Mi ero ripromessa qualche settimana fa di descrivere in maniera più approfondita Steve Prefontaine e la sua vita, così esemplare e commovente. Quale miglior occasione per farlo, visto che fra pochi giorni, per la precisione il 30 maggio, si celebrerà l’anniversario della sua scomparsa?

Pre's Rock

Pre’s Rock, il ricordo di Steve Prefontaine nel luogo in cui morì (Fonte: Wikipedia.org)

Quella di Steve è la storia di un ragazzo dell’Oregon che trascinava le folle facendo della corsa una vera e propria arte, andando sempre all’attacco perché, diceva, “non mi interessa vincere, ma vedere chi ha più fegato”.
È la storia di un campione dell’atletica che, come abbiamo già avuto modo di vedere qui, non vinse le Olimpiadi ma, a soli ventun’anni andò in pista per provarci e non semplicemente per fare bella figura.

La notte di primavera del 1975 in cui perse la vita, come James Dean a ventiquattro anni, finendo fuori strada con la sua MG, Prefontaine deteneva tutti i record americani dalle due miglia ai 10.000 metri. Si batteva in gara e combatteva a testa alta l’ingiustizia dei politicanti dello sport, aveva mille progetti e un traguardo da raggiungere: l’oro olimpico di Montreal.

Aiutò una microscopica azienda dell’Oregon, a conduzione pressoché familiare, a crescere, e oggi quell’azienda è una multinazionale del fitness (per inciso, si chiama come la dea della vittoria) e quasi sembra aver dimenticato che fu Steve Prefontaine a portarla fuori dai confini dello Stato, insieme al suo grande e visionario allenatore, Bill Bowerman.

Locandina pubblicitaria Nike

Locandina pubblicitaria Nike con testimonial Steve Prefontaine (Fonte: runnersworld.com)

Ma al di là di ogni stucchevole venerazione, oserei dire che Steve ha incarnato, con la sua sola presenza sulla scena sportiva dell’epoca, la metafora della vita come una corsa, già partorita dalla mente eclettica di Thomas Hobbes qualche secolo prima. In positivo, però.

Perché Hobbes, nel suo stravagante quanto geniale catalogo di passioni che già ho avuto modo di citare qui, coglie in un’istantanea la distribuzione degli stati d’animo in movimento dell’uomo: un movimento generato dalla dinamica metaforica ed interattiva di una corsa. In questo gioco, il filosofo inglese mostrava la faccia cattiva della società moderna, quanto di più lontano esista dall’esempio di Prefontaine. Ad ogni modo, fu senza dubbio un esperimento interessante.

Lo sforzarsi è l’appetito.
Il mancar d’energie è la sensualità.
Guardare gli altri che stanno dietro è gloria.
Guardare quelli che stanno davanti è umiltà.
Il perdere terreno per guardarsi indietro, vanagloria.
L’essere trattenuti, odio.
Tornare indietro, pentimento.
L’essere in fiato, speranza.
L’essere affaticato, disperazione.
Sforzarsi di superare chi sta immediatamente davanti, emulazione.
Soppiantare o far cadere, invidia.
Cadere d’improvviso è disposizione al pianto.
Guardare un altro cadere disposizione al riso.
Vedere sorpassato uno che non avremmo voluto, è compassione.
Vedere uno, che non avremmo voluto, sorpassare gli altri, indignazione.
Essere superato continuamente, è infelicità.
Superare continuamente quelli davanti, è felicità.
E abbandonare la pista, è morire.

È evidente che senza il continuo confronto della competizione, scomparirebbe ogni impulso ad agire e perfino, sembrerebbe, la consapevolezza di sé, legata all’acuto desiderio di primeggiare.
La stessa cosa la possiamo ritrovare nell’approccio di Prefontaine alla corsa, che per lui era anzitutto un’arte attraverso cui esprimere se stesso al meglio.

“Un sacco di gente corre una gara per vedere chi è più veloce. Io corro per vedere chi ha più fegato, chi può autopunirsi con un ritmo estenuante e alla fine andare anche oltre. Se perdo dopo aver forzato il ritmo in tutti i modi, alla fine sono a posto con me stesso e con gli altri”

La differenza, per certi versi abissale, sta nel fatto che mentre in Hobbes l’altro non appare come partner di una relazione in sé significativa, ma al massimo come un elemento trainante che può essere investito da un lampo di compassione soltanto in caso di vittoria, per Steve l’altro è sempre co-protagonista della performance, della scena.

La consapevolezza che senza l’altro non esiste gara (e non esiste vita) rende la corsa di Steve non soltanto un’arte intesa come espressione di sé ma soprattutto una significativa via di comunicazione: la comunicazione del proprio gesto a chi guardava e a chi gareggiava insieme a lui, partecipe del suo traguardo non meno di quanto lo fosse egli stesso.

“Alcuni creano con le parole, o con la musica, o con un pennello e dei colori. A me piace fare qualcosa di bello quando corro. È più che un semplice sport. È uno stile, è essere creativi”

La differenza fra una sana competizione (Prefontaine) e la diatriba più subdola (Hobbes) si inserisce proprio qui: nella presenza o meno di uno stile che renda creativi e rispettosi dell’altro.

 

Immagine in evidenza: foter.com
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