La sua pedagogia è nota in tutto il mondo, sono oltre 60mila le scuole che applicano il suo metodo e i casi di bambini e bambine che hanno seguito questo approccio e ottenuto enormi successi si moltiplicano anno dopo anno. Eppure, salvo qualche eccezione nella scuola dell’infanzia, quello di Maria Montessori pare essere un approccio scarsamente presente nel sistema d’istruzione pubblico del nostro Paese.

Le ragioni sono diverse: il metodo Montessori richiede ambienti educativi d’altissima qualità e personale insegnante estremamente qualificato ma il problema più significativo sembra essere costituito da alcune resistenze culturali che riguardano la concezione stessa di educazione nonché i ruoli attribuiti agli attori sociali che operano nei processi di sviluppo tipici dell’infanzia e dell’adolescenza.

L’importanza dell’ambiente per Maria Montessori

Nella pedagogia montessoriana lo spazio dell’apprendimento, i materiali di lavoro e le attrezzature sono fondamentali. Infatti, uno dei pilastri dell’esperienza straordinaria che Montessori ha vissuto e condiviso attraverso conferenze, corsi di formazione e opere scritte, è costituito proprio dall’ambiente in cui si svolgono le attività pedagogiche. Liberante e costruttivo, l’ambiente montessoriano è finalizzato allo sviluppo dell’autonomia del bambino e dell’adolescente. Per questo è importante che sia preparato in modo accurato e gradevole, che sia ricco di stimoli e polifunzionale e soprattutto che sia interconnesso con gli altri ambienti e con il mondo esterno. È evidente che tutto questo ha dei costi significativi ma è altrettanto vero che i risultati sono convalidati scientificamente da molte ricerche.

ambiente d'apprendimento

Fonte immagine: Pixabay.

Il vero ostacolo, tuttavia, sembra essere di tipo concettuale: Montessori riteneva che l’apprendimento e lo sviluppo siano determinati non tanto dallo studio quanto da esperienze di vita significative. Anche in questo caso, si tratta di asserzioni confermate da un’enormità di studi scientifici. Tali esperienze necessitano di un luogo pensato e organizzato a tal fine, in cui le attività siano rese concretamente possibili. Il metodo d’insegnamento prevalente, invece, nella scuola pubblica italiana continua a essere quello della lezione frontale. Questa tipologia di didattica, che ha certamente i suoi pregi, prevede tuttavia che gli apprendenti siano in una condizione di staticità fisica e passività mentale. Lo spazio dell’aula, soprattutto nei gradi superiori di istruzione e formazione, è considerato piuttosto secondario. Al contrario, secondo Maria Montessori – e molti altri studiosi ormai – s’impara soprattutto facendo e interagendo con la realtà. E non solo da piccoli ma a tutte le età.

Il ruolo degli insegnanti 

Secondo Montessori, ciò che più conta in chi assume ruoli educativi è saper creare le condizioni, le attività e i materiali appropriati per favorire l’autoapprendimento. Non sono dunque le conoscenze in quanto tali a costituire la cassetta degli attrezzi di un insegnante montessoriano ma l’attitudine a mediare tra i soggetti in via di sviluppo e il mondo, tenendo in gran conto i bisogni di ogni singolo essere umano che gli è stato affidato. Essenziale è dunque la capacità di elaborare attività sensate, strutturate e reali che favoriscano l’apprendimento spontaneo e che consentano al potenziale individuale di emergere e svilupparsi. Appare evidente che per formare tali figure professionali servono tempo e risorse, oltre che un capillare sistema di monitoraggio e valutazione.

Inoltre, empatia, chiarezza espositiva, creatività e capacità di osservazione non sono doti facilmente misurabili: reclutare insegnanti di questo tipo attraverso il classico concorso pubblico di tipo nozionistico pare improbabile. Ecco allora che, nella dinamica dei grandi numeri della scuola italiana, tali abilità, indispensabili per poter insegnare secondo Maria Montessori, passano in secondo piano.

C’è poi un ulteriore aspetto che ha a che vedere con la concezione culturale di questo particolarissimo mestiere che richiede un vero e proprio talento. L’educazione, infatti per Maria Montessori, è l’arte di suscitare gioia ed entusiasmo per la conoscenza e per il lavoro. Un buon insegnante sa catturare l’interesse dei suoi studenti ed è in grado di far sì che l’apprendimento sia divertente e coinvolgente. 

Bambino corre a scuola

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«Per insegnare bisogna emozionare – sosteneva la dottoressa di Chiaravalle – molti però pensano ancora che se ti diverti non impari». E, a quanto pare, anche dopo decenni, poco è cambiato nella mentalità comune.

Un’antropologia pedagogica che mette al centro i bambini e le bambine

Maria Montessori credeva fermamente nella capacità dei bambini e delle bambine di autoapprendere grazie alla mediazione degli adulti. La sua metodologia è centrata su di loro, sulle loro necessità e sulle loro doti innate. Sono loro, a tutti gli effetti, i protagonisti del processo educativo: sono loro, insomma, i veri maestri. Ecco perché l’autonomia e l’indipendenza nelle diverse fasi di educazione e formazione vengono considerate essenziali. Osservandoli e domandandosi costantemente cosa suscita il loro interesse, è possibile attivare percorsi d’apprendimento realmente significativi.

La tendenza prevalente nella scuola italiana è invece quella orientata all’insegnante. Si tratta di un problema culturale prima ancora che educativo. Montessori lo descrive egregiamente raccontando la sua stessa esperienza di educatrice: «io cominciai la mia opera come un contadino che aveva messa da parte una buona semenza di grano e al quale fosse stato offerto un campo di terra feconda, per seminarvi liberamente. Ma non fu così. Appena mossi le zolle di quella terra io vidi oro invece di grano, le zolle nascondevano un prezioso tesoro. Io non ero il contadino che avevo creduto di essere: io ero piuttosto come lo sciocco Aladino che aveva tra le mani senza saperlo una chiave capace di aprire i tesori nascosti.».

Il maestro e la maestra montessoriani sono scopritori di talenti, costruttori di esperienze e facilitatori di apprendimenti. Costoro accompagnano i processi di sviluppo, sono angeli custodi che vigilano sui piccoli, scegliendo a volte anche di non intervenire di fronte ad ostacoli e fallimenti. Maria Montessori afferma che “dare lezione” non coincide con il trasmettere conoscenze bensì con la capacità di “illuminare” – è proprio questo il termine che usa nel saggio “La scoperta del bambino”- l’apprendente affinché sia in grado di trovare da solo la propria strada.

Pioniera dei diritti delle donne e precorrittrice di teorie e pratiche avanguardistiche, Maria Montessori è senza dubbio una delle figure più importanti del Novecento. Le sue istanze sono ormai convalidate  dalle scienze psicologiche e neuro-cognitive e il suo metodo è diffuso a livello mondiale. Sarebbe davvero il caso, dunque, in occasione dei 150 anni dalla sua nascita, di fermarsi a riflettere. E ripensare, dalle fondamenta, il sistema scolastico italiano.

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