di Virgina Zettin

Nato a Udine 26 anni fa, il giovane pianista e rivelazione del jazz Emanuele Filippi ha lasciato ben presto il suo amato Friuli per poter coltivare al meglio a sua passione per il jazz a New York, dove ha avuto l’onore di poter collaborare con grandi nomi del panorama internazionale e di pubblicare il suo primo album “Polyphonies”. Sapete però qual è il suo principale consiglio? Di non smettere mai di studiare. E di farlo con umiltà.

Quando è nata la tua passione per la musica?

Sin da bambino sono stato attratto dalla dimensione del suono. Chiedevo in continuazione ai miei genitori di comprarmi dischi, di qualsiasi genere: classica, orchestre, pop, italiana, di tutto. All’età di otto anni mi regalarono il mio primo strumento: una piccola tastiera. Così iniziai a prendere delle lezioni e, un paio di anni dopo, entrai al conservatorio di Udine, dove ho conseguito il diploma di pianoforte classico.

Quando hai deciso che avresti voluto fare della tua passione il tuo lavoro?

L’ho deciso in quinta superiore, momento in cui tutti più o meno siamo portati a fare una scelta. Per me quello è stato anche il momento in cui ho scoperto il jazz. Mi ha subito attratto, soprattutto per il suo modo di approcciarsi alla musica basato sull’improvvisazione, che sento tutt’oggi più mio rispetto al riprodurre un repertorio di pezzi già scritti. La mia scelta fu incentivata dalla scoperta dell’esistenza della facoltà di Jazz al Conservatorio di Udine, dove mi sono laureato. Si è rivelata una scelta molto azzeccata.

E a New York come ci sei arrivato?

Nel periodo del Liceo avevo già iniziato a suonare in diversi gruppi dei generi più svariati: pop, rock…insomma le classiche esperienze musicali da liceale, che ricordo con grande affetto. Negli anni universitari poi, ho partecipato a numerosi concorsi e progetti tra cui la Udine Jazz Big Band, una mia creazione. Ho iniziato inoltre a girare l’Italia per frequentare vari festival jazz e i loro seminari, in cui insegnavano insegnanti da tutto il mondo, in particolare da New York. Essere entrato in contatto con queste star del jazz contemporaneo sicuramente ha stimolato la mia voglia di proseguire questo percorso ed esplorare il suo cuore pulsante, a New York appunto, dove ho deciso di trasferirmi stabilmente un anno fa, quando sono stato ammesso a un Master del City College.

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Trasferirsi negli Stati Uniti è stata una scelta obbligata?

No, ma è stata una scelta molto sentita. È una città da cui però sono stato attratto non appena ho conosciuto l’esistenza della sua realtà jazz e della sua fervente attività, musicale e artistica in generale. È la capitale mondiale del jazz e non solo.

Quanto è difficile per un giovane farsi strada nel panorama musicale in Italia oggi?

Dipende molto dal genere e da molti altri fattori. Dal canto mio, sto cercando di promuovere dei miei progetti all’interno di un network di persone che ho coltivato negli ultimi anni. La promozione è fondamentale, ma come in tutti i settori di mercato.

E a New York?

La realtà di New York è sovrappopolata di musicisti di altissimo livello. Quindi, anche se ci sono più opportunità, paradossalmente, è più difficile emergere. Ci vuole più tempo perché la concorrenza è molto alta. Ogni volta che esci vai a sentire dei musicisti pazzeschi.

Tante le tue soddisfazioni ottenute negli ultimi mesi, dalla pubblicazione del tuo album “Polyphonies” al tour in Italia.

Lo scorso dicembre ho presentato il mio primo album a Udine assieme ad alcuni dei musicisti coinvolti in questo progetto. È stata una bellissima serata con un pubblico numerosissimo. Le vendite dei dischi sono andate davvero bene ed è stata una grandissima soddisfazione. Lo stesso vale per il tour che è partito da Trieste e mi ha portato anche in Veneto e fino al Centro Italia. Ci ha dato enormi soddisfazioni. È bello presentarsi davanti pubblici che non ti conoscono, proporre la tua musica e vedere che viene apprezzata.

Che cosa hai provato a tornare nel tuo Paese natale?

È bello tornare e condividere cosa si ha appreso in un’altra realtà come quella di New York.

Quanta New York c’è nel tuo nuovo album?

Un po’, ma non moltissimo ancora, perché alla gran parte dei pezzi avevo iniziato a lavorarci già prima del mio trasferimento. Ma il progetto l’ho completato qui New York, dove avevo già iniziato a presentarne una parte, suonando con dei musicisti della scena newyorkese ancor prima della pubblicazione del disco. Sicuramente quella è stata un’esperienza che ha avuto un riscontro sulla mia musica, ma il disco nasce dall’idea di riunire tutti lavori che avevo fatto in Italia. Ecco perché nel mio tour di presentazione ho voluto coinvolgere tutti musicisti italiani – friulani e non – con cui avevo collaborato negli ultimi anni. E c’è da dire che in Italia ci sono moltissimi musicisti di alto livello, anche tra i giovani.

Torneresti in Italia stabilmente?

Domanda difficile. Sì, ci tornerei. Sicuramente è una delle opzioni, ma al momento non saprei dire null’altro a riguardo. Quel che è certo, per ora, è che starò a New York ancora per un po’ di tempo. Un anno è davvero poco per viverla a fondo. E le opzioni per il dopo sono tante. Ma, nonostante tutto, l’Italia resta uno dei Paesi dove si vive meglio.

Forte dell’esperienza americana, cosa consiglieresti a un giovane musicista che vorrebbe partire?

Per quel poco che posso consigliare, perché comunque mi ritengo ancora agli inizi di questa esperienza newyorkese, sicuramente gli direi di essere serio in tutto ciò che fa, di amare la musica e il proprio percorso, di studiare, essere preparato e umile, di mettersi in gioco senza paura ed essere aperto a tutti gli stimoli che può ricevere, ad esempio con musicisti più esperti, ma sempre con grande umiltà. Sono esperienze che fanno crescere.

E a uno che vuole provare a rimanere, invece?

I consigli non cambiano, soprattutto per quanto riguardano la serietà e l’umiltà. Però a chi rimane consiglierei di non rimanere troppo, di cercare di fare almeno qualche viaggio esplorativo ogni tanto. E uscire un po’ dalla propria comfort zone. Sono proprio le esperienze di sfida che ti fanno crescere.

In generale, ora che la osservi da Oltreoceano, come ti appare la situazione italiana?

Musicalmente la situazione italiana attuale è veramente di alto livello. Ci sono grandi musicisti di tutte le età. Le scuole di jazz stanno facendo un grande lavoro. Stanno nascendo delle bellissime realtà musicali in molte città, come Firenze e Bologna, ad esempio. E soprattutto tra i musicisti giovani vedo molta passione e molto amore, molta voglia di fare con umiltà. Ho buoni presentimenti per il futuro della musica italiana. Almeno per quanto riguarda l’entusiasmo e la creatività.

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