Oggi prenderò in prestito i versi di due canzoni, contenute nella mia playlist più recente, per introdurre un argomento filosofico complesso che tuttavia, come la stragrande maggioranza degli argomenti complessi, indaga in realtà qualcosa di piuttosto semplice: guardarsi negli occhi.

“Come sono i tuoi occhi e come cambia l’espressione quando guardi la gente” canta Frisino in Termini.

“Tu stammi vicino, anzi lontano abbastanza per guardarti il viso dalla stanza dei miei occhi, aperti o chiusi non importa, sono occhi quindi comunque una porta aperta” ci dicono gli Zen Circus in L’amore è una dittatura.

Il viso è parte integrante dell’aspetto di ciascuno, e la filosofia si è spesso interrogata sul significato di una semantica del volto che fosse il più completa ed esaustiva possibile. Le riflessioni che ne sono derivate ci consentono di chiarire un’ovvietà: il volto è tale sostanzialmente per la sua espressione, la quale si concentra a sua volta nello sguardo, negli occhi.

In arte, un volto senza occhi ci trasmette trasversalmente una sensazione di angoscia e di impotenza difficile da replicare in altre situazioni della vita: quasi come se chi abbiamo di fronte non possa in alcun modo comunicare con noi l’oceano di emozioni che lo anima dentro. Un volto senza occhi ci appare irrimediabilmente monco, vuoto di una mancanza intangibile.

Amedeo Modigliani, “Ritratto di donna con cravatta nera”, 1917 (Fonte: wikipedia.org)

C’è un filosofo in particolare che ha prodotto pagine intere riguardanti il volto e lo sguardo: sto parlando di Emmanuel Levinas. Tre elementi meritano di essere sottolineati per quanto concerne il suo pensiero: il rovesciamento dell’intenzionalità dello sguardo, l’infinito insito nello sguardo e la specularità dello sguardo.

Il volto è ciò che si vede? Non esattamente: fare esperienza dell’altro in questo modo sarebbe come raffigurarselo e basta. Ma quando incontro uno sguardo incontro un’espressione, non una mera raffigurazione: il movimento non va da me che guardo verso la persona che ho davanti, bensì dalla persona che ho davanti (e che si esprime attraverso lo sguardo) verso di me. E siccome pure io mi esprimo, l’altro fa parallelamente la stessa esperienza.

L’intenzionalità si rovescia e la metafora classica dello sguardo come espressione dell’anima ritorna prepotente, con l’idea che in esso si lasci intravvedere l’infinito dell’altro.

Sguardo di sguardo di sguardo: l’incontro diventa un riverbero infinito. Ma ogni incontro, a differenza del riverbero, è asimmetrico. Per Levinas, infatti, la relazione inter-umana è sempre caratterizzata dall’asimmetria: il gioco di sguardi è infinito, ma non esattamente reciproco. Due infiniti che si incontrano sono essenzialmente diseguali, come ogni persona è diseguale rispetto ad un’altra.

Emmanuel Levinas (Fonte: wikipedia.org)

Indagando più a fondo questo aspetto di costitutiva asimmetria, l’incontro con lo sguardo altrui, nudo e vulnerabile, si pone su un piano prettamente etico, quasi come un appello alla responsabilità. Levinas afferma infatti che l’imperativo di ogni sguardo è la voce di Dio che grida all’uomo: “Non uccidere!”. Al di là di qualsiasi implicazione religiosa, quest’affermazione può essere riassunta brevemente nel fatto che ogniqualvolta guardiamo e siamo guardati da qualcuno, riponiamo nell’altro la nostra istanza di vita: il desiderio che abbiamo di esistere e di non essere annientati.

Per spiegare meglio questo concetto, ci viene in aiuto un cantautore che amo e di cui già ho parlato in questa rubrica: Fabrizio De André. Nella fattispecie, mi riferisco ad una canzone che penso tutti abbiano ascoltato almeno una volta nella vita: Il pescatore.

“Venne alla spiaggia un assassino, due occhi grandi da bambino, due occhi enormi di paura, eran gli specchi di un’avventura”

Gli occhi dell’assassino sono grandi, enormi, e si perdono tra passato (“da bambino”), presente (“gli specchi di un’avventura”) e futuro (“di paura”), conservando dunque in sé ogni tempo, l’infinito di uno sguardo.

“Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno, non si guardò neppure intorno, ma versò il vino e spezzò il pane, per chi diceva ho sete, ho fame”

Anche il pescatore dischiude gli occhi, ma non ci è dato sapere che tipo di espressione riservi all’assassino. Sappiamo però che il suo sguardo non è distratto da ciò che lo circonda, come può invece rivelarsi quello del suo interlocutore, vigile come sa esserlo soltanto un fuggiasco. Il pescatore è concentrato solamente sull’espressione dell’assassino, e forse l’asimmetria sta anche in questo: il pescatore com-prende lo sguardo del suo interlocutore e risponde con il più umile dei gesti, sfamare, emblema di responsabilità. L’assassino si limita invece a prendere, non indaga oltre, non guarda e non scruta l’infinito dello sguardo che ha di fronte. Dopo “il calore di un momento”, se ne va via, “di nuovo verso il vento”.

La canzone rimane però sospesa nel suo finale. L’interpretazione degli ultimi versi non è mai stata univoca e lo stesso De André non si è mai pronunciato apertamente a riguardo. Per molti interpreti, l’assassino avrebbe ucciso il pescatore e il “solco lungo il viso come una specie di sorriso” non sarebbe altro che la gola sgozzata del vecchio. Per un uomo che si è assunto la responsabilità di guardare, ve n’è un altro che invece si è lasciato guardare ma non ha guardato: ha ucciso, ignorando l’imperativo categorico che la filosofia di Levinas associa ad ogni volto.

Per concludere, guardarsi negli occhi è una cosa semplicissima, che si riveste di complessità nel momento in cui ci espone ad un pericolo. Quello, tornando alle canzoni da cui sono partita, di “innamorarsi per piangere” (Frisino). O ancora, di subire l’uccisione democratica del nostro amore-dittatura, che invece è fatto, esattamente come i volti e le espressioni per Levinas, “di imperativi categorici ma nessuna esecuzione” (Zen Circus). Ecco allora che guardare per davvero gli occhi dell’altro, in un gesto talmente semplice e lineare, significa anche assumersi il rischio, ben più difficile da accettare, di non venire a nostra volta guardati.

Immagine di copertina: Enkel Dika
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