Chiudete gli occhi. Immaginatevi, in sottofondo, lo sfavillante «Ooh-OH-Oh» cantato da Raf nella sua «You take my self control». Vi verrà spontaneamente di ballare, cullati dall’entusiasmo che le cose non potranno che migliorare, illuminati da quella psichedelica palla stroboscopica che gira sopra le vostre teste. Ma ecco che, nel bel mezzo di questa estasi di placido ottimismo, venite risvegliati da una sberla dritta in faccia e vi ritrovate sommersi nel «Ballo delle Incertezze» di Ultimo.

Un bello shock vero? E non stiamo parlando della qualità della musica, ma degli antitetici sentimenti che queste esibizioni emanano. Dalla certezza che tutto va e andrà bene all’inquietudine della precarietà. Ecco, la musica – come il cinema e la letteratura – non si evolve in modalità casuale come la riproduzione di Spotify, ma segue il corso degli eventi che segnano la società di cui parla. Questo scioccante sbalzo musicale è uguale, in fondo, a quello che hanno vissuto sulla loro pelle i cosiddetti millenialche brutta parola non trovate? Siamo persone, non computer! – figli o nipoti di quegli inebrianti anni ’80 della Milano da Bere, cresciuti cavalcando il passaggio tra il vecchio e nuovo millennio con la convinzione – come gli insegnavano a casa e a scuola – che gli sarebbe bastato studiare per avere successo nella vita e che con l’euro avrebbero «lavorato un giorno di meno guadagnando» come se avessero lavorato «un giorno in più». E loro, da bravi, hanno studiato, si sono impegnati, ma poi… bam! Gli è piombata addosso la crisi economica del 2008 che ha mandato in frantumi tutti i loro sogni e i loro sacrifici. 

Sono passati ben undici anni da quello schianto epocale. Eppure in Italia pare non siamo ancora riusciti a rialzarci. Checché ne dicano i freddi e impersonali dati statistici, le condizioni dei lavoratori – dai riders (con una laurea in tasca) pagati a cottimo agli stagisti non retribuiti che la sera fanno i camerieri per mantenersi – sono da pre Rivoluzione industriale. Come lo è la paura di raccontare la propria condizione di semi-sfruttamento e incertezza, per timore di perdere anche quel poco che si ha. E che senso ha quindi farsi sentire, raccontare la propria storia, manifestare per i propri diritti se poi si rischia solo di rimetterci e tanto nulla cambia? Piuttosto, a questo punto, meglio cercare fortuna altrove, tanto ora spostarsi è molto più facile. È così che, da dieci anni a questa parte, stanno aumentando drasticamente i numeri degli italiani che emigrano all’estero in cerca di condizioni di vita e di lavoro migliori. Sì, emigrano, avete letto bene: chiamiamo le cose come con il loro nome, perché anche la lingua vuole la sua parte. Soprattutto in un’epoca come questa in cui lo storytelling è tutto. E, se permettete, “expat” sa molto di eufemismo edulcorato usato per eludere la realtà per quello che è.

Ma finalmente, in questo storytelling qualcosa sta cambiando. Qualcuno sta dando voce a questi giovani – e meno giovani – precari, emigrati o qualunque sia la loro condizione. E, soprattutto, qualcuno di loro sta prendendo il coraggio di raccontare la propria storia in prima persona. Come i tanti professionisti italiani che stanno mettendo in pratica le proprie competenze all’estero, protagonisti di “Italia addio, non tornerò”, un docufilm intenso nella sua schiettezza, a cura di Barbara Pavarotti e prodotto dalla “Fondazione Cresci per la storia dell’emigrazione italiana” di Lucca, mandato in onda lo scorso 1º maggio su Focus, canale 35, in seconda serata.

Le storie di Sara, Giovanni, Filippo, Irene, Edoardo e Valeria partiti per l’Australia, Londra, l’Estonia, Los Angeles e Monaco (solo alcuni dei giovani intervistati e tra i 350.000 con cui l’associazione è entrata in contatto nell’ambito di questa ricerca), sono tutte legate da un triste filo rosso che potrebbe virtualmente unirle anche anche alle nostre. Sono partiti dall’Italia dopo anni di lavori – anzi lavoretti – precari, saltuari, sottopagati e sotto qualificati. Hanno lasciato il loro Paese non a cuor leggero, si sono integrati in un’altra cultura non senza difficoltà, ma ce l’hanno fatta. E ora, pur con la nostalgia di chi è costretto a vivere lontano dalla propria terra e dai propri affetti, affermano di non voler tornare indietro in quel Paese che li ha traditi – dove per andare avanti servono più le conoscenze che le competenze. Perché lì, dove sono, possono invece esprimersi al meglio. E lo raccontano con quella luce negli occhi tipica di chi è soddisfatto della propria vita. La stessa che in molti italiani oggi non si vede più.

Un documentario, questo, da vedere e rivedere. Anzi da far vedere. Nelle scuole magari. O nelle sezioni dei partiti che dicono di volerci dare le soluzioni. Un documentario che, finalmente, è andato in onda in tv proprio nel giorno della Festa del Lavoro. E che verrà replicato anche domenica 12 maggio alle ore 17:00 e lunedì 13 maggio alle 9:45. Da non perdere, anzi da prendere come esempio per inchieste future.