Mee too, girl power, femminismo da fast fashion, educazione gender free contro teoria gender. Se essere femministi oggi è cool, talmente cool che a volte è più un’inflazionata moda che un valore in cui credere, dobbiamo dire grazie a donne come Carolee Schneemann che, con la loro arte,  hanno lottato contro stereotipi di genere e tabù.

Scandalosa e vera, provocatoria ai limiti dell’osceno, artista multidisciplinare e pioniera della performance art femminista, a Carolee Schneemann, scomparsa lo scorso marzo, dobbiamo il coraggio di aver ribaltato, prima delle altre, lo stereotipo della donna oggetto nel mondo dell’arte.

“Ero davvero ossessionata dalla domanda: ‘Potrei essere allo stesso tempo il soggetto, nudo, e l’autrice dell’opera, trasformando le proporzioni e il punto di vista del nudo stesso?”

Nasce proprio da questo interrogativo, nel 1963, con 10 anni di anticipo rispetto alle altre grandi pioniere delle arti performative, Eye Body: 36 Transformative Actions in cui l’artista ricopre il suo corpo di materiali come gesso, pittura, grasso, penne, piume e serpenti vivi, per provocare drammi visivi finalizzati a stimolare i sensi dello spettatore. Nella performance, svoltasi in privato e documentata da una serie fotografica, per la prima volta è la donna stessa a decidere di esporre il proprio corpo, vivo, sessuato e denso di desiderio. L’opera fu però bollata come oscena, ma non bastano queste prime critica a fermarla.

Eye Body: 36 Transformative Actions (1963), © Carolee Schneemann (www.caroleeschneemann.com) 

Stanca di vivere ai margini di un mondo fortemente maschilista, la Schneemann decide di basare la sua arte su un linguaggio nuovo e di rottura. A Eye Body segue, nel 1964, Meat Joy, forse la sua più controversa e discussa performance. Eseguita inizialmente al Primo Festival di Libera Espressione presso il Centro Americano a Parigi e, successivamente, al Judson Memorial Church di New York, Meat Joy ha il carattere e la forza di un rito sessuale: corpi di uomini e donne si dimenano, semi-nudi, tra pittura e interiora di animali spingendo lo spettatore a interrogarsi sulla relazione tra il corpo nudo e l’istinto animale, ma anche sulla brutalità e crudeltà della natura umana. Il corpo e, nello specifico, quello femminile, diventa politico e “urla” le sue idee contro ogni passività a cui era stato fino a quel momento relegato.
E se Meat Joy del rito sessuale aveva solo la forza, Fuses (1964) un rito sessuale lo immortale davvero. Rompendo il tabù definitivo, l’artista filma se stessa e James Tenney durante un rapporto sessuale: la pellicola ricavata viene poi rielaborata attraverso pittura, graffi e abrasioni.

Meat Joy (1964), © Carolee Schneemann (www.caroleeschneemann.com) 

“Nell’anno 2000 nessuna giovane artista incontrerà la resistenza determinata e la costante sottovalutazione che io ho subito come studentessa. Il suo studio e i corsi di storia dell’arte verranno usualmente tenuti da donne; non si sentirà mai come un ospito provvisorio al banchetto della vita; o una belligerante la cui devozione alla creatività non potrebbe mai esistere alle spese di un uomo, o degli uomini e delle loro necessità. Né entrerà nel mondo dell’arte ingraziandosi o inimicandosi un club stabile di artisti, storici, insegnanti, direttori di musei e di riviste, galleristi – tutti maschi, o devoti alla preservazione del mascolino. Tutto questo sta meravigliosamente già cadendo ai nostri piedi […]”

L’artista statunitense scrisse questo e numerosi altri testi come accompagnamento della sua attività artistica, esercitando una notevole influenza sulle giovani aspiranti artiste. Era, non a caso, il 1975 e, mentre una Marina Abramovic in erba  si presentava al mondo con Rythm 0 e Thomas Lips e Ana Mendieta sconvolgeva il pubblico con il suo Rape Scene, Carolee continua a scandalizzare e realizza una performance considerata un fondamentale spartiacque per l’arte femminista: Interior Scroll.  Nuda in piedi su un tavolo, l’artista legge un testo scritto su un rotolo di carta che srotola e tira fuori dalla propria vagina. Più delle sue parole di denuncia contro il patriarcato, ad arrivare allo spettatore è il suo gesto, semplice ed efficace. Dietro un’idea altrettanto semplice: la donna finalmente guarda sé stessa libera da condizionamenti esterni e si riappropria del suo corpo e dell’immagine di questo, “partorisce” arte. Mai performance fu più disturbante, mai la critica fu tanto feroce: “Il mio lavoro fu censurato e diffamato in tanti modi – racconta l’artista –  ma il rifiuto per me più doloroso venne dalle teoriche femministe, in particolare da Londra ma spesso anche in America, che giudicarono il mio lavoro come narcisista, indulgente, stupido, vicino alla pornografia e, soprattutto, accondiscendente nei confronti delle fantasie maschiliste. Non videro che stavo effettivamente sfidando le convenzioni repressive contro le quali tutte noi stavamo lottando.

Interior Scroll (1975), © Carolee Schneemann (www.caroleeschneemann.com) 

La sua ricerca e lotta artistica prosegue attraversa mezzo secolo e si avvicina ai nostri giorni. Degli anni ‘90 è, ad esempio, la serie “Vulva’s Morphia”, una serie viscerale di testi e fotografie sull’organo genitale femminile, forse il progetto a cui si riferiva quando leggeva in Interior Scroll: “Ho pensato alla vagina in molti modi, fisicamente, concettualmente: come una forma scultorea, un referente architettonico, la fonte della conoscenza sacra, l’estasi, la nascita, la trasformazione”.

Nonostante nel mondo dell’arte Carolee Schneemann sia stata una delle figure chiave del XX secolo e punto di non ritorno del pensiero femminista, la sua consacrazione nell’alveo degli dei dell’arte è arrivata soltanto nel 2017, anno in cui le viene riconosciuto il Leone d’Oro alla Carriera alla Biennale di Venezia e il Moma di New York le dedica una grande retrospettiva. Due successi, arrivati oltre cinquant’anni dopo la sua prima performance, che dimostrano come il mondo dell’arte, in parallelo con il tessuto sociale in cui è immerso, può impiegare decenni per liberarsi da finti perbenismi e patriarcati di sorta.

 

Nell’immagine di copertina: C. Schneemann, Portrait Partials, Self-shot photographic grid (1963) 

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