Steve Prefontaine fu un mezzofondista statunitense che nell’estate del 1972 partecipò alla gara dei 5000 metri piani alle Olimpiadi di Monaco, dove giunse quarto: niente di così sensazionale, a ben vedere. Ma quella sfida ispirò addirittura due film e rese “Pre” un mito intramontabile. Perché sì, arrivò quarto, ma dopo aver condotto una gara leggendaria, dettando con una forza e un ardore incredibili il ritmo di tutti, dal primo all’ultimo giro. Quell’ultimo giro che gli si rivelò fatale: sul rettilineo finale perse tutto, irrimediabilmente.

Parleremo ancora di Steve in questa rubrica, ma il suo esempio mi serve per commemorare, a pochi giorni dalla scomparsa (avvenuta il 24 aprile), il filosofo italiano Aldo Masullo, tra i più importanti del secolo scorso. Originario di Avellino, era diventato professore emerito di filosofia morale all’Università Federico II di Napoli, dopo essersi laureato dapprima in filosofia, poi in diritto, e dopo aver esercitato per svariati anni la professione di avvocato penalista.

L’apporto fondamentale del suo pensiero alla filosofia contemporanea è già percepibile fra le righe di questa sintetica biografia che ho appena abbozzato: filosofia e giurisprudenza, l’astratto e il pratico, convergevano in una vita. L’obiettivo dei suoi attenti studi era sostanzialmente simile: il versante umanistico e quello scientifico dovevano convergere nel disegnare un’antropologia la cui etica fosse il più attiva possibile, il più salvifica possibile.

Ma da che cosa occorreva salvare l’uomo, per Masullo? Dalla perdita, intesa come momento necessario nella vita di tutti noi, che non semplicemente cambiamo, ma ci rinnoviamo e costruiamo intenzionalmente il nostro futuro. In tutto questo, però, qual è esattamente il ruolo della filosofia?
Scrive Masullo:

“La filosofia è saper assaporare i sapori della vita, gustare a fondo i sensi vissuti, elevare i sensi sensibili ai sensi ideali e cogliere negli ideali la possibilità dei sensibili. È la sapienza di chi patisce, la patosofia”

Elevare il sensibile, cioè la realtà, all’ideale, cioè al sogno. E viceversa, cogliere nel sogno la possibilità di concretizzarlo. C’è un che di terapeutico, allora, in questo modo di intendere la filosofia, la patosofia, o comunque la si voglia chiamare.

Aldo Masullo (Fonte: ilriformista.it)

Oltrepassando per un attimo il pensiero di Masullo, è tuttavia piuttosto certo che le nostre tristezze e i nostri patimenti si configurano a volte come dei veri e propri stagni: possiamo scegliere se nuotarci dentro, saltarli via con un balzo, sfiorarne i bordi strisciandoci accanto, ma non ci è mai concesso in alcun modo di ignorarne le implicazioni negative che essi hanno sulle nostre vite.
Quanto sono scure le nostre ombre? Quanto c’è di vero nei nostri sorrisi divertiti?

La depressione è qualcosa di estremamente serio. Etimologicamente questa parola indica un abbassamento e, in senso più lato, riferendomi allo stato d’animo umano e riallacciandomi a Masullo, essa è un abbassamento riguardante proprio la nostra capacità di gustare i sensi vissuti, elevare il sensibile e cogliere nell’ideale la possibilità del concreto: un rallentamento di questa capacità.

Ma, a ben vedere, la depressione non ci rallenta, anzi: ci costringe ad andare di fretta, con la mente. Ci costringe a fare in modo che le nostre proiezioni, i nostri sogni infranti, le nostre paure irrisolte corrano più veloci della realtà, per arrivarle infine davanti, plasmarla, impedirla.
Non è chiaro se esista un metodo universale per salvare l’uomo da tutto questo, ma domandarci, come Masullo, il modo in cui qualcuno si salva, può fare chiarezza su alcune modalità attraverso le quali pensiamo e viviamo le nostre vite e le scelte che ne determinano la qualità.

Abbiamo già visto come per Masullo la filosofia sia praticamente uno strumento di salvezza. Ma per riuscire a prendere, letteralmente, la vita con filosofia, da qualche punto bisogna pur partire, e una realtà disorientata dall’agguato della depressione proprio non sa da che punto partire.

“La chiave sta nella fiducia, il cui significato si trova nella parola verità. La verità è ciò che determina la fiducia e la fiducia è credere nella veridicità dell’altro. Dunque verità e fiducia sono quasi la stessa cosa”

Occorre allora partire dalla fiducia, anche se sono le esperienze negative a plasmare la nostra fiducia, talvolta ad eliderla del tutto dai nostri rapporti futuri. Crescendo, forse, si impara a centellinarla, quasi a non averne più, rimpiangendo gli anni in cui riponevamo tutti noi stessi in mani sconosciute. La strada che separa due confini opposti è breve, tutto sommato: fidarsi ciecamente o non fidarsi affatto è questione di un millimetro.

Diverse esperienze, non solo le relazioni inter-umane, presuppongono gradi di fiducia più o meno elevati, ma sempre presenti in noi come qualcosa di estremamente radicato ed ineludibile. Il mare, ad esempio: nuotare nei suoi meandri sconosciuti, tra le sue onde e sopra i suoi fondali presuppone fiducia. E ancora, il buio: muoversi al buio presuppone fiducia nello spazio che ci circonda, nella disposizione più o meno famigliare delle cose che occupano tale spazio e nel nostro istinto che ci guida a percorrerlo. Infine, lo specchio: guardarsi in uno specchio presuppone fiducia in ciò che esso riflette, nella nostra immagine magari così diversa da come la percepiscono gli altri e persino da come la percepiamo noi stessi.

Aldo Cavini Benedetti (Fonte: foter.com)

Ecco il punto: la fiducia non sta solo alla base dei nostri rapporti con gli altri, con il mare, con il buio o con uno specchio. La fiducia sta alla base del rapporto che abbiamo con noi stessi. Dobbiamo fidarci di noi pur senza vederci mai, senza saperci mai, senza conoscerci mai. E fa tutto parte di uno spirito di sopravvivenza e di adattamento che possediamo innato.

Percorrere una strada piuttosto che un’altra, scegliere, muoversi, vivere: ogni nostro comportamento si basa sulla fiducia, anche la filosofia. Ecco allora che saper assaporare i sapori della vita, gustare a fondo i sensi vissuti, elevare i sensi sensibili agli ideali e cogliere negli ideali la possibilità dei sensibili, non è soltanto la sapienza di chi patisce, la patosofia masullianamente intesa, ma significa anche, intrinsecamente, avere fiducia.

Steve Prefontaine dopo aver perso la finale dei 5000 metri piani alle Olimpiadi di Monaco 1972 (Fonte: wikipedia.org)

E se fidarsi ciecamente o non fidarsi affatto è questione di un millimetro, spostarsi al centro di 0,5 potrebbe rivelarsi davvero l’unica via di salvezza possibile, per l’uomo, dalle proprie perdite, nel loro duplice significato: perdere qualcosa o qualcuno, uscire sconfitti dalle situazioni. Anche se l’esperienza mi dice che ciecamente non posso fidarmi, tolto il ciecamente, quel quid di fiducia deve pur restare nel mio rapporto con la vita, se ancora voglio vivere. Perché quella stessa vita consiste esattamente in questo: sceglierne le strade, fra innumerevoli altre, con fiducia. Perdere, a volte. E fare pace con la perdita rinnovando fiducia.

Come Steve Prefontaine, che dopo un anno di pausa dalla corsa e un ritorno più consapevole, mirava a qualificarsi per le Olimpiadi del 1976: stessa gara, stessa distanza, nuova fiducia. “A volte puoi meravigliarti di quello che hai saputo tirar fuori da te stesso“, disse, poco prima di perdere la vita (e non una gara) a ventiquattro anni, in un tragico incidente stradale. Ma il suo esempio resterà per sempre.

Immagine di copertina: finale dei 5000 metri piani alle Olimpiadi di Monaco 1972 (Fonte: runnersworld.com)
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