La viva esasperazione, l’incapacità di sottostare alle difficili leggi del mondo, l’irrequietezza travagliata nel profondo dell’animo. Amelia Rosselli la ricordiamo così, come una delle più grandi poetesse d’Europa, una donna che trascorse gran parte del suo tempo a dare voce al proprio tormento esistenziale, tra musica e poesia, mondo ideale e mondo reale, sempre accompagnata da quelle angosce onnipresenti alle quali, sin da bambina, rimase fatalmente avvinghiata.

Nata a Parigi nel 1930, oggi avrebbe compiuto novant’anni: era il 28 marzo quando Amelia veniva al mondo, figlia di Carlo Rosselli, uomo di spicco nell’antifascismo e teorico del socialismo riformista, e Marion Cave, anch’ella antifascista, operosamente dedita all’attivismo all’interno del partito laburista britannico. Il fascismo privò Amelia di suo padre  quand’era solo una bambina, nel 1937: Carlo Rosselli venne infatti ucciso insieme al fratello Nello a Bagnoles de l’Orne, su ordine di Benito Mussolini e di Galeazzo Ciano. Colpita così duramente a soli sette anni da un simile trauma, Amelia non riuscì mai ad elaborare quella morte così ingiusta e spiazzante, quella morte che l’aveva improvvisamente spogliata di ogni certezza e di ogni raggio di speranza. La giovinezza Amelia la dedicò allo studio appassionato e intenso della musica, una disciplina costantemente legata alla sua vicenda, come una sorta di farmaco contro il dolore. Su uno sfondo caratterizzato da ossessioni persecutorie, che si manifestarono già dall’età infantile, Amelia riuscì ad incanalare l’accoramento della sua esistenza dando libero sfogo alla quell’anima così creativa e nobile, mentre viaggiava, esule, da un paese all’altro. Si appassionò alla composizione e all’aspetto teorico della musica, specializzandosi nell’etnomusicologia. Imparò a suonare il pianoforte e il violino.

Un ritratto di Amelia Rosselli. Fonte: Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.

Oltre a quelli della musica, apprezzò gli studi letterari e filosofici compiuti tra Svizzera, Stati Uniti e Inghilterra: le conoscenze acquisite le permisero di intraprendere il lavoro di traduttrice in Italia, dove entrò in contatto con il milieu letterario della seconda metà del Novecento, quel secolo straordinariamente multiforme e ricco di cultura. Entrò nel PCI a trent’anni.

Il mondo della poesia la affascinò, la rapì: Amelia riconobbe nei versi un mezzo per esprimere la sua afflizione originaria, arricchendo le sue liriche grazie alla conoscenza della musica. Venne notata da Pier Paolo Pasolini, che ne apprezzò la scrittura così ricercata e chimerica, e conobbe personalmente Andrea Zanzotto, Giovanni Raboni e Rocco Scotellaro: queste conoscenze le furono d’aiuto, ognuna a suo modo, per lavorare sulla sua poetica e per predisporla verso nuove intuizioni espressive. La prima pubblicazione, con la quale Amelia Rosselli iniziò il suo percorso lirico, fu quella della raccolta di poesie dal titolo Variazioni belliche, edita da Garzanti nel 1964, dopo un esordio poetico degno di nota su Il Menabò, l’anno precedente, dove comparvero ventiquattro sue poesie. Si avvicinò al Gruppo ‘63, formatosi attorno a un caustico nucleo di intellettuali neoavanguardistici che respiravano l’esigenza di nuove poetiche. Scrisse inoltre su importanti testate giornalistiche come L’Unità, dove contribuiva con la pubblicazione di recensioni letterarie. 

Mosse tutto il suo genio, così come per la poesia, anche per la prosa: nel 1990 uscì una raccolta di ritagli di vita e altri generi di racconti dal titolo Diario Ottuso, diviso in tre parti e profondamente autobiografico, un “diario”, appunto, che prende le mosse dalla frase «Perché non comprendere la vita da sola?». La poesia mistica e lacerata di Amelia Rosselli, una poesia che si nutre della musicalità delle parole, fissata nel tempo, eterea e allo stesso tempo incredibilmente concreta, è una chiave per accedere alla sua sofferenza ossessiva e radicalmente sincera, a quello strazio posato sulla sua anima gentile e impaurita dall’illogicità della realtà. 

Amelia decise di morire l’11 febbraio 1996, scegliendo quella data, la stessa del suicidio della poetessa americana Sylvia Plath, molto probabilmente per omaggiare un legame idealistico e avvertito in profondità, sancito dall’amore per la poesia e dall’ineluttabilità della sofferenza.

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