Nel (non così) lontano 1996 abbiamo avuto l’opportunità di poter vedere e conoscere attraverso il  grande schermo quei personaggi, frutto del genio di Irwine Welsh, che meglio hanno saputo rappresentare una generazione così fragile da sembrare invisibile ma che al tempo stesso ha fatto di tutto per rimanere immortale. Vent’anni fa il mondo ha potuto fare un viaggio a Edinburgo, in un cult che ha segnato la storia del cinema con la sua diretta crudeltà nel crudo contesto di un ambiente dolorosamente reale. E la voce di quel ragazzo cattivo, che fuggiva con del denaro dai suoi amici- da sé stesso- promettendo alla propria coscienza e allo spettatore che si trova inerme in questo mare di pensieri, torna per raccontare il finale di una storia che ci ha appassionati tutti per la sua enigmaticità.

Trainspotting, 1996.

Proprio così, perchè è questo che fa di Trainspotting un cult. Alla fine dell’ora e mezza di film lo spettatore viene lasciato solo, al buio, con le promesse di un drogato e tante domande.

Allora perché l’ho fatto? Potrei dare un milione di risposte tutte false. La verità è che sono cattivo, ma questo cambierà, io cambierò, è l’ultima volta che faccio cose come questa, metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto, scelgo la vita. Già adesso non vedo l’ora, diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxitelevisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il cd e l’apriscatole elettrico, buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai da te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario d’ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, natale in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai. 

Mark Renton (Ewan McGregor)

”Come andrà a finire la storia di Mark? Rimarrà cattivo?” ”Ma, in effetti, si tratta davvero di un personaggio cattivo?” ”Il fatto che si droghi gli impedisce di essere una buona persona?” ”Tutti noi siamo più buoni di Mark Renton?” Sono molti gli interrogativi sui quali chi guarda, una volta finito il film, può riflettere.

Allora la domanda sorge spontanea: vale davvero la pena di dissacrare tutto questo, di dare una risposta a queste domande che rendevano partecipe lo spettatore, che veniva di conseguenza catapultato in una realtà che esiste davvero e che finalmente non risultava più invisibile (o meglio, che non veniva più volontariamente silenziosamente ignorata), che lo coinvolgeva e stimolava, in nome di un sequel mediocre, non necessario, forzato e terribilmente nostalgico?

Forse, potremmo definirla una metafora della nostra epoca. Rievocare un elemento che fa parte del nostro passato- in questo caso, un film- che solo in quel determinato contesto ha un senso e uno scopo finito e naturale, per forzarlo in un’epoca non sua, forse per fingere che faccia ancora parte della nostra vita e che non cambierà mai. Cosa che, in realtà, ovviamente, fa, lasciandoci delusi per via delle aspettative che ci illudevano di poter provare gli stessi sentimenti di prima, e rovinando il ricordo degli stessi, in un circolo vizioso di insoddisfazione che ci ricorda che ogni cosa è precaria e che le nostre facoltà sono limitate. Che quel discorso che Mark Renton fece correndo, così libero, pieno di possibilità è ormai, invece, definitivamente privo di significato.