Faceva tutto parte del mondo eccetto noi

La prima automobile che entrò a Guateque aveva le sembianze di un toro, un orribile mostro nero, gli occhi enormi, aperti, giallognoli, facevano così tanta luce che illuminavano metà piazza. Emma Reyes non conosceva la parola automobile. Non è di certo tra le prime imparate da un bambino: mamma, papà, pappa, nonna. Mamma, papà, pappa, nonna. Parole semplici, familiari. Parole che ci accompagnano dall’inizio alla fine. Ma Emma Reyes non conosceva nemmeno la parola mamma.

Un ritratto fotografico di Emma Reyes. Fonte: Pinterest.

La sua è una storia di fango e cioccolatoIl fango con cui gioca.  Il cioccolato, ragione dei suoi trasferimenti, mobilio dell’unico posto che può chiamar casa. Tutt’attorno matrigne severe, bambini che non potrà mai chiamare fratelli, porte, portali, portoni sempre chiusi a chiave, personaggi estremi, deliri, incanti, il Diavolo da cui cercherà sempre di scappare e un convento dove imparerà a cucire. Ed è lì, in quelle stanze, mentre ricama, che le sue mani, dono di quel Signore che prega senza un perché, imparano a danzare. È lì che nasce Emma Reyes, madrina dell’arte latinoamericanaMassimo Gramellini confidò di essersi sentito “grande” la prima volta che diede amore al posto che riceverlo; Veronesi fece dire alla protagonista di uno dei suoi film più riusciti che “grandi si diventa quando veniamo a conoscenza di un segreto dei nostri genitori”.

Emma Reyes è sempre stata “grande”. Quella bambinata brutta, strabica e miserabile, stretta, fin dalla culla, nella morsa della lotta alla sopravvivenza. E sì, si può sopravvivere persino all’infanzia. Ma si può definire infanzia un tempo che non conosce compleanni, dolci, giocattoli, amici e famiglia? Si meriterebbe un posto d’onore in tutte le storie della buonanotte per bambine ribelli, lei che lo è stato davvero, più di tutte. Emma che gioca nel fango, Emma che ricama un abito per il Papa, Emma schiava, Emma pittrice, Emma amica di García Márquez. È un epistolario, il suo Il libro di Emma (edizioni SUR, il titolo originale della prima edizione italiana era il riuscitissimo Non sapevamo giocare a niente), ventitré lettere che indirizza all’amico German Arcienegas, delicate e impetuose. Una preghiera laica che perdona tutti e a tutti chiede perdono. Nella prefazione della nuova edizione la bravissima Teresa Ciabatti ricorda i racconti dei Grimm. Emma, come Hansel e Gretel, come Cappuccetto Rosso, destinata a crescere in un futuro che non conosce narrazione. Cappuccetto rosso è diventata una cacciatrice esperta, Hansel e Gretel proprietari di un negozio di dolciumi. Supposizioni, sogni, speranze

Sur edizioni, euro 15.

Emma Reyes è nata a Bogotà, allevata da matrigne e levatrici dispotiche e autoritarie, per quindici anni ha vissuto dentro le mura di un convento da cui è uscita che di anni ne aveva diciannove. Si è trasferita in Argentina, dove si è sposata e ha avuto un bambino, ucciso da un gruppo di uomini entrati in casa sua. Lascia l’Argentina per volare in Francia a Parigi. Lì comincia a dipingere. Dicono che nessuna come lei riesca a ritrarre le lotte che un uomo deve affrontare nella vita

Nessuna supposizione, questa è una storia vera.

In copertina: un ritratto fotografico di Emma Reyes. Credit: www.sudouest.fr.
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