È uno dei termini che si utilizzano di più. Durante il giorno, la parola “io” risuona in quasi tutte le frasi che pronunciamo. Due lettere con le quali ognuno di noi esprime i propri desideri, le proprie delusioni, i progetti, le speranze, le azioni più disparate, le sensazioni fisiche, le malattie, i piaceri, i piani, il risentimento, la tenerezza, la preferenza per il gelato al pistacchio o l’avversione per i broccoli. Da sempre, l’uomo ha legato questa parola così breve alla lunga moltitudine dei propri stati d’animo: apparentemente nulla si può compiere senza.

La situazione è resa poi paradossale dal fatto che tutti utilizzano la medesima parola. L’intimità più irriducibile, la nostra esistenza così unica e singolare, è legata ad un termine che non abbiamo mai scelto né coniato e di cui tutti si servono nello stesso identico modo.

Nulla è meno personale di questo pronome “personale. L’esistenza alla quale si riferisce, da un punto di vista linguistico, resta perfettamente intercambiabile.
Ma esiste questo “io” in natura? Se sì, come scovarlo? Come riconoscerlo?

Renato Cartesio

Il filosofo Descartes (Fonte: wikipedia.org)

Ridurlo al corpo è fuori discussione: tant’è che possedere un corpo mutilato non lo rende meno “mio”. Ridurlo al pensiero è rischioso: cogito ergo sum, penso dunque sono, diceva Cartesio. Tuttavia il pensiero è solamente un riflesso dell’io: la prova, l’effetto che dimostra la causa. Io non sono il pensiero, io sono colui che pensa: il soggetto di un’azione. E siamo punto e a capo.

Un recente ed innovativo studio di Matthias Piscedda ci porta a chiederci se l’io non possa essere in qualche modo ricondotto ad uno stile, al modo con il quale lo si presenta al mondo, prestando così anche se stessi ad altri, innovativi, modi di pensare e ripensarsi. Vestire l’io non significherebbe più, dunque, cercare di scovarne da qualche parte le radici, ma studiare proprio i suoi effetti: i caratteri, gli stili, le mode, che vanno di pari passo con lo sviluppo della personalità stessa.

A mio avviso, potrebbe essere a questo punto curioso e stimolante riflettere sul ruolo dell’attore. Come descrivere l’io di colui che recita? L’attore ha una personalità così labile da poter essere di volta in volta “violentata” o sostituita da quella dei personaggi che interpreta? Oppure la sua personalità è tanto forte da poterne interpretare altre mille rimanendo sempre se stesso?
E dove si colloca, ancora, questo se stesso?

Max Stirner

Il filosofo Max Stirner (Fonte: wikipedia.org)

Max Stirner, nella sua opera L’unico e la sua proprietà (1845), cercò di dare una definizione il più precisa e puntuale possibile della libertà individuale, sulla scia di quell’egoismo etico che ne caratterizzerà tutta la riflessione successiva.

“Uno può liberarsi da molte cose, anche se non da tutto. Ma interiormente l’uomo può essere sempre libero, pur vivendo in condizione di schiavitù. Chi è schiavo non può certo liberarsi dalla frusta, dal temperamento imperioso del padrone, eccetera. Ma si è liberi sempre da ciò di cui ci si è liberati, padroni di ciò che è in nostro potere, di ciò che possiamo. Mio lo sono sempre, in qualunque momento e circostanza, se so mantenere il possesso di me stesso e non rinunciarvi in favore di altri. In ogni momento, la realtà scava solchi nella mia carne. Ma mio rimango”

Per spiegare meglio l’egoismo etico di Stirner possiamo prendere ad esempio la famosa regola che determina ogni nostra permanenza su un qualsiasi volo di linea: l’adulto deve indossare la sua maschera di ossigeno prima di metterla anche al bambino.

Lo stato di ipossia (proprio di un organismo privato di ossigeno) porta in pochi secondi ad un deficit cognitivo impressionante: non riusciamo, detta semplicemente, a ragionare come si deve, a compiere azioni ritenute solitamente di una semplicità disarmante ed intuitiva. Mettere in salvo qualcun altro, ad esempio. È dunque necessario indossare la maschera dell’ossigeno per primi, in modo da farla poi indossare anche al bambino, il quale non è ancora in grado di mettere in salvo l’adulto nello stesso modo.

Maschera ossigeno

Fonte: ilpost.it

Ecco allora che l’egoismo etico stirneriano è anzitutto una sorta di individualismo caratterizzato primariamente dall’amore per se stessi e, di riflesso, anche per gli altri, quali facenti parte del consorzio umano. Un individualismo sinceramente privato da qualsivoglia volontà di arrecare danno al prossimo. Stirner non era infatti un solipsista esasperato, come molti hanno detto e scritto. “Lo stato primitivo dell’uomo non è l’isolamento o la solitudine, ma la società” ammise infatti. Per vivere in società, tuttavia, l’uomo ha il diritto primario di conoscere se stesso, il proprio io, e di amarne i connotati.

Mi sono dunque recentemente persuasa che trovare qualcosa, nella vita, da amare profondamente significhi in qualche modo trovare se stessi, questo io tanto agognato. Mi sono persuasa che questo significhi tornare a casa, finalmente. E casa è quel qualcosa di talmente radicato in noi da porsi alle fondamenta del nostro stesso esistere.

Ciò che amiamo profondamente, la nostra passione, il nostro talento, è radicato in noi esattamente come le fondamenta di una casa sono radicate nel terreno dove essa si erge. Votarsi a quella passione e a quel talento significa amarlo anche quando falliamo miseramente nel perseguirlo: amare quella passione oltre la possibilità di fallire mentre la mettiamo in pratica. Amarla più del nostro stesso ego, il che significa letteralmente amarla più del nostro stesso io, più di noi stessi. Ecco allora che “io” si colloca forse da qualche parte nei dintorni di questa passione o di questo talento. Ma dove, esattamente? Ancora una volta, siamo punto e a capo.

Potremo persuaderci che l’io si trovi nell’intesa fra i nostri genitori, la stessa intesa che un giorno ci ha creati. Oppure nel vento della sera, che soffia rispondendo al posto nostro ad una domanda lasciata in sospeso da tempo. Possiamo credere che l’io stia nel nostro pensare primariamente a noi stessi per poi pensare agli altri. Oppure nel non pensare mai agli altri, che si arrangino, il loro “io” già ce l’hanno (ma ricordiamoci sempre di Stirner e dell’ossigeno in aereo). Possiamo pensare che l’io si riveli nell’emozione con cui facciamo le cose che ci piacciono. Oppure nelle caratteristiche innate che sentiamo pulsare dentro di noi: la rabbia, il senso dell’umorismo, l’ordine nel disordine.
Possiamo persuaderci, credere e pensare a tutto questo.

Ma alla fine, comunque sia, la domanda è forse un’altra. Non più come scovare o come riconoscere questo “io” perduto, quanto piuttosto quale influenza può avere, sulle nostre esistenze, l’impossibilità di rintracciarlo per davvero.

Immagine in evidenza: saturnino.farandola on Foter.com
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