Riduttivo definire “I due satiri” di Rubens un eccellente prodotto del pittore fiammingo. Così come è riduttivo definire quest’artista un pittore barocco, per essendo stato uno dei più rappresentativi di questa corrente artistica. La produzione di Rubens è permeata di influssi eterogenei, la sua formazione è stata così cosmopolita, oggi diremmo “versatile e trasversale” e si è riversata tutta nel secolo da lui vissuto, ossia il Seicento.

Una formazione artistica ricca ed eterogenea

Rubens nacque nel 1577 nelle regione di Vestfalia in Germania, ma dopo undici anni si trasferì con la famiglia ad Anversa. Nella città belga, dopo poco iniziò, a studiare pittura presso l’artista Tobias Verhaecht, poi con Jan Brueghel il Vecchio. La prima impronta artistica quindi è senz’altro influenzata dalla pittura fiamminga, ma i temi indagati e gli studi umanistici, portarono Rubens a fondere elementi classici, fiamminghi e poi barocchi, creando una sintesi sublime.

Completano la sua eterogenea formazione i numerosi viaggi in Europa, soprattutto in Italia, dove soggiornò presso le principali città d’arte dal 1600 al 1608. A Mantova, Genova, a Venezia, qui osservò le opere di Tiziano, Tintoretto e Veronese. A Roma entra nella cerchia culturale di Scipione Borghese e studiò da vicino i reperti classici e i dipinti di Raffaello e Michelangelo, copiandoli. Venne in contatto anche con artisti a lui contemporanei come Caravaggio, Annibale Carracci e Federico Barocci. Il tutto sempre con uno sguardo europeo essendo anche ambasciatore presso corti influenti come quella spagnola, per conto del Duca di Mantova.

Rubens pittore gentiluomo e cortigiano come Velázquez

Nel 1628 presso la corte spagnola entrò in contatto con Velázquez, con cui stabilisce un reciproco rapporto di scambi culturali e artistici, che influenzeranno definitivamente l’ultima parte della sua parabola artistica. Come Velázquez, Rubens, nei suoi rapporti sociali accentuò il suo animo cortese e l’indole comunicativa cortigiana, che gli era stata congeniale per i tanti inviti presso le principali corti europee.

Il suo portamento era ben espresso nei pochi autoritratti, come il primo realizzato nel 1623, per presentarsi alla corte inglese del futuro re Carlo I. Una sorta di “biglietto da visita” in cui emerge subito uno sguardo rassicurante e mite. Negli autoritratti compare una pacata gentilezza, in contrasto con la sua veemente pittura di altro genere. D’altronde, nei documenti ed epistole dei suoi stessi contemporanei, amici ed estimatori, spesso, ritroviamo espressioni come:“non esiste al mondo anima più amabile di quella del signor Rubens” o ancora: “rapido e industrioso nei suoi lavori, cordiale, amichevole e piacevole con tutti”.

Pieter Paul Rubens, Autoritratto, 1623, National Gallery di Canberra. Credits: @Wikipedia.org

Le due anime in contrasto di Rubens: un mondo fatto di gentiluomini e satiri 

Sembra quasi che Rubens vivesse due vite: una placida, cordiale, cortigiana, l’altra dominata dalla forza, dalla veemenza pittorica, tutta palesata nelle sue tele ricche e traboccanti di colori violenti, minuzia di particolari e pennellate sensuali, velate da un erotismo pronto ad esplodere.

Ciò accade per tutti i soggetti pittorici realizzati dall’artista nella sua prolifica produzione. Sia in quella sacra, che per quella con soggetto classico e mitologico. Quest’ultima tematica fu senz’altro influenzata dal viaggio a Roma e dalle sculture antiche che aveva osservato presso la collezione di Scipione Borghese. L’interesse per i miti antichi diventa quasi una ricerca di nicchia per Rubens, che decide di dipingere i miti meno conosciuti, i più tragici. Ritroviamo spesso satiri, Bacco, mondi silvani abitati da ninfe sensuali e carnose. Sulla tela traspone tutta una sapienza di simboli e richiami, vertiginosamente abbondanti.

La rappresentazione del mito

Sono soprattutto i soggetti mitologici che eccedono di elementi, sembrano sfidare l’osservatore a cogliere ogni minuzia, sono un traboccare di forme, di corpi e delle carni. E’ proprio con quest’eccesso, con scene rigogliose, che Rubens supera la misura armoniosa del Rinascimento e quella estenuata del Manierismo. L’artista approda e riversa la sua sapienza fiamminga e lo studio del classicismo nel magma ribollente del fragoroso Barocco, diventandone archetipo.

Con la rappresentazione dei miti, delle divinità dell’età classica, dei semidio come i satiri, o ninfe,  esplode la sua creatività vigorosa, dinamica ed esuberante.  Nelle scene raffigurate vi sono spesso tumultuose battaglie, floride divinità, rubicondi personaggi che popolano festose allegorie, scene religiose potenti e drammatiche. I dipinti di Rubens non si guardano semplicemente, si leggono, intrisi di solenne abilità narrativa, essi provocano un forte impatto nello spettatore, animato da un nuovo sentimento di coinvolgente partecipazione. Tutto è scosso da un forte senso di pathos e di energia vitale

Emblema dell’energia vitale ed erotica dei “Due Satiri” di Rubens

Rubens riesce ad essere carismatico e magnetico anche con la semplice rappresentazione di due satiri, figure mitologiche rappresentate praticamente da ogni pittore in ogni secolo. Il piccolo dipinto “Due satiri”realizzato nel 1618 ad olio su tela rettangolare, misura 76 x 66 cm, è conservato alla Alte Pinakothek di Monaco, raffigura appunto due satiri a mezzo busto. Un satiro più anziano di profilo, intento a bere vino da una coppa, sbrodolandosi, è seminascosto da quello in primo piano, che cattura la scena, nonché lo sguardo di chi osserva la tela.

Pieter Paul Rubens, Due Satiri, 1618, Alte Pinakotek, Monaco. Credits: @Wikipedia.org

A differenza del satiro alle sue spalle, questo in primo piano, coinvolge lo spettatore, lo invita al baccanale, ha un sorriso beffardo, gli occhi lucidi ed ebbri, personifica il dionisiaco desiderio del godimento puro. Il sileno con le corna caprine e la testa ornata di foglie di vite è un muscoloso e sensuale semidio che regge una pigna d’uva ed è semicoperto con un vello caprino. La folta barba esalta il viso vermiglio e lo sguardo tentatore. Sembra quasi un demone goliardico. Palpita di energia vigorosa ed erotica, sembra invitarci sornione ad un ballo vorticoso nell’estasi dell’ebbrezza, dove non si pecca, ma si genera vitalità e gioia, gioia dei sensi vissuti appieno dall’afrodisiaco di-vino.

I colori richiamano il mondo dei boschi abitati da queste creature silvane, sono terrosi, impastati con sfumature dal marrone, all’arancione, all’ocra. La luce è dorata come all’alba, quando i baccanali, durati tutta la notte, danno gli ultimi colpi di coda di una notte di bagordi.

La Sindrome di Rubens

I dipinti di Rubens stupefacenti e sensuali hanno contribuito ad una teoria bizzarra. Sulla scia della cosiddetta Sindrome di Stendhal, si è parlato di Sindrome di Rubens. Essa è una sorta di impulso sessuale che colpisce il visitatore durante la contemplazione di alcune opere d’arte, soprattutto se custodite all’interno di magnifiche sale museali o giardini principeschi.

Una teoria della mitopoiesi è stata elaborata da un’indagine condotta dall’IPSA, Istituto di Psicologia Psicoanalitica di Roma, sulla base di interviste anonime fatte a visitatori all’uscita di alcune strutture museali. Il 20% ha rivelato di aver desiderato, o addirittura di aver consumato, una fugace storia d’amore vicino un’opera d’arte. Come sosteneva Freud: “scoprire il mondo fa eccitare, trovarsi di fronte ad un’opera d’arte, provoca un’eccitazione legata alla percezione estetica dell’immagine”. Dagli studi dell’IPSA vi è una classifica fra gli artisti che maggiormente suscitano tali pulsioni, fra questi spicca Rubens, tanto da dare il nome alla sindrome.

Non ci resta che fantasticare di berla quella coppa di vino, insieme a satiri tentatori dagli “occhi di bragia” ed abbandonarci a questa piacevole sindrome.

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