Il panorama della filosofia del quattordicesimo secolo è assai più ricco e articolato di quel che si pensi. Sono dunque numerose le figure e le tendenze che non possono essere fatte rientrare nella tradizione filosofica classica.

Dante, che non siamo abituati a considerare sotto questa veste, incarna in modo esemplare la figura del filosofo laico in un mondo in cui la distinzione tra laici e chierici era particolarmente marcata: se “chierico”, nella cultura medievale, non indica solo chi appartiene al clero, ma colui che possiede la conoscenza del latino e del sapere, “laico” è sinonimo di illetterato, di persona incapace di intendere il latino, e dunque tagliata fuori dai meccanismi di diffusione e trasmissione della cultura e delle scienze.

Immagine raffigurante una scuola episcopale medievale (Fonte: Wikipedia.org)

Il sommo poeta non faceva parte né del primo né del secondo gruppo, al quale tuttavia si rivolgeva, ponendosi agli interstizi di questa suddivisione per certi versi fittizia.

Vero è, infatti, che alcuni chierici o maestri universitari avevano composto dei trattati divulgativi ad uso e consumo dei laici, com’è altrettanto vero che talvolta furono proprio alcuni laici a farsi promotori e protettori degli studi filosofici. Ma in generale i laici erano di norma esclusi a priori dalla fruizione e dalla produzione di testi squisitamente filosofici.

Dante è forse proprio l’eccezione più significativa a questo riguardo, nella misura in cui concepisce, con il Convivio, un progetto (rimasto peraltro incompiuto) di divulgazione del sapere filosofico rivolto principalmente ai laici, e in particolare a coloro che avrebbero voluto dedicarsi alla filosofia, ma ne erano impediti dalla cura delle vicende familiari o civili.

Dante Alighieri, Convivio (Fonte: abebooks.it)

Questo compito è per Dante una specie di dovere suggerito dallo stesso esordio della Metafisica di Aristotele (vademecum per i filosofi di ogni epoca): “Tutti gli uomini tendono per natura al sapere”.

Se davvero tutti gli uomini desiderano naturalmente conoscere, allora occorre cercare di portare, nei limiti del possibile, del cibo filosofico a tutti, raccogliere ciò che si può prendere dalla mensa dei sapienti (i maestri universitari) e distribuirlo a coloro che a tale mensa non potrebbero neppure accostarsi, per il fatto stesso di non conoscere il latino. Dante sceglie così di scrivere in volgare, per rivolgersi ad un pubblico che diversamente non sarebbe stato in grado di leggere il testo.

Copia romana in Palazzo Altemps del busto di Aristotele di Lisippo (Fonte: Wikipedia.org)

Al di là della componente più strettamente divulgativa (che copre moltissimi ambiti: dalla cosmologia all’astrologia, dall’angelologia all’embriologia, dalla psicologia all’ottica), il Convivio sviluppa alcuni temi fortemente originali per l’epoca, come l’idea che il nostro desiderio di conoscenza sia strutturalmente finito, limitato. Per Dante, l’uomo ha quindi certamente un profondo desiderio naturale di conoscenza, che però esclude determinate realtà ineffabili, di cui può avere soltanto percezione spirituale.

Ciò che più colpisce dell’opera resta, comunque, il modo stesso in cui Dante riprende la perfetta identificazione tra filosofia e felicità, già teorizzata da alcuni filosofi dell’antichità o comunque a lui precedenti (Epicuro fra tutti): la certezza dantesca, cioè, che solo attraverso la filosofia l’uomo si fa veramente uomo, ed è veramente felice. Questa fiducia ci può senz’altro, oggi, apparire un po’ ingenua, ma davvero definisce per certi versi il senso principale di ciò che la filosofia ha significato per un arco di circa diciotto secoli, e inserisce di diritto Dante stesso fra i suoi rappresentati, purtroppo meno ricordati di altri.

Scrive il sommo poeta, in Convivio, III, xv, 3-4:

“E in questo solamente l’umana perfezione s’acquista, cioè nella perfezione della ragione, dalla quale, tutta la nostra essenza dipende. E tutte le altre nostre operazioni – sentire, nutrire, e tutte – sono in funzione di questa sola, ed essa è in funzione di sé e non di altre, così che, perfetta sia questa, perfetta son tutte, tanto che l’uomo, in quanto ello è uomo, vede terminato ogni suo desiderio, e così è beato”

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