Critica d’arte, collezionista, organizzatrice di mostre, ma anche anima intellettuale del primo fascismo e amante del Duce. Femminista ben oltre il pensiero femminista dell’epoca, insofferente al perbenismo borghese, affascinata dal pensiero di Ruskin, Marx e Kropotkin, indipendente e dall’animo libero. Si fatica a credere che Margherita Sarfatti, nata Grassini, abbia sposato, seppur solo in un primo momento, la causa fascista. Eppure della sua biografia, ciò che resta alla storia è quell’ombra nera che la lega a doppio filo a un Benito Mussolini di cui proprio lei favorirà l’ascesa. Ma c’è un’altra Margherita, figura chiave nel panorama culturale del XX secolo, di cui va riscattata la memoria e che due mostre contemporanee e congiunte, (fino al 24 febbraio, catalogo Electa), al museo del ‘900 di Milano (curata da Anna Maria Montaldo e Danka Giacon) e al Mart di Rovereto (curata da Daniela Ferrari), vogliono raccontarci.

Margherita Sarfatti a bordo del Golden Ray. 1930. Mart Archivio del ‘900, Fondo Sarfatti

Nata e cresciuta da una ricca e colta famiglia ebrea nella Venezia bene di fine ‘800, nonostante le pressioni paterne, si dedica al giornalismo acquisendo ben presto, grazie alla sua penne tagliente e ai suoi articoli fuori dagli schemi, una certa fama negli ambienti socialisti della laguna. Forse per ritagliarsi spazi di libertà lontani dalla famiglia, forse per amore, ancora minorenne sposa l’avvocato Cesare Sarfatti, ne assume il cognome e lo userà per il resto della vita:

A tredici anni m’innamorai della pittura, a quindici di un’idea, a sedici di un uomo: a diciassette anni sposai nello stesso tempo le Lettere, le Arti, quest’idea e quest’uomo

All’alba del nuovo secolo si trasferisce insieme al marito a Milano, città cosmopolita e meta di intellettuali e artisti. In questo contesto in piena evoluzione riesce a ad emergere nell’élite intellettuale: apre ogni mercoledì il suo salotto in Corso Venezia a personalità di spicco del mondo dell’arte e della politica, ma soprattutto frequenta i salotti che contano, come quello di Turati e Anna Kuliscioff o la “Casa Rossa” di Marinetti. E sarà proprio a casa del padre del Futurismo che Margherita incontrerà quello che allora le sembrò, ingenuamente, un politico rivoluzionario: Benito Mussolini.

Nel frattempo la sua fama come giornalista e critica d’arte cresce e la Sarfatti si afferma a tal punto in un settore fino a quel momento prerogativa maschile che diventa protagonista indiscussa del suo tempo: musa, ispiratrice e mecenate, Margherita diventa artefice del successo di diversi artisti. Il suo salotto viene frequentato da Boccioni, Pirandello, Bacchelli, Panzini, Piacentini, E. Duse , Marta Abba e dopo la guerra, anche da Sironi, Funi, Carpi, Arturo Martini, Medardo Rosso, Carrà.

Ritratto di Margherita Sarfatti, Mario Sironi (1916-17)

Nasce il movimento del “Novecento” in cui avrà un ruolo dominante e che le farà prendere le distanze dalle sue vecchie compagne socialiste. Se per queste, infatti, l’emancipazione femminile si riduceva alla battaglia per il diritto al voto, Margherita va oltre sostenendo che le donne non devono essere tutelate, ma devono acquisire coscienza di sé e allontanarsi dallo stereotipo che le vuole solo mogli e madri. Nonostante i tempi non siano ancora maturi per i suoi ideali femministi, Margherita incanta tutti con la sua ars oratoria e viene scelta da Mussolini come mentore e guida intellettuale (spin doctor ante litteram?).

Catalogo della Seconda mostra del Novecento italiano, Milano Palazzo delle Permanente, 1929. Mart Archivio del ‘900, Fondo librario Sarfatti

Dea ex machina del futuro Duce, Margherita, affina modi e abbigliamento del rozzo figlio di un fabbro romagnolo trasformandolo in un “perfetto” statista. Nei primi anni al potere, Mussolini si fida ciecamente della Sarfatti coinvolgendola in due delle più potenti armi che ha tra le mani: la stampa e la propaganda. Grazie a lei nasce la cosiddetta arte fascista, ma la sua predilezione per il movimento del Novecento diventa motivo di attrito fra i due (o banale scusa per mettere da parte una figura che diventava sempre più ingombrante) fino al definitivo deterioramento del rapporto.

La stella rossa del firmamento fascista si spegne, da lì a poco la guerra e le leggi razziali la condanneranno ad un lungo esilio in Sud America in cui Margherita inizia un lungo lavoro di autocritica e demitizzazione del Duce che, dopo la celebrativa biografia Dux, pubblicata negli anni ’20 ma ormai ritirata dal mercato per volontà di Ciano, confluirà nel lungo memoriale My Fault: Mussolini as I Knew him.

Dopo che Mussolini venne giustiziato, gli italiani volevano dimenticare l’altra donna del Duce: i fascisti perché era ebrea, e gli antifascisti perché lei era fascista; per la famiglia, Margherita era un imbarazzante fardello storico. Il risultato della rimozione collettiva è stato il colpo di spugna sulla vita e il ruolo centrale che lei ha avuto nella storia e nell’arte del nostro Paese”.
Andrea Carancini

Se non è facile separare la figura della Sarfatti da quella del Duce, nonostante tra i due corresse un abisso in termini culturali e ideologi, appare oggi innegabile il ruolo da protagonista che ha ricoperto nel mondo dell’arte: non solo riconosce e promuove il genio e l’originalità di molti artisti del suo tempo, su tutti Bucci, Funi, Dudreville, Marussig, Malerba, Oppi, Sironi, con cui nel 1922 aveva fondato il Movimento del Novecento, ma si occupa in maniera sistematica e per la prima volta nella Storia dell’Arte di tutte quelle mansioni che vengono ricoperte oggi da un moderno critico e curatore. Seleziona gli artisti, ne definisce lo stile, li promuove in casa e all’estero e li aggrega seguendo il filo di un comune denominatore rintracciabile nell’aspirazione all’idealismo e all’eternità con l’obiettivo di stabilire un nuovo primato dell’arte in Italia.

Per saperne di più sulla vita di Margherita Sarfatti non perdete le due mostre in programma fino al 24 febbraio a Milano e Rovereto:

Luogo: Museo del Novecento di Milano / Mart di Rovereto
orari: 9.30-19.30;

lunedì 14.30-19.30;

giovedì e sabato 9.30-22.30

COSTO: intero € 5, ridotto € 3

Sito web: www.museodelnovecento.org

© riproduzione riservata