente anche nelle biografie di Lamprìdio. Da lì il via alle ricerche storiche e alla sua biografia in testi antichi. Suggestionato dallo studio dell’Historia Augusta, nel 1888 dipinse l’episodio narrato nel ventunesimo capitolo, riproducendo con precisione, la narrazione fedele di un banchetto primaverile con una ristretta cerchia di notabili romani, organizzato dall’imperatore,  in cui si riscontra anche l’influsso della cultura orientale a cui apparteneva.

Sir Alma Tadema, Le rose di Eliogabalo, 1888, Collezione Privata. Fonte @Wikipedia.org

Il dipinto ha grandi dimensioni ed è realizzato ad olio su tela, misura 213,4 cm per 131,8 cm. Fa parte oggi di una collezione privata del mecenate messicano Juan Antonio Pérez Simòn. L’opera fu commissionata dal nobile inglese Sir John Aird, ma la sua gestazione fu sofferta, piena di ripensamenti e, soprattutto, costosissima. Il pittore iniziò a realizzarla in inverno e fece molti studi preparatori, di ogni particolare storico sui suppellettili riprodotti. Questa minuzia è resa in modo sublime nei triclini d’argento cesellati, nei frutti, negli abiti e i gioielli dipinti.

UNO SGUARDO A POMPEI E ROMA

Alma Tadema traduce coi i suoi pennelli, in modo calligrafico, la sua passione per l’antico, le sue osservazioni dirette dei reperti archeologi fatte a Pompei e a Roma. Altrettanto maniacale è la resa pittorica dei fiori e delle foglie, che adornano il capo dei personaggi. La sterminata cascata di petali di rosa investe i protagonisti della scena. Questo studio botanico costò tantissimo al pittore, il quale ogni settimana ordinava diversi tipi di rose dal sud della Francia, dove la fioritura è precoce rispetto l’Inghilterra.

Sir Alma Tadema, Le rose di Eliogabalo, 1888, Collezione Privata, Particolari dei suppellettili e dei gioielli. Fonte @Wikipedia.org

Il processo durò per almeno quattro mesi consecutivi, così da poter studiare ogni sfumatura e ogni particolare. Questo fece lievitare il costo del dipinto fino a circa 4000 sterline e l’opera subì addirittura gli ultimi ritocchi pittorici in sede d’esposizione alla Royal Academy di Londra. Sembra quasi che il pittore non riuscisse a separarsene, riconoscendo egli stesso di aver dato vita a un capolavoro assoluto.

L’INGANNO DELLE ROSE

Eliogabalo fu un grande esteta. Cultore della bellezza in ogni sua forma. Ogni suo invito si trasformava in un tripudio scenografico di oggetti preziosi, fiori e frutti. Si ostentava opulenza e sfarzo. Come tramandato anche dal Satyricon di Petronio, i banchetti imperiali avevano sempre la presenza floreale, spesso si trattava di fiori edibili, come le rose, che abbellivano e arricchivano le tavole, odori e colori erano parte integrante della scenografia. Tuttavia, la scena presentata da Alma Tadema inganna, è l’anteprima di un crimine. La magniloquenza struggente del volo di petali, con infinite sfumature cromatiche rosa, realizzata dal pittore cela un’imminente tragedia.

Sir Alma Tadema, Le rose di Eliogabalo, 1888, Collezione Privata, Particolare della cascata di petali di rosa. Fonte @Wikipedia.org

Alma Tadema cattura l’attimo in cui il vortice di rose cade soave dal cielo, innumerevoli petali vengono trasportati ovunque dal vento, poiché il velario è stato appena strappato e il suo contenuto ricade sugli ospiti ebbri, ma nessuno sembra ancora accorgersi della tragedia che si sta per consumare. L’eccesso estremo dell’effluvio aromatico, misto allo stordimento dell’alcol, in breve tempo soffoca alcuni ospiti, incapaci di reagire. La rosa è così da simbolo di soave seduzione diventa simbolo di seduzione pericolosa, di inganno e caducità.

COME ATTORI DI UNA SCENA TEATRALE

Eliogabalo osserva la scena senza nessun trasporto emotivo apparente, è  disteso mollemente sul triclino d’argento e madreperla a sinistra. Indossa una rilucente veste di seta dorata e il diadema, ha la barba accennata che evidenzia la sua giovane età. Accanto a lui, al tavolo imperiale trovano posto sua nonna e il generale Publio Valerio Eutechiano, con la coppa del vino alzata per brindare. Sulla destra Anna Faustina, terza moglie dell’imperatore, l’unica ad essere preoccupata, quasi affranta. Vi sono anche la madre di Eliogabalo e due dame di compagnia, una volge lo sguardo in basso, ammiccando verso il giovane aitante posto dietro la colonna. Quest’uomo biondo, però, dal fascino esotico, ha occhi solo per il suo amante, l’imperatore: si tratta di Ierocle, l’auriga agghindato con collane d’oro e trecce bionde fermate sulla fronte da un gioiello.

Davanti a lui una nobildonna guarda lo spettatore con aria funerea, reca in mano il melograno, simbolo di morte. A sinistra una cascata di rose ricopre alcuni personaggi, di cui si colgono alcuni particolari anatomici. Ventagli di piume, armille in oro e teste con corone di alloro e fiori. Il quadro generale è un delirio di dettagli preziosi e claustrofobici, stoffe pregiate, cuscini di seta. La scena è ritmata dal suono dell’aulòs, il doppio flauto della menade danzante sullo sfondo. Si tratta di un vero e proprio baccanale a cui sovrintende il gruppo scultoreo di Dioniso e satiro, dietro la famiglia imperiale. Questa è un’altra citazione all’arte classica, Alma Tadema sicuramente aveva visto dal vivo la statua a Roma, dove aveva potuto ammirare anche i marmi policromi.

UNA MORTE EFFIMERA

Sembra quasi di sentire suoni e profumi, l’eco di risate soffocate dalla marea floreale, la fresca brezza soffia al di fuori della tela e investe l’estasiato osservatore invitato a partecipare alla burla ordita dal frivolo imperatore. Lo spettatore attarda lo sguardo su ogni particolare e quasi smarrisce la sua identità in quel’attimo di gioia contemplativa, per poi trasalire improvvisamente di fronte ai presagi di morte. Una morte effimera, come il fiore che l’ha provocata, capricciosa e volubile, ma mai prima d’ora così dolce e ingannevole, provocata da quell’imperatore che fu definito dai suoi contemporanei: “colui che fece di Roma la cloaca del mondo”.

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