Lucio Corsi è il giovane cantautore maremmano che pochi anni fa ha raccontato la natura della propria terra in un Bestiario musicale tutto da ascoltare.

C’è la civetta, gatto nero del cielo e sirena del bosco. C’è la lepre, che con un balzo anticipa l’uomo sulla luna, cercando quelle due facce che la terra, tutta d’un pezzo, le ha sempre negato. C’è la volpe, memore di fulmini paterni e luci materne, appesantiti dal tempo, dal vento e dalla gente. C’è l’upupa, punk della foresta alla pari degli alberi e delle galline, mentre il frinire dei calabroni è già musica elettronica. C’è il lupo, nella bocca del quale (che è rifugio per i suoi cuccioli) gli uomini si augurano di cadere, sperando, non che muoia, ma che viva centoventi, mille anni, mantenendoli così al sicuro. C’è l’istrice, fiore mancato di appuntamenti galanti e cimiteri alienanti. C’è il cinghiale, datosi alla macchia come un uragano in corsa, a smussare le forme dei posti che visita. E c’è infine la lucertola, drago adeguatosi suo malgrado ai nuovi spazi dell’uomo.

La copertina dell’album Bestiario musicale (2017) realizzata dai Nicoletta Rabiti, madre di Lucio Corsi (Fonte: ondarock.it)

Come drago potrebbe benissimo esserlo (in un altro pezzo di Lucio, Godzilla) pure la lumaca, se soltanto avesse le ali. Quelle ali che invece l’ingegnere mancò di costruire sull’armatura da sei quintali che doveva impedire all’amico troppo secco di volare via con l’ennesima folata di vento: così la canzone Amico vola via, contenuta nel nuovo album Cosa faremo da grandi?

Un disco che denuncia l’arrivismo sfrenato di chi pone questa domanda a se stesso senza lasciarsi stupire ogni giorno da risposte anche sostanzialmente diverse fra loro. Tante volte siamo incapaci di renderci conto che forse una risposta statica a questa domanda è davvero insignificante se confrontata con l’importanza, quella vera, che riveste per le nostre vite la capacità di reinventarci e di ripartire, senza magari mai raggiungere tutti quei traguardi inizialmente agognati.

Lo sa benissimo (nel pezzo che dà il titolo al disco) il mare, con le mani trasparenti delle onde intente a scolpire le spiagge, portando via ciò che fino a quel momento credevamo essere fondamentale: le conchiglie e le nostre impronte, lavoro di anni spesi imparando a camminare, a cercare strade universali che facessero per noi, salvo poi deviare verso l’ignoto, con la stessa curiosità di barche bianche sotto il sole.

Barche bianche come quella di Ambrogio Fogar nei suoi 400 giorni intorno al mondo. Barche lontane dalla grigia solitudine propria delle grandi città che ci racconta Freccia Bianca, altra canzone dell’album. Quello della metropoli è infatti un tipo isolamento contrapposto ai colori della campagna e della natura già narrati nel Bestiario: colori che, in una solitudine analoga ma diversa, riempiono i vuoti più di quanto facciano, a Milano, i muri o i denti aguzzi delle Alpi innevate, messe lì apposta per affondare l’orizzonte, come le bocche spalancate di orche e balene affondarono le speranze del Surprise di Fogar nel 1978.

Lucio Corsi in un frame del videoclip ufficiale di Cosa faremo da grandi? mentre tiene fra le mani 400 giorni intorno al mondo, il libro forse più famoso di Ambrogio Fogar (Fonte: rivistastudio.com)

Ma per ricostruire un prato, anche quando tutto attorno a noi è grigio (quando le api sono poche e i trifogli troppo soli), basta il sogno: ce lo ricorda Lucio stesso nello splendido video che accompagna Freccia Bianca.

Il linguaggio di Lucio Corsi è etereo, magico, naturale, costellato di metafore e atmosfere fiabesche che descrivono però la realtà, mischiando elementi fatati a coordinate geografiche ben precise, come i luoghi della vita di chi le ha pensate (la Maremma, l’isola d’Elba, l’isola del Giglio, Milano, eccetera). Atmosfere che nei miei studi filosofici ho ritrovato in un pensatore danese dell’Ottocento: Søren Kierkegaard.

Kierkegaard non scrisse mai direttamente favole, se non mescolate alle pagine filosofiche o ai discorsi religiosi, iniziando quasi tutte le volte con l’esplicito attacco del “C’era una volta”. Contemporaneo e conterraneo di Andersen, Kierkegaard se ne differenziò, aspirando ad una propria maniera di scrivere storie e aneddoti: pensosi, amari, talvolta duri, ma sempre permeati da un equilibrio perfetto fra sogno e realtà, registri descrittivi e chimere, narrando così, in tutta la sua paradossalmente semplice complessità, la dimensione esistenziale di ogni creatura, soprattutto umana, ma anche animale o di fantasia.

Ne La rondine e la fanciulla, per fare un solo esempio, Kierkegaard gioca con l’ipotesi di una storia d’amore fra i due, resa in ultima istanza impossibile dall’incapacità della ragazza di riconoscere la rondine amata fra migliaia di altri volatili suoi simili che, agli occhi della stragrande maggioranza degli uomini, sembrano tutti inevitabilmente uguali.

Forse Kierkegaard intendeva denunciare l’incapacità dell’uomo moderno di guardare oltre, di meravigliarsi di fronte ad una natura ormai omologata al pensiero unico da un’umanità che ne relega i contorni in spazi sempre più ristretti, in oasi sempre più difficili da rintracciare. Non lo sappiamo, e forse forzare troppo la mano con Kierkegaard sarebbe improprio.

Di certo, le canzoni di Lucio Corsi ne ricordano un poco lo stile: uno dei suoi primi pezzi s’intitola, tra l’altro, proprio Søren e ci invita a volare via, come farfalle, libere di vivere la loro breve vita. Volare via, buttando nel vento il lavoro di anni e le risposte statiche ad una domanda che deve rimanere aperta e mai definirci del tutto: che cosa faremo da grandi?

L’unica risposta, se c’è, non può che esservi già contenuta: quel che faremo da grandi. Per ora, cominciamo semplicemente a fare, leggeri e liberi da calcoli e aspettative. Come Lucio, che è soltanto al terzo album, ma dalla cui magia voglio ancora lasciarmi stupire.

 

Immagine di copertina: Lucio Corsi
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