L’8 giugno scorso Yanez Borella, avventuriero (fra poche righe vi spiegherò perché amo tanto questo termine) trentino, è partito dalla sua casa di Fai della Paganella per camminare e correre verso la capitale. Proprio pochi giorni fa è entrato a Roma, dopo aver percorso sulle proprie gambe ben 938, 89 km.

Prima di curare questo pezzo sul camminare e sulla sua filosofia, avevo pensato di scrivere tutt’altro. Ma, come spesso accade (o meglio, come spesso è accaduto in questa rubrica), lasciandoci sorprendere dagli avvenimenti che ci succedono attorno riusciamo sempre a trovare agganci inaspettati per ogni nostra riflessione.

Camminare, anzitutto, è sicuramente una delle azioni più comuni delle nostre vite: la più basilare. Se vogliamo alzarci al mattino e spostarci nello spazio, dobbiamo camminare. Tant’è che, per gran parte di noi, la perdita anche periodica di questa facoltà è qualcosa di incommensurabilmente traumatico. Il confinamento cui siamo stati costretti durante il lockdown non è che uno degli innumerevoli esempi.

Yanez Borella in piazza San Pietro

Yanez Borella al suo arrivo in piazza San Pietro (Fonte: buongiornonatura.it)

La filosofia stessa, per certi versi, è nata in cammino. Si è perfezionata con Socrate lungo le strade di Atene e si è evoluta durante le dispute che avvenivano sotto i portici dell’Accademia, nei giardini di Epicuro, nell’agorà di Alessandria e, in seguito, nella quiete dei chiostri monacali. Il camminare dei filosofi è un camminare meditabondo, senza la preoccupazione di seguire un itinerario stabilito o delle regole precise. Si trattava, in tutti questi esempi provenienti dal passato, di ripensare la propria esistenza e guardare con occhi diversi il mondo, muovendosi per le sue vie.

Arrivando ad un’età più contemporanea, sembra imprescindibile parlare di Nietzsche. Tra il giugno e il settembre del 1885, infatti, il filosofo tedesco si trova nel suo buen retiro di Sils Maria, in Engadina (Svizzera). Durante questo periodo, scrive assiduamente in vista di due progetti rimasti poi incompiuti. Fra i suoi appunti, troviamo però alcune interessanti riflessioni in merito al legame viscerale del corpo con il pensiero, e viceversa.

La casa di Nietzsche

La casa di Nietzsche a Sils-Maria (Fonte: tripadvisor.it)

Nietzsche era un grande camminatore e le innumerevoli passeggiate che il lago di Sils rende ancora possibili in ogni stagione, ce lo dimostra ampiamente. Partendo dall’inflazionato assioma mens sana in corpore sano, Nietzsche attua così una sorta di rivalutazione complessiva del corpo, come essenziale e addirittura dirimente nello sviluppo del pensiero. Il corpo, per il filosofo tedesco, rappresenta un tema davvero esaltante in quanto incarnazione del nostro divenire organico, di tutti i nostri mutamenti. Proprio per questo, esso racchiude in sé l’intera avventura terrestre della vita.

Ed ecco che il termine avventura ritorna, permettendomi di spiegare finalmente perché questa parola mi piaccia così tanto. Il lemma avventura trae origine dal participio futuro, neutro plurale, del verbo latino advenire. Ma è grazie al prestito dal francese aventure che oggi ci è lecito parlare di avventura. Etimologicamente, dire avventura significa dire che è accaduto “ciò che doveva accadere”. Siamo tradizionalmente abituati a considerare questo termine come qualcosa di intrinsecamente aperto, libero, ma questa definizione ci dà invece un senso di staticità fastidioso, quasi arrogante. La parola avventura ci insegna allora che affibbiare al fato, libero e aperto, o a chi per lui, i moti del nostro vivere non si chiama avventura quanto piuttosto inquietudine.

Bruce Chatwin, nel suo libro Anatomia dell’irrequietezza, spiega il senso di inquietudine che attanaglia molti di noi, spingendoci all’avventura, con queste parole:

“Diversivo, distrazione, fantasia, cambiamenti di moda, di cibo, di amore e di paesaggio. Ne abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo”

Il gene dell’avventura tanto caro ai pubblicitari di Land Rover non è altro che questo. L’inquietudine del vivere che ha bisogno di concretizzarsi in esperienze sempre diverse. Tali esperienze, nella loro diversità, giacché cambiamo pure noi, si rivelano sempre calzanti per ciò che siamo, perfettamente cucite addosso al nostro vivere. Certo, come per tutte le cose che ci vengono cucite addosso, dobbiamo prima provarle, sistemarle, smussarle, accorciarne gli orli. Fuor di metafora, dobbiamo passare attraverso esperienze estranee alla nostra cosiddetta “zona di comfort”. Questa è l’avventura: ciò che, partendo dalla nostra inquietudine, doveva accadere.

Proprio in questo senso, tornando a Nietzsche, il corpo racchiude in sé l’intera avventura terrestre della vita. Quasi fosse un’impronta di questa “bellissima inquietudine” (come canterebbero gli Zen Circus) e delle straordinarie esperienze che ne derivano.
Spesso, tuttavia, per realizzare l’avventura nel suo senso etimologico (“ciò che doveva accadere”), è necessario porsi degli obiettivi, o meglio delle motivazioni che spingano il gesto al suo naturale compimento.

Nel caso di Yanez, da cui siamo partiti, la motivazione era nobile. Non si trattava solo di avvicinare tanti posti diversi con la sola forza delle proprie gambe, in un periodo storico in cui la parola avvicinare (e avvicinarsi) fa ancora moltissima paura. C’è di più. Yanez, in ogni sua avventura (di nuovo), porta con sé un importante messaggio di sensibilizzazione a favore dell’ADMO (Associazione Donatori Midollo Osseo), perché “è possibile salvare una vita con un piccolo gesto soltanto”.

Per concludere, noi di Artwave siamo abituati a scovare messaggi e motivazioni in gesti diversi da quelli prettamente sportivi. Li troviamo nell’arte, nelle opere degli artisti e nelle loro vicende biografiche e professionali. Ma quest’anno c’è un modo per incorporare un mondo nell’altro, contaminandoli (in senso positivo) e unendone gli intenti.

Pergine Festival

Il Pergine Festival, di cui Artwave è partner ufficiale, ha ripensato e ridimensionato il proprio programma in seguito all’emergenza Covid-19. Alcune performance di danza e teatro, infatti, si svolgeranno all’aperto. E non si tratterà di un “aperto” qualsiasi. Boschi, sentieri e zone altrimenti sconosciute al mondo giocoforza più affusolato del teatro si riscopriranno in una veste nuova, come palchi naturali dell’arte umana. Si tratta di WALKABOUTS, una serie di camminate ispirate agli omonimi viaggi rituali degli aborigeni australiani e che, nella veste del Festival, diverranno un’originale ed inedita esplorazione degli spazi naturali nei dintorni di Pergine. Le pratiche del camminare per poter raggiungere i luoghi della performance si intrecceranno quindi alle pratiche performative stesse, dando vita a qualcosa di inedito e sorprendente.

Perché camminare è sicuramente una delle azioni più comuni e importanti delle nostre vite, ma proprio camminatori e avventurieri come Yanez Borella ci insegnano che esprimerci e mandare dei messaggi attraverso le cose che amiamo (siano esse quadri, sport, canzoni o danze) è altrettanto fondamentale. E, in fondo, tutto questo prende il nome di arte.

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