Una vita incredibile fatta di alti e bassi, di momenti di indigenza e miseria alternati a fasi di prosperità e fortuna: Barbara Comyns aveva una miriade di talenti che, associati ad una generosa dote di audacia e determinazione, le hanno permesso di vivere un’esistenza straordinaria, profondamente difforme dalla maggior parte delle donne a lei coeve.

Nata nel 1907 in un paesino sperduto della contea di Warwick, non lontano dalla celebre Stratford-upon-Avon che diede i natali a Shakespeare, Barbara è stata la figlia di un padre violento e irrequieto e di una madre remissiva e fragile che, dopo aver dato alla luce il sesto bambino, divenne totalmente sorda: la nostra non riuscì a completare gli studi a causa delle difficoltà economiche dei suoi genitori e così, a 24 anni, si sposò e diventó presto madre a sua volta. 

Pochi anni dopo, nel 1935, ebbe il coraggio di divorziare e di trasferirsi a Londra dove svolse diverse mansioni per far fronte alle necessità dei suoi bambini: dall’allevamento di barboncini alla vendita di oggetti d’antiquariato, Comyns mise a frutto molti delle sue capacità e abilità, compresa quella per il disegno che la portò ad affermarsi come illustratrice in ambito pubblicitario.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale la costrinse a lasciare la capitale inglese per trasferirsi nuovamente in campagna e, in questo contesto per lei fortemente evocativo e denso di ricordi, scrisse il suo primo romanzo Sisters by a River, opera fortemente autobiografica. Il libro venne pubblicato in versione ridotta molti anni dopo, nel 1947, sulla rivista Lilliput: il manoscritto presentava diversi errori grammaticali e ortografici ma l’editore non solo scelse di non correggerli ma addirittura ne aggiunse altri, intravedendo proprio in quella scrittura imperfetta un fascino naïf unico e originale.

Nel frattempo Barbara era tornata a Londra e si era risposata: in breve tempo scrisse e pubblicò un altro romanzo, Our spoons came from Woolworths, e da quel momento la sua vena scrittoria cominciò a fluire come un fiume in piena. Alla fine degli anni ‘50, la critica cominciò a prestarle una certa attenzione scorgendo nel suo stile un insolito connubio tra elementi caratteristici della letteratura gotica e componenti assimilabili al realismo magico:  in particolare, Graham Green apprezzò moltissimo il suo quarto romanzo, The Vet’s Daughter, che è certamente molto significativo in questo senso.

Nel bel mezzo di questo momento florido dal punto di vista professionale, Comyns decise di trasferirsi nuovamente, con il marito e i figli, in Spagna dove visse tra Barcellona, Ibiza e l’Andalusia per quasi vent’anni: in questa fase della sua esistenza compose quattro romanzi tra i quali spiccano Out of the Red, into the Blue e Birds in Tiny Cages.

Negli anni ‘70 fece ritorno, infine, in Inghilterra: The Vet’s Daughter divenne un musical e la produzione letteraria di Barbara, ormai anziana, non si fermò ma al contrario proseguì lenta e feconda fino alla fine degli anni ‘80.  Nel 1992 la sua insolita, straordinaria esistenza si concluse non lontano da dove era iniziata, in un piccolo villaggio delle Midlands occidentali.   

Grazie all’editore Safarà, anche il pubblico bibliofilo italiano può finalmente conoscere e apprezzare l’opera di questa straordinaria scrittrice sui generis: la casa editrice, infatti, ha già pubblicato due degli undici romanzi di Comyns, entrambi tradotti da Cristina Pascotto, ovvero “Chi è partito e chi è rimasto” (2018, euro 14) e “La ragazza che levita” (2019, euro 16), considerato dai più come il suo capolavoro.

Il mondo della giovanissima protagonista Alice è più simile a una bottega degli orrori che al paese delle meraviglie carrolliano: il padre è un veterinario burbero e violento che, al momento della morte della moglie, non indugia un attimo nella decisione di allontanare il più possibile da sé la figlia, mandandola a vivere in campagna presso un’anziana signora. 

In questo contesto apparentemente sereno e bucolico, Alice scoprirà presto di possedere un dono decisamente fuori dal comune: la scoperta, che è a tutti gli effetti una rivelazione, si dischiude lentamente davanti agli occhi increduli tanto del personaggio quanto del lettore e assume tratti onirici e orrorifici allo stesso tempo. I capitoli conclusivi si susseguono, impietosi, generando un vortice di terrore e ansia claustrofobica che si dissolve in un finale imprevedibile e decisamente atipico.

“La ragazza che levita” è un libro difficile da collocare: per certi versi, è attinente alla letteratura nera americana di Edgar Allan Poe e di H.P. Lovecraft, per altri ricorda l’horror-fantasy di Angela Carter o la Carrie dell’omonimo romanzo d’esordio di Stephen King; alcuni personaggi poi evocano atmosfere di tutt’altro genere, i cui riferimenti spaziano da Charles Dickens allo stesso Lewis Carroll

È proprio questo stile ibrido, forse, la ragione per cui c’è da augurarsi che tutta l’opera di Barbara Comyns venga pubblicata in lingua italiana: uno stile che riflette la personalità straordinaria e anticonformista di questa autrice che sembra aver vissuto molte vite anziché una sola.

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