Abbandonati in braccio al buio
monti
m’insegnate l’attesa:
all’alba – chiese
diverranno i miei boschi.
Arderò – cero sui fiori d’autunno
tramortita nel sole.

In apparenza Antonia Pozzi era una donna come tante altre, ma i suoi scritti e le foto che sono giunte fino a noi suggeriscono che era molto più di quello.

Antonia fu una donna inquieta; tanto la sua vita interiore fu intensa e tormentata, quanta placida e breve fu quella esteriore. Espresse le sue sensazioni e il suo personale punto di vista sul mondo principalmente attraverso due mezzi: la poesia e la fotografia. Ed entrambe sembrano, in qualche modo e sotto tanti aspetti diversi, sovrapporsi e e completarsi.

Le sue parole rispecchiano appieno la sua vita riservata e rigorosa e rientrano in quella corrente poetica definita “ermetismo“, il cui più illustre esponente fu Giuseppe Ungaretti. «Asciutte e dure come i sassi» o «vestite di veli bianchi strappati», ridotte al «minimo di peso», le descrisse Montale. Parole che donano peso e sostanza alle immagini, per liberare l’animo oppresso e riempire di sentimento le cose trasfigurate.

Così, come le parole, anche i suoi scatti in bianco e nero, appaiono leggeri, sospesi. Gli sguardi di questa giovane e fragile donna raccontano di paesaggi naturali, immortalano volti di bambini della periferia milanese, si soffermano sulle vette delle montagne a lei tanto care e sulle fatiche dei contadini della Valsassina, in cui la sua aristocratica famiglia milanese possedeva una signorile dimora di villeggiatura. Lì, dove riposano le spoglie, a Pasturo sotto la Grigna, nel cimitero locale.

Antonia Pozzi merita però di essere ricordata anche per l’isolamento che ella visse, e per i profondi turbamenti che esso portò con sé. Fu infatti, negli anni del regime, una voce femminile diversa dalle altre. Anche il gruppo di suoi amici intellettuali non seppe cogliere appieno il suo sforzo di adesione al reale e la sua passione per la terra e per la vita che la parola poetica sa rendere più vivaE non compresero neanche quella necessità che per lei era la poesia, capace di restituire la “vita sognata”: questo il nome di una bellissima raccolta di sue liriche. Anche la famiglia, d’altra parte, non riuscì a capirla, nonostante gli agi e la confortevolezza in cui visse: figlia unica, bellissime dimore, splendidi viaggi allora concessi ancora a pochi fortunati, e la possibilità di contatti privilegiati nella Milano colta e borghese. A questo si aggiunse un’acutissima sensibilità d’animo e una terribile delusione amorosa che la fecero precipitare nella disperazione più nera. Fino alla sua morte, irrimediabile e precoce, che ha spezzato una delle penne più raffinate del Novecento italiano.

 

La vita

Antonia Pozzi nasce il 13 febbraio 1912: bionda, minuta, delicatissima, tanto da rischiare di non sopravvivere dopo pochi giorni dalla nascita, ma alla fine la vita ha la meglio e Antonia cresce: figlia di un avvocato, Roberto Pozzi, originario di Laveno, e della contessa Lina, figlia del conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana e di Maria Gramignola, proprietari di una vasta tenuta terriera, detta La Zelata, a, Bereguardo, è una bella bambina, come la ritraggono molte fotografie.

Antonia cresce, dunque, in un ambiente colto e raffinato: il padre avvocato, già noto a Milano; la madre, educata nel Collegio Bianconi di Monza, conosce bene il francese e l’inglese e legge molto, soprattutto autori stranieri, suona il pianoforte e ama la musica classica, frequenta la Scala, dove poi la seguirà anche la figlia Antonia; ha mani particolarmente abili al disegno e al ricamo. Il nonno Antonio è persona coltissima, storico noto e apprezzato del Pavese, amante dell’arte, versato nel disegno e nell’acquerello. La nonna, Maria, vivacissima e sensibilissima, figlia di Elisa Grossi, a sua volta figlia del più famoso Tommaso, che Antonia chiamerà “Nena” e con la quale avrà fin da bambina un rapporto di tenerissimo affetto e di profonda intesa.

Nel 1917 inizia per Antonia l’esperienza scolastica: l’assenza, tra i documenti, della pagella della prima elementare, fa supporre che la bimba frequenti come uditrice, non avendo ancora compiuto i sei anni, la scuola delle Suore Marcelline, di Piazzale Tommaseo, o venga preparata privatamente per essere poi ammessa alla seconda classe nella stessa scuola, come attesta la pagella; dalla terza elementare, invece, fino alla quinta frequenta una scuola statale di Via Ruffini. Si trova, così, nel 1922, non ancora undicenne, ad affrontare il ginnasio, presso il Liceo-ginnasio “Manzoni”, da dove, nel 1930, esce diplomata per avventurarsi negli studi universitari, alla Statale di Milano.

Gli anni del liceo segnano per sempre la vita di Antonia: in questi anni stringe intensi e profondi rapporti di amicizia con Lucia Bozzi ed Elvira Gandini, le sorelle elettive, già in terza liceo quando lei si affaccia alla prima; incomincia a dedicarsi con assiduità alla poesia, ma, soprattutto, fa l’esperienza eccitante e al tempo stesso dolorosa dell’amore. È il 1927: Antonia frequenta la prima liceo ed è subito affascinata dal professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi; non dal suo aspetto fisico, ché non ha nulla di interessante, ma dalla cultura eccezionale, dalla passione con cui insegna, dalla moralità che traspare dalle sue parole e dai suoi atti, dalla dedizione con cui segue i suoi allievi. La giovanissima allieva non fatica così a scoprire molte affinità con il severo docente: l’amore per il sapere, per l’arte, per la cultura, per la poesia, per il bello, per il bene; inoltre il professore ha qualcosa negli occhi che parla di dolore profondo, anche se cerca di nasconderlo, e Antonia ha un animo troppo sensibile per non accorgersene: il fascino si tramuta ben presto in amore, un amore di quelli passionali e allo stesso tempo tragici, perché ostacolato con tutti i mezzi dal padre e che vedrà la rinuncia alla “vita sognata” nel 1933, “non secondo il cuore, ma secondo il bene”, come scriverà Antonia. In realtà questo amore resterà incancellabile dalla sua anima anche quando, forse per colmare il terribile vuoto, si illuderà di altri amori, di altri progetti , nella sua breve e tormentata vita.

Nel 1930 Antonia entra all’Università nella facoltà di Lettere e Filosofia; vi trova maestri illustri e nuove grandi amicizie: Vittorio Sereni, Remo Cantoni, Dino Formaggio, solo per citarne alcune; frequentando il Corso di Estetica, tenuto da Antonio Banfi, decide di laurearsi con lui e prepara la tesi sulla formazione letteraria di Flaubert, laureandosi con lode il 19 novembre 1935. In tutti questi anni di liceo e di università Antonia sembra condurre una vita normalissima, di giovane colta e rango alto-borghese, piena di curiosità intelligente, e dedita a poche ma grandi passioni, come quello per la montagna, coltivato fin dal 1918, quando ha incominciato a trascorrere le vacanze a Pasturo, paesino ai piedi della Grigna, che la conduce spesso sulle rocce alpine, dove si avventura in molte passeggiate e anche in qualche scalata, esperienze intensissime, che si traducono in poesia o in pagine di prosa di impareggiabile finezza; nel 1931 è in Inghilterra, ufficialmente per apprendere bene l’inglese, ma in realtà costretta dal padre, che intendeva così allontanarla da Cervi; nel 1934 compie una crociera, visitando la Sicilia, la Grecia, l’Africa mediterranea e scoprendo, così, da vicino, quel mondo di civiltà tanto amato e studiato dal suo professore e il mondo ancora non condizionato dalla civiltà europea; fra il 1935 e il 1937 è in Austria e in Germania, per approfondire la conoscenza della lingua e della letteratura tedesca, che ha imparato ad amare all’Università, seguendo le lezioni di Vincenzo Errante, lingua che tanto l’affascina e che la porta a tradurre in italiano alcuni capitoli di “Lampioon”, di M. Hausmann.

Intanto è divenuta “maestra” in fotografia: non tanto per un desiderio di apprenderne la tecnica, quanto per la volontà di cogliere il sentimento nascosto delle cose, delle persone e della natura, per dar loro quell’eternità che la realtà effimera del tempo non lascia neppure intravedere.

Questa normalità, però, è solamente apparente. In realtà Antonia Pozzi vive dentro di sé un incessante dramma esistenziale, che nessuna attività o passione riesce a placare: né l’insegnamento presso l’Istituto Tecnico Schiaparelli, iniziato nel ‘37 e ripreso nel ’38; né l’impegno sociale a favore dei poveri, in compagnia dell’amica Lucia; né il progetto di un romanzo sulla storia della Lombardia a partire dalla seconda metà dell’Ottocento; né la poesia, che rimane, con la fotografia, il mezzo di espressione più alto della sua vocazione artistica. Così, il 3 dicembre del 1938, giunge al triste epilogo della sua esistenza.

A soli ventisei anni, infatti, Antonia si tolse la vita mediante barbiturici, nel prato antistante all’abbazia di Chiaravalle: nel suo biglietto di addio ai genitori parlò di «disperazione mortale».
La famiglia negò però la circostanza «scandalosa» del suicidio, attribuendo la morte alla polmonite. Il testamento della Pozzi fu distrutto dal padre, che manipolò anche le sue poesie, scritte su quaderni e allora ancora tutte inedite.

È sepolta nel piccolo cimitero di Pasturo, dove è stato anche realizzato un piccolo monumento funebre in suo onore, un Cristo in bronzo, opera dello scultore Giannino Castiglioni.

La (tarda) fortuna postuma

La pubblicazione di alcune sue poesie è solo postuma e avvenne presto (1939) ma dovette passare del tempo prima di una loro autentica valorizzazione. Nel 1945 e poi nel 1948 sarà la penna di Eugenio Montale, con una breve nota, a inserire nella storia della poesia italiana i versi di “quell’anima di eccezionale purezza e sensibilità”.
Fu poi una suora – Onorina Dino, della Congregazione Suore Preziosissimo Sangue – la sua prima biografa che, in occasione della sua tesi di laurea, inaugurò il percorso di molte altre studiose  che restituirono memoria a tale esperienza artistica: donne di letteratura (come Graziella Bernabò autrice di diversi saggi sulla Pozzi e fine studiosa del ricco epistolario), di cinema (si veda il bel bel film Poesia che mi guardi di Marina Spada del 2009, che parla di Antonia), senza dimenticare la voce dell’attrice Elisabetta Vergani che ha messo in scena un bellissimo monologo teatrale intitolato “Per troppa vita che ho nel sangue”.
Insomma, pur non sottovalutando le intense pagine di critici come Stefano CrespiGoffredo Fofi, del filosofo Fulvio Papi, dello psichiatra Eugenio Borgna, e di molti altri importanti studiosi uomini e curatori dell’archivio Pozzi ora depositato a Varese all’Università dell’Insubria, sembra che l’universo espressivo di Antonia abbia coinvolto e accompagnato soprattutto il percorso di molte donne. Una voce fuori dal coro ma in grado di esprimere dilemmi e inquietudini esistenziali che accomunano l’essere femminile durante tutta la propria esistenza.

Fra le menzioni più recenti, c’è da segnalare il film del 2016 sulla sua vita intitolato “Antonia” di Ferdinando Cito Filomarino, con Linda Caridi nel ruolo di Antonia Pozzi.

Linda Caridi nei panni di Antonia Pozzi nel film “Antonia” (2015). Fonte: alessandrogogna.com

Curiosità: è citata anche in Chiamami col tuo nome, pellicola di Luca Guadagnino uscita nel 2017, dal personaggio di Marzia (Esther Garrel) che riceve un libro di sue poesie dal protagonista, Elio (Timothée Chalamet).

Dal 5 maggio al 18 giugno 2017, inoltre, alcuni suoi scatti sono stati esposti – col titolo Antonia Pozzi. Nelle immagini l’anima – nell’ala della villa settecentesca che ospita il Museo del territorio di Vimercate (MUST) con l’allestimento di Ludovica Pellegatta, già curatrice con Giovanna Calvenzi di un’importante mostra milanese su Antonia.

Per concludere, vi lasciamo con questo stralcio del suo “Diario”, risalente al Natale dell’anno 1926, quando Antonia era poco più che una bambina:

[…]
“Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granellini sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia.” […]