Alberto “Albertino” Bonvicini nasce nel 1958 e, a tre anni, entra in orfanotrofio. Un giorno inghiotte una biglia di vetro: ha nove anni, è una cosa da bambini, un incidente, ma in ospedale mostra segni di irrequietezza e per questo viene ricoverato al Villa Azzurra, centro psichiatrico infantile dove incontra Giorgio Coda, primario soprannominato “l’elettricista” per l’uso smodato delle terapie con elettroshock.
È del 1968 l’inchiesta del Tribunale di Torino ai danni di Coda, ma intanto Albertino ha già compiuto dieci anni e di quel breve periodo della propria vita, segnato da sevizie e abusi, non vuole più saperne.

La facciata del Villa Azzurra (Fonte: lastampa.it)

Adottato da una famiglia benestante ma sottrattosi al benessere più volte, morirà nel 1991 di Aids, dopo un’esistenza irrefrenabile e drammatica, raccontata con dovizia di particolari nel documentario di Mirko Capozzoli, Fate la storia senza di me.

Un titolo davvero interessante e profondamente rivelatore. Un titolo che riporta fedelmente le parole pronunciate, o meglio scritte, dallo stesso Alberto quando i coetanei della lotta armata, negli anni Settanta, gli chiesero adesione e sostegno.

In un suo manifesto del 1978, infatti, Albertino dichiara con chiarezza la sua contrarietà alla violenza della lotta armata, aggiungendo appunto in calce quel “Fate la storia senza di me” che ancora oggi ci interroga: anzitutto, su quanto il protagonismo violento sia ancora parte integrante delle nostre vite, forse a livello più prettamente ideologico se non concreto. In secondo luogo, ci interroga sul senso e sul valore di un’umiltà non affettata, non costruita, ma autentica nell’intenzione altrettanto umile di mantenersi il più estranea possibile ai risvolti eticamente avvilenti di un’opposizione radicale e distruttiva al sistema imperante.

Immagine relativa ad uno dei primi episodi di lotta armata a Torino, l’assalto del bar Angelo Azzurro (Fonte: wikipedia.org)

Fate la storia senza di me”. Ma che significa storia? E che significa, soprattutto, farla?
Il filosofo tedesco Friedrich Schelling, nella sua opera Sistema dell’idealismo trascendentale, identifica la storia in un senso molto più ampio e discorsivo del mero “ciò che accade”: non tutto quanto accade è oggetto di storia, afferma infatti.

“Sussiste storia soltanto là dove un unico ideale viene realizzato tra innumerevoli deviazioni, in modo tale che non già il singolo, bensì il tutto sia ad esso congruente”

Al di là di ogni ulteriore sofismo teorico, possiamo già percepire come un concetto di storia così inteso si avvicini molto di più alla scelta operata da Albertino piuttosto che a quella operata dai compagni della lotta armata. La ragione di ciò è ben espressa da un termine soltanto, che identifica Alberto come uomo di storia propriamente intesa, anche se la sua affermazione sembra sottrarlo a questo destino.

Friedrich Schelling, “Sistema dell’idealismo trascendentale” (Fonte: bompiani.it)

“Sussiste storia soltanto là dove un unico ideale viene realizzato tra innumerevoli deviazioni”. Un unico ideale. Eccola la parola che più di ogni altra elimina la violenza dai propri meandri.
Stando all’infallibile Wikipedia, un ideale è generalmente un modello di perfezione appartenente a un dimensione astratta o avulsa dalla realtà, che funge tuttavia da sprone all’agire pratico, al fine di concretizzarlo in una manifestazione tangibile. Un sogno, sostanzialmente. Un desiderio.

Se l’ideale di qualsiasi lotta armata è la conquista del potere politico al fine di renderlo il più vicino possibile alle tesi (ideali) di chi combatte, solitamente tesi più eque e giuste di quelle propugnate da chi il potere in quel momento lo detiene, è evidente come la guerriglia insita in tale lotta sia soltanto corollario a suddetto ideale. Tant’è che gran parte dei militanti di una qualsivoglia lotta armata, per eliminare il problema etico esistente in questa scelta d’azione, credono fermamente (o fingono di farlo) nell’ormai inflazionato adagio machiavellico: il fine giustifica i mezzi.
Ma per Schelling, nella sua definizione di storia, le cose non stanno propriamente così.

Un giovanissimo Alberto Bonvicini (Fonte: corriere.it)

“Sussiste storia soltanto là dove un unico ideale viene realizzato tra innumerevoli deviazioni, in modo tale che non già il singolo, bensì il tutto sia ad esso congruente”. Se l’ideale della mia lotta armata è equo e giusto, la violenza che utilizzo come mezzo è soltanto una di quelle innumerevoli deviazioni che Schelling toglie dal suo concetto di storia.

Non posso fare la storia, non posso perseguire il mio ideale, se impiego la mia forza, la mia passione e la mia astuzia per la realizzazione di scenari violenti, di deviazioni inconcludenti. Perché “non già il singolo, bensì il tutto” dev’essere congruente al mio ideale: dunque, anche i mezzi che utilizzo per perseguirlo.

È così che Alberto Bonvicini scelse paradossalmente di fare davvero la storia, quella autentica, sbarazzandosi della violenza embrionale che sarebbe esplosa di lì a pochi anni, in una Torino devastata dal terrore di una guerra senza fronti e forse, addirittura, senza ideali.

 

Immagine di copertina: Mirko Capozzoli
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