Che cosa racchiude in sé di insolito un nome che si conosce, ma che non si può mai riferire a se stessi senza sentirsi un altro? Perché questo, in definitiva, è il nome proprio. Evidentemente, sono soltanto gli altri che ci chiamano per nome: noi, abitualmente, non ci chiamiamo mai.

Si tratta di un paradosso della lingua, per certi versi: mi chiamo Monica, ma non mi chiamo mai. Chiamarsi è un verbo riflessivo nella teoria, ma non lo è assolutamente nella pratica. Il mio nome riflette me stessa ma, quando chiamo, non sono mai io l’oggetto dell’azione. Chiamo sempre qualcun altro, la persona che sto cercando e che voglio mi senta. Chiamarsi è pertanto un verbo che mischia dentro e fuori, richiamo e ascolto, senza soluzione di continuità. Eppure, a volte, sapersi chiamare e sapersi rispondere e un’azione di fondamentale importanza.

Robert Levy

Robert Levy (Fonte: cato.org)

Negli anni Sessanta del secolo scorso, l’antropologo e psicoterapeuta statunitense Robert Levy condusse uno studio sull’isola di Tahiti. Voleva tentare di capire il motivo che stava alla base dell’anormale, spropositato tasso di suicidi dei suoi abitanti.

Le sue analisi trovarono ragione linguistica nella parola ipocognizione. Un termine che non significa esser sprovvisti di nozioni culturalmente valide, ma che indica invece la condizione di essere condannati a conoscere meno, ad essere meno consapevoli perché sprovvisti di parole. Sconcertante fu ciò che Robert Levy scoprì della lingua tahitiaca.

Dotata di ogni parola, persino la più minuziosa, per indicare il “dolore del corpo”, il linguaggio degli abitanti era però sprovvisto di parole per indicare il dolore dell’anima, dalla più banale tristezza passeggera fino alla malinconia profonda, all’angoscia, alla colpa, alla rabbia. Pertanto, provando un dolore insopportabile ma non sapendolo esprimere a parole, gli abitanti di Tahiti, privati di mezzi linguistici idonei a dire quanto soffrivano e ad elaborare i propri stati d’animo, sceglievano di togliersi la vita, sopraffatti.

Tahitiani in una stanza

Paul Gaugin, “Tahitiani in una stanza”, 1896 (Fonte: arte.it)

Chiamare, chiamarsi per nome l’un l’altro e saper dire il nome di ciò che siamo dentro ha esattamente questa importanza: impedire la morte, ingannarne se non altro le implicazioni, richiamando la presenza delle cose e delle persone anche nella loro ineludibile assenza. “Mamma mia!” urliamo quando siamo in pericolo, sorpresi o presi da un improvviso timore per qualcosa. Un richiamo a qualcuno, alla nostra mamma che probabilmente, in quel momento, non c’è, ma la cui presenza nella parola ci dà quel conforto di cui necessitiamo.

L’eccesso di nomenclature e parole, tuttavia, può anche provocare esattamente il risultato opposto, uccidendo la realtà stessa. Da bambini, sarà successo a molti di ripetere più volte il nome di un oggetto qualunque, rendendolo in pochi istanti privo di qualsivoglia significato, desimbolizzato, mellifluo e spigoloso. La parola ripetuta può infatti inaridirsi e frantumarsi, diventando un involucro sonoro privo di senso.

È così nel caso dell’abitudine a dire parolacce che quasi tutti acquisiamo in età adolescenziale, senza nemmeno renderci conto di quanto volgare sia. Magari iniziamo con qualche intercalare che ci sembra trasgressivo e adatto alla nostra voglia di ribellarci e liberarci da catene perbeniste. Ma alla fine ci ritroviamo inghiottiti dalle nostre stesse parole, senza che esse abbiano per noi il benché minimo senso, poste in un discorso.

Accade con le poesie imparate a memoria, per esempio. Chi, nella nenia con cui si trova a ripetere Carducci e il suo Pianto antico, riesce sul serio a visualizzare nella propria mente i fiori vermigli di un melograno verde? Se la poesia (la vita) procede per immagini e sensazioni, le parole insistenti, ripetute allo sfinimento, ne azzerano la portata, trasformando poesia (e vita stessa) in un guscio vuoto.

Gorgia

Gorgia (Fonte: lacooltura.com)

Le cose stanno così anche per il pensatore greco Gorgia:

“Nulla è. Se qualche cosa è, è incomprensibile. Se qualche cosa è comprensibile, è incomunicabile. Anche se le cose fossero conoscibili, infatti, in che modo uno potrebbe manifestarle ad un altro? Quello che uno vede come potrebbe esprimerlo con la parola? E come questo potrebbe venir chiaro a chi ascolta senza averlo provato?”

Per questo, Gorgia liquida il linguaggio come uno strumento di violenza ed inganno, prezioso all’uomo più per tale ragione che per una comunicazione sincera.

Meraviglioso. Curioso. Agghiacciante. Che fare dunque? Ridare nome alle cose attraverso perifrasi ancora più agghiaccianti, ma in grado di intercettarne il giusto significato, come ci suggerisce una recente pubblicità di articoli per la casa? O tentare più verosimilmente di restituire alla voce e alle parole stesse un valore più sincero e conforme alla realtà che descrivono? Questo secondo approccio sembra il più corretto, il più utile se non altro.

Ma il punto focale della questione resta comunque il seguente: una realtà che eccede le parole come nel caso dei tahitiani e una nomenclatura che eccede la realtà come nell’isterilimento lessicale di cui sopra sono entrambi due eccessi da evitare.

Empatia

Fonte: ohga.it

E se è vero, come sostiene Gorgia, che nessuno può capire l’altro se non vive ciò che sta vivendo l’altro, ecco che forse rientra in gioco quella cosa straordinaria e imprescindibile che è l’empatia. Quel mettersi nei panni dell’altro che può farci vedere il mondo, le sue sofferenze, i suoi nomi e le sue parole in modo diverso.

Abbiamo iniziato questo discorso domandandoci che cosa racchiuda in sé di insolito il nostro nome. Quel nome che si conosce alla perfezione ma che non si può mai riferire a se stessi senza sentirsi un altro. La risposta è: proprio quest’altro. Il nostro nome racchiude l’insolita capacità di fare riferimento a noi stessi dal punto di vista (privilegiato) dell’altro. Suggerisce quasi la possibilità di sostare presso tale punto di vista, quel tanto che basta per vedere il mondo da un angolatura diversa, ma non per questo meno vera della nostra.

Riappropriarsi dei nomi di fronte alla realtà, e della realtà di fronte ai nomi, significa raggiungere quel precario equilibrio che ci permette di comunicare con il mondo in maniera sincera. Di capire e di farci capire, anche quando ci sembra davvero impossibile.

Immagine in evidenza: Elio (interpretato da Timothée Chalamet) e Oliver (interpretato da Armie Hammer) in “Call Me By Your Name
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