Vincent Van Gogh è senz’altro uno dei primi artisti ad incarnare l’inquietudine e il non saper vivere i tempi moderni post Rivoluzione Industriale. La sua vita e la tragica morte sono state a lungo dibattute, persino psicoanalizzate da Freud e Karl Jaspers. Quest’ultimo arrivò a scrivere un saggio diagnosticando la malattia di cui soffriva Van Gogh, ossia crisi epilettiche e un comportamento bipolare-schizofrenico, oltre ad una rara sensibilità emotiva. Vincent sembrava non riuscire mai a trovare la propria strada, con un carattere fuori dal comune. Tendeva ad isolarsi, ma al tempo stesso era sempre alla ricerca di amore e d’amicizia, con un’aria sempre assorta, greve, sempre alla ricerca di qualcosa che lo appagasse.

Particolari degli Autoritratti di Van Gogh del 1887 e 1889. Fotografia di Vincent Van Gogh. Credits: @Wikipedia.org

ALLA RICERCA DELLA PROPRIA VOCAZIONE

L’artista nacque nel 1853 a Zundert, un piccolo villaggio nel sud dei Paesi Bassi. Fervente religioso, primo figlio di sei, di un pastore protestante, sin da giovane cercò la propria strada insistentemente. Iniziò a lavorare in un primo momento a l’Aja, nella filiale della casa d’aste Goupil&Cie, poi nella filiale di Londra. Suo fratello Theo, invece a Bruxelles. Ma a differenza di Theo, Vincent non amava il suo lavoro. Si licenziò poco dopo. Si mise a studiare i testi sacri, a tradurre la Bibbia in quattro lingue, per poter accedere alla facoltà di Teologia ad Amsterdam. Tuttavia abbandonò anche questo progetto per dedicarsi ai poveri, alla predicazione nelle campagne e poi in Belgio, nelle comunità di minatori. Dal 1880 abbandonò la via religiosa e decise di dedicarsi solo al disegno, da autodidatta. Frequentò qualche lezione all’Accademia di Belle Arti di Bruxelles per i nudi anatomici e alcuni atelier per imparare a dipingere ad olio.

LE LETTERE A THEO, TESTIMONIANZA DI UN TORMENTO

Le opere di Vincent Van Gogh sono riconoscibili anche da chi non ha una cultura artistica profonda. È impossibile restare impassibili di fronte ad esse. Vincent diceva:

Voglio dipingere ciò che sento e sento ciò che dipingo

Questa forse la chiave di lettura dei suoi quadri, fornita dallo stesso autore. Infatti, conosciamo benissimo tutta la vita dell’artista, le tecniche pittoriche e come concepì molti dei suoi dipinti, proprio dalle sue stesse parole. Tutto ciò grazie alla pubblicazione del fitto epistolario che Vincent Van Gogh intrattenne con i suoi familiari ed amici, in particolare con  il carissimo fratello Theo, pubblicato dalla moglie di quest’ultimo dopo la sua morte. Più di 900 lettere dal 1872 a pochi giorni prima della morte di Vincent, avvenuta il 29 luglio del 1890, esattamente 130 anni fa.

Nelle lettere i riferimenti alla pittura, al disegno sono sempre presenti, sono una preziosa testimonianza della sofferenza del pittore che sentiva di non riuscire mai a farsi capire, nonostante le sue opere fossero intrise dei suoi sentimenti, delle urla assordanti delle sue passioni, del suo sentire. Gravi crisi nervose, con allucinazioni e tremori, dovuti anche al fumo e all’alcool, tormentarono Van Gogh negli ultimi anni della sua vita, segnato anche da ricoveri in manicomi, fino al tracollo emotivo.

LA PAURA DI ESSERE FELICE

Dopo una vita passata alla ricerca della felicità, delusioni amorose e affettive, come l’amicizia fallita con Paul Gauguin, Vincent si arrende. Non si abbandona più a momenti di felicità primitiva, nella solitudine della campagna, a dipingere la natura con squillanti colori primari. Paradossalmente ciò avvenne proprio quando stava arrivando la notorietà, ciò che aveva tanto bramato, ora lo spaventava. Alla fine del 1889 Theo sprona Vincent a partecipare ad un’importante esposizione collettiva del gruppo Les XX di Bruxelles.

Van Gogh scelse sei dipinti, fra cui i “Girasoli”, che ottennero un discreto successo. Nel gennaio del 1890 Theo scrive a suo fratello, lodandolo, poiché in una famosa rivista d’arte, il critico Albert Aurier, aveva giudicato positivamente la sua particolare tecnica pittorica, cogliendone l’originalità e la forza. Aurier scrisse:

L’eccesso e la foga del pittore si percepiscono con intensità anormale, forse dolorosa, giungendo, con la sua esecuzione vigorosa, brutale, a una sintesi magistrale. E’ il solo pittore che percepisce il cromatismo degli oggetti con questa intensità”.

Vincent non diede peso a queste critiche positive, perché ormai preda di continue crisi allucinogene. A maggio decise allora di trasferirsi nel nord della Francia ad Auvers sur Oise, convinto che fosse stata la Provenza a farlo ammalare.

LA ROTTURA DI OGNI EQUILIBRIO E L’ULTIMO DIPINTO

L’equilibrio raggiunto dal pittore ad Auvers fu effimero. Theo ebbe problemi economici e perse il lavoro, non poté più aiutare Vincent che entrò in un tunnel di disperazione da cui non si risollevò più. A metà luglio spedì la sua ultima lettera a Theo.

Mi sono rimesso al lavoro, anche se il pennello mi casca quasi di mano e, sapendo perfettamente ciò che volevo, ho ancora dipinto tre grandi tele. Sono immense distese di grano sotto cieli tormentati, e non ho avuto difficoltà per cercare di esprimere la mia tristezza, l’estrema solitudine”.

Come un testamento aveva dipinto un’opera carica di presagi, che incarnava la sua solitudine e la sua disperazione: “Campo di grano con volo di corvi”. La tela è conservata al Van Gogh Museum di Amsterdam, è rettangolare, grande 50,3 x 100,5 cm e dà subito l’idea di una visione prospettica di un orizzonte a cui il pittore stesso guarda e dal quale pare essere fagocitato.

Vincent Van Gogh, Campo di grano con volo di corvi, 1890, Museo Van Gogh, Amsterdam. Credits: @Wikipedia.org

Intriso di colori contrastanti il dipinto è la rappresentazione dello stato d’animo tormentato e angosciato dell’artista stesso. Il campo di grano con volo di corvi è quindi anche un paesaggio interiore. Un paesaggio fatto di solitudine e disperazione. Il viottolo al centro è il significato emblematico di tutta l’opera, rappresenta una strada senza via d’uscita, percorsa da chi non ha una meta, da chi vive senza rendersene conto o agisce per inerzia, rappresenta al meglio la forte angoscia esistenziale che pietrificava il pittore.

LA TEMPESTA INTERIORE TRASPOSTA SULLA TELA

Nel campo di grano giallo si appresta una burrascosa tempesta, da esso si leva uno stormo di corvi neri, quasi come fossero avvoltoi su un cadavere, in un volo disomogeneo e tenebroso, essi sembrano evocare presagi di morte. Il campo è solcato da tre sentieri tortuosi che sembrano non avere né un origine né tanto meno una destinazione. L’assenza di figure umane esprime un senso di solitudine e il risultato è una tela che evoca uno straziante grido di dolore, accentuato ulteriormente dal ritmo delle pennellate che esprimono alla perfezione la straziante dimensione di sofferenza della realtà dell’artista. Esse sembrano frustate di giallo, mentre il cielo è un miscuglio tra il blu cobalto e l’intenso color nero delle nubi che si calano ostili e minacciose.

Vincent Van Gogh, particolare di Campo di grano con volo di corvi, 1890, Museo Van Gogh, Amsterdam. Credits: @Wikipedia.org

La luminosità del grano sta per soccombere completamente, viene vinta dall’oscurità del colore nero. Vincent è allo stesso tempo spettatore, autore e vittima, rimane lì, sospeso, impotente, nulla può salvarlo dalla tempesta, quindi dall’inesorabile destino che lo attende e che di lì a poco si scatenerà; non vedeva un futuro per la propria esistenza, a cui porrà presto fine.

LA TOMBA DI VINCENT VAN GOGH

La domenica mattina del 27 luglio 1890 Vincent si reca nei campi vicino la chiesa di Auvers con una pistola in tasca. Nei pressi di una fattoria fuma la sua pipa, si stende in una buca di letame e si spara al petto. Non muore subito, il proiettile colpisce la pleura e non il cuore. In serata riesce a ritornare nell’albergo dove alloggia. Lì morirà assistito dal suo amico il dottor Gachet e suo fratello Theo, accorso al suo capezzale.

Le lapidi di Vincent e Theo Van Gogh nel cimitero di Auvers. Credits @ior-project.eu

A Theo sussurra: “Non piangere, l’ho fatto per il bene di tutti”. Morì all’alba del 29 luglio e fu sepolto nel piccolo cimitero vicino la chiesa di Auvers. Sei mesi dopo anche Theo muore. La sua vedova Johanna pubblicò le lettere di Vincent e Theo e nel 1914 fece trasferire la salma di Theo accanto a quella di Vincent, un fitto tappeto d’edera e girasoli non mancano mai sulle loro tombe.

L’ARTE DI VAN GOGH COME UN BRAND DI SUCCESSO

Dopo la morte di Vincent in breve tempo la sua fama e l’apprezzamento delle sue opere divennero enormi. Ad oggi è uno degli artisti più quotati dalle case d’asta. Moltissimi libri, film, serie tv e merchandising sono stati dedicati alla sua vita e alle sue opere.

Oggi è addirittura un’icona di stile, una sorta di brand. Oggetti di uso comune sono decorati con riproduzioni dei suoi dipinti. Stoffe, arredamento, cover di cellulari, persino le mascherine per difendersi dal Covid19! Inevitabile pensare quanto tutto ciò avrebbe potuto ribaltare lo stato d’animo, scioccare il pittore e dare una diversa direzione alla sua vita.

Ci piace fare uno sforzo di fantasia in tal senso e proporvi, in conclusione, un’emozionante clip tratta da un episodio della serie tv fantascientifica “The Doctor Who” i cui protagonisti, viaggiando nel tempo, vivono straordinarie avventure, incontrando personaggi storici. In un episodio “trasportano” Vincent Van Gogh nel 2010, al Museo D’Orsay di Parigi e viene quasi voglia di abbracciarlo, stupendo, profondo, folle genio, immortale.

 

 

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