Il sodalizio tra il divino pittore Raffaello e il celebre umanista Baldassarre Castiglione risale al 1515. Sedeva allora sul soglio pontificio il raffinato Leone X – Giovanni de’ Medici –  dallo spirito profondamente e sensibilmente legato all’arte, al punto da decidere di nominare Raffaello prefetto alle antichità di Roma affidandogli il compito di intraprendere una grande campagna di rilievo e disegno delle testimonianze artistiche della città.

Raffaello, Ritratto di papa Leone X con i cardinali Giulio de’ Medici (sinistra) e Luigi de’ Rossi (destra). Fonte Uffizi.it

Ecco che l’artista urbinate chiese aiuto a una delle “penne” più autorevoli ed eleganti dell’epoca per portare a termine l’incarico: il diplomatico mantovano Baldassarre Castiglione. I due furono sempre legati da un’affinità spirituale e da una profonda comunanza d’ideali, sentimenti che si evincono nello splendido ritratto che Raffaello realizzò dell’amico umanista nel 1515 e oggi esposto al Louvre di Parigi. Nell’opera, che l’autore stesso definì “la sua preferita”, Castiglione posa ruotando delicatamente il busto di tre quarti; egli è sontuosamente vestito con un abito scuro dalle maniche di pelliccia che l’artista dipinge riuscendo a trasmettere consistenza alle trame dei diversi tessuti. Il colore scuro del cappello fa da contrasto interponendosi tra lo sfondo neutro e il volto ovale del letterato, contornato da una folta barba come era di moda nel Cinquecento. Punto focale dell’opera è proprio il volto la cui espressione pacata e riflessiva è sottolineata dagli intensi occhi azzurri che fissano lo spettatore quasi a volerne indagare i pensieri.

Dopo che ebbe analizzato i primi risultati del lavoro, Raffaello indirizzò al papa una missiva, in cui alla sensibilità artistica dell’urbinate si unisce il pensiero dialettico del Castiglione. Questo prezioso e celeberrimo documento è considerato tra i primi monograficamente dedicati alla conservazione di qualcosa che aveva perso la sua funzione storica e pratica connotandosi di un’altra puramente culturale: nasceva l’idea stessa di patrimonio culturale.

Raffaello si riferisce a quelle antichità affidategli come al “cadavere della patria” volendo con questa espressione denunciare lo stato di incuria e abbandono nel quale esse erano state lasciate dai predecessori di Leone X e sottolineando l’aggravante per cui quegli stessi papi ebbero lungamente atteso a distruggerle. Non nei Goti, Vandali e d’altri tali perfidi nemici andavano dunque a ricercarsi i colpevoli, ma in quelli li quali come padri e tutori dovevano difender queste povere reliquie di Roma.

Una pagina della lettera di Raffaello e Baldassarre Castiglione a Leone X. Ph. Chiara Teodonno

Con una autorevolezza morale direttamente proporzionata al suo straordinario spessore artistico, Raffaello richiama il papa ai suoi doveri verso il patrimonio: la tutela. È qui indicativo il termine scelto da Raffaello e Castiglione per delineare il ruolo dei pontefici: essi sono padri e tutori. E “tutore”, così come “tutela”, derivano dal latino tueor tueris, difendo. Nel nostro sistema giuridico oggi come allora, il tutore è colui a cui è affidato chi non ha più né padre né madre, l’orfano. Con la figura retorica dell’epanortosi Raffaello e Castiglione indicano i papi come padri (anzi) tutori. Quelle rovine mute e indifese, prive ormai dei padri che le avevano originate (gli imperatori e i committenti antichi) erano affidate ora ad un nuovo potere che se ne assumeva anche tutti i doveri. La tutela come atto di pietas.

È un’immagine profondamente emozionante quella dei due giganti dell’arte e della letteratura del Rinascimento che con la loro levatura culturale dedicano ogni sforzo e conoscenza alla salvaguardia di quelle povere reliquie di Roma. Dalla collaborazione tra i grandi interpreti dello spirito dell’epoca, nasce un nuovo concetto di modernità ancora oggi così attuale e forse non del tutto compreso, che supera l’idea di contrapposizione tra passato e presente, per marcare l’importanza di un’interconnessione tra le epoche che vede nella salvezza del passato l’unica vera base per il futuro.
“Perché il passato, se amato e compreso, è vivo”.

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