“Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”. Questo è il ruolo che buona parte della società, gentil sesso compreso, affibbia alle donne straordinarie della storia. Sembrerebbe donare enorme dignità a donne del calibro di Jackie Kennedy o di Paolina Bonaparte, se non che poi alla storia ci passano solo i loro amanti o mariti. Peggio ancora, per il sesso debole è difficile passare alla storia per meriti personali: solitamente si ricorda il suo pari maschile.

Durante le lezioni di storia dell’arte, infatti, quasi nessuno parla di Artemisia Gentileschi, prima pittrice italiana. Artemisia fu la prima che sfidò la società d’inizio ‘600 appassionandosi talmente tanto alla pittura da farla diventare il proprio lavoro. Rimanendo presto orfana di madre, iniziò a passare le sue giornate presso lo studio del padre Orazio, pittore d’impronta caravaggesca. Contro le convenzioni di quel tempo, fu proprio suo padre ad appoggiarla, tanto che chiese al suo amico e pittore Agostino Tassi di prenderla sotto la sua ala.

Il Tassi accettò, ma dopo poco tempo s’invaghì della giovane Artemisia che, purtroppo per lui, continuava a rifiutare le sue avances. Tassi finì così per violentarla umiliandola agli occhi della società del tempo. Secondo la legge d’allora, si offrì di sposarla per salvarla dalla pubblica gogna, anche se in realtà voleva solamente evitare la denuncia. La nostra Artemisia, tuttavia, scoprì che Tassi era sposato e decise di denunciarlo. In modo non molto diverso da quello che succede tutt’ora, la malcapitata venne però additata come una donna dai facili costumi ed umiliata con verifiche ginecologiche riprovevoli. La sottoposero anche alla tortura pur di farle confessare che si era inventata tutto. Artemisia però non gli dette questa soddisfazione e il Tassi venne condannato. Tuttavia, la sua pena non venne mai scontata perché godeva del favore delle famiglie benestanti dell’aristocrazia romana. Anche questo ricorda qualcosa che accade tutt’ora, non trovate? Quante ragazze sono ancora costrette a sentirsi colpevoli anziché vittime di uomini senza scrupoli?

Artemisia Gentileschi- Susanna e i vecchioni

La maggior parte delle sue opere riprendono episodi biblici che vedono protagoniste donne tenaci e determinate che prendono in mano la loro vita per rivoluzionarla. Dalla tela emergono prepotenti i loro gesti risoluti e i loro sguardi pieni di dolore ma fieri. La sua storia entra in ogni filo della trama per uscirne dignificata. A differenza delle donne muscolose e mascoline della terribilità michelangiolesca, Artemisia rende l’essenza della femminilità attraverso forme morbide e dolci, anche se tutt’altro che docili. La Gentileschi fa chiaramente parte della tradizione caravaggesca, ma ha il merito di averla reinterpretata con occhi femminili e quindi, inevitabilmente, con una sensibilità diversa. Tra le sue opere più famose sono annoverate le sue varie versioni di Giuditta e Oloferne. Giuditta era una ragazza semplice che uccise Oloferne che le aveva imposto di giacere con lei per salvare il popolo assiro a cui lei apparteneva. Il dipinto ritrae Giuditta nel momento in cui decapita il nemico senza alcuna pietà per vendicare l’onta subita. La sua rabbia si guadagna il centro dell’azione pittorica divenendone protagonista indiscussa. La storia di questa figura dell’Antico Testamento è sicuramente lo specchio della storia di Artemisia e della speranza, che forse lei nutriva, di essere elevata ad eroina dalla società in cui invece si sentiva prigioniera.

Artemisia Gentileschi- Giuditta e Oloferne

Artemisia dovette trasferirsi a Firenze per sfuggire alla folla infamante e lì dovette sposarsi senza amore con un uomo incapace persino di gestire il suo patrimonio familiare. Il cognome da sposata, perlomeno, le servì per emanciparsi dalla figura ingombrante del padre, per chiudere con il passato e concentrarsi su ciò che la liberava: la pittura. Tuttavia a Firenze, e durante i suoi frequenti viaggi in Europa, conobbe le più grandi menti del 1600 e la sua pittura venne apprezzata persino da Carlo I d’Inghilterra che la volle alla sua corte. Forse per la prima volta la capacità tecnica aveva surclassato la vicenda personale di un’artista.

I mecenati reclamavano i suoi quadri, le sue opere sono ancora oggi esposte nei migliori musei europei, eppure quasi nessuno sa della loro esistenza. La sua vita è avventurosa e tormentata al pari di quella di Caravaggio, Michelangelo o Leonardo, ma il suo talento è pressoché sconosciuto. I suoi quadri sono quelli che ignoriamo mentre passeggiamo nelle sale delle pinacoteche, tesi ad arrivare nella sala con il “pezzo forte”, sia esso un Picasso o un Raffaello. Quante storie sono intrecciate fra le trame di quelle tele, sotto quello strato di pittura ad olio a cui dedichiamo solamente un colpo d’occhio?