Immaginate di essere nati nella Russia Zarista, da una famiglia ebrea e povera, all’alba del secolo che scatenerà il più disumano antisemitismo. Immaginate ancora di essere donne, cresciute all’ombra di un padre autoritario il cui unico scopo è quello di farvi diventare mogli e madre. Immaginate, insomma, di avere un futuro il cui solco del destino è già stato scavato per voi e prevede matrimonio, innumerevoli figli e, con buone probabilità, una morte prematura.

Se oggi immaginare qualcosa del genere ci riesce talmente difficile da scatenare in noi al solo pensiero un certo sentimento di rabbia e frustrazione, è perché ormai ci sono libertà e diritti che diamo per scontati, alcuni dei quali siamo riusciti addirittura a  trasformarli in mode da indossare su abiti che urlano slogan svuotati di ogni significato. Eppure se “il corpo è mio e me lo gestisco io” a qualcuno bisognerà pur dire grazie.

Esattamente 150 anni fa, il 29 giugno 1969, nasceva Emma Goldman, una di quelle persone che ha reso possibile farci diventare chi siamo oggi.

Se la sua vita fino ai 16 anni è, grossomodo, quella descritta sopra, nonostante le probabilità apparentemente scarsissime, Emma cresce e diventa una delle più importanti ed emblematiche voci anarchiche e femministe della storia. I suoi discorsi e scritti sui diritti dei lavoratori, sulla rivoluzione, sull’oppressione delle donne e sul controllo delle nascite, scatenavano la paura nei poteri dello Stato e del capitale, tanto che la stampa la ribattezzò “Emma la rossa” e di lei il direttore dell’FBI J. Edgar Hoover disse:

“è la donna più pericolosa in America”

 

Emma Goldman, foto segnaletica. Fonte: Wikimedia Commons

A 16 anni si trasferisce a New York, senza un’istruzione va a lavorare in fabbrica, ma si avvicina presto agli ambienti anarchici del Lower East Side diventando e a sua volta un’anarchica convinta. Qui conosce Alexander Bergman, che fu il suo compagno di lotta e di amore per diversi anni e con cui nel 1906 fonda l’influente rivista Madre Terra.

Con i suoi discorsi, che agitavano folle di immigrati tedeschi e operai, e i suoi scritti inaccettabili per l’epoca, si guadagna una certa fama e reputazione. La Goldman scrisse, infatti, di lavoro e capitalismo, ma anche di matrimonio, di libertà sessuale e di pace sollevando spinose questioni ideologiche all’interno degli stessi ranghi di pensiero della sinistra più estrema.

Tra i suoi più interessanti e attuali scritti c’è, senza dubbio, “Amore e matrimonio: tre saggi sulla questione della donna”.

Quasi un secolo prima di saggi e rubriche come quella, famosissima e piccantissima, di Dan Savage su L’Internazionale, Emma sposava la non monogamia e scriveva:

“L’amore è libero; non può vivere in nessun’altra forma. In libertà si dà senza riserve, in abbondanza, completamente.”

Essere innamorati significava, in sostanza, non possedere nessuno, ma significa anche superare una visione prosaica e repressiva dell’amore e del matrimonio di cui scrive: “il matrimonio è alla base del sistema capitalistico e del militarismo. Al suo interno si perpetuano divisioni di genere fondate su pregiudizi e false credenze. Liberarsi da questa istituzione è il primo passo verso la creazione di una società libera”.

E ancora:

“la donna non è la regina della casa come vogliono farci credere, è la schiava del marito e dei figli. Dovrebbe invece partecipare al mondo attivo alla stessa stregua degli uomini, dovrebbe essere uguale davanti al mondo come lo è nella realtà. È altrettanto capace, ma quando lavora viene meno retribuita. Perché? Perché porta la gonna e non i pantaloni”.

A causa delle sue idee e delle sue frequentazioni, venne più volte imprigionate fino ad essere deportata in Russia nel 1919. Qui si rende conto che la Rivoluzione bolscevica era diversa da come la immaginava e sicuramente in antitesi con i suoi ideali. Cerca allora riparo prima in Europa, a Berlino, e poi tra Francia e Canada dove trascorre gli ultimi anni.
Sempre in guerra, anche contro se stessa (il morbo della gelosia la colpisce quando incontra e si innamora di Ben “Re Hobo” Reitman, che lascia per restare fedele ai suoi ideali), questa donna coraggiosa resta un esempio di coerenza politica e travolgente forza femminile.

 

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