Mark Twain, autore americano nato e morto negli anni in cui transitò in cielo la cometa di Halley, comincia a pensare al racconto picaresco di Huck Finn mentre ancora sta scrivendo Le avventure di Tom Sawyer. Nell’estate del 1875 ha abbozzato circa un quarto del romanzo, pensa di riuscirlo a finire in sei settimane e ci metterà sette anni. L’estate successiva rielabora e porta a termine la stesura dei primi sedici capitoli, ma deve di nuovo interrompersi. Sta scoprendo che il suo modo di lavorare è quasi inconscio, può continuare finché tiene l’impulso o, come ama dire, “finché il pozzo non si prosciuga”, poi deve fermarsi ed aspettare che, quasi senza poter controllare il meccanismo, quel pozzo si riempia nuovamente.

Mark Twain (Fonte: wikipedia.org)

La storia di Huckleberry Finn ha inizio nei primi anni Quaranta del XIX secolo, nella fittizia cittadina di St. Petersburg, sulle rive del Mississippi, in Missouri.

Fuggito alle cure, o piuttosto alle persecuzioni, di un padre ubriacone, vissuto per qualche tempo dentro una botte da zucchero, affidato alla tutela di una devotissima vedova e della sorella di quest’ultima, zia del suo caro amico Tom Sawyer, riacciuffato dal padre e poi, di nuovo, fuggito, Huck intraprende un memorabile viaggio sul fiume più lungo d’America, in compagnia di Jim, schiavo nero scappato dal paese perché minacciato di essere venduto.

L’America dell’età dell’oro, con i suoi coloni, avventurieri ed impostori, accompagna i due in quella che, da miserabile evasione, si trasforma in memorabile epopea. Sulle sponde del Mississippi, infatti, Huck e Jim incontrano l’America vera, profonda, pittoresca, piena di ritratti gustosi, zuffe e pregiudizi: per Huck è un viaggio iniziatico alla vita, una crescita spirituale che lo porterà a diventare “uomo”, a sviluppare innate capacità di giudizio nei confronti di valori antiquati e di insegnamenti pieni d’ipocrisia che gli adulti del suo tempo somministravano ai ragazzi come lui; per Jim rappresenta l’emancipazione, il riscatto, la via verso la salvezza e il riconoscimento di quei diritti che spettano ad ognuno di noi, indipendentemente dal colore della nostra pelle.

Entrambi cercano la libertà e la trovano sotto forma di avventure, ostacoli e peripezie che il destino ha disseminato sul loro cammino, rendendolo sì più godibile ed entusiasmante, ma sempre cadenzato dal ritmo lento del fiume, vero protagonista del romanzo.

Copertina originale de “Le avventure di Huckleberry Finn” (Fonte: wikipedia.org)

Pubblicato nel 1885, Le avventure di Huckleberry Finn non riscosse subito il successo di cui tuttora gode, tant’è che, giudicato non adatto a dei ragazzi per la sua durezza e per il suo linguaggio gergale, condito di termini d’uso popolare (come nigger/negro) che erano giudicati politicamente scorretti, venne radiato da alcune biblioteche pubbliche degli Stati Uniti.

Ogni personaggio del romanzo, invero, anche il più infelice, possiede connotazioni e caratteristiche che non possono lasciare indifferente il lettore e che concorrono a descrivere un autentico spaccato di vita americana nel periodo della guerra di Secessione. L’opera non è quindi soltanto un divertente romanzo picaresco, ricco dell’umorismo quantomai spassoso di cui Mark Twain è maestro, ma anche un prezioso documento storico, la denuncia accesa di schiavismo e imperialismo, la presa di posizione di un autore politicamente attivo e capace di far parlare se stesso attraverso i propri personaggi, non mancando tuttavia di un’introspezione psicologica profonda e di un intreccio avvincente.

Ironica raccomandazione dell’autore posta in esergo al romanzo

Quell’intreccio che nella raccomandazione scritta in esergo al romanzo, Twain invita il lettore a non trovare, così come non si deve neppure cercare uno scopo alla narrazione né una morale efficace alla storia. Di mancanza di efficacia, proprio nel finale della storia, hanno spesso parlato critici e scrittori successivi.

Ernest Hemingway, grande estimatore di Twain e del romanzo, nel suo autobiografico Verdi colline d’Africa, afferma che la fine della storia è un trucco e che il lettore farebbe bene a fermarsi un po’ prima. Nel finale, infatti, lo schiavo Jim riesce a riscattarsi, ma Huck decide di tornare tranquillamente a St. Petersburg, annunciando di voler poi fuggire, in un non meglio precisato futuro, nel territorio indiano dell’Ovest, alla ricerca di nuove avventure.

Ernest Hemingway durante un safari in Africa nel 1934 (Fonte: criticaletteraria.org)

T.S. Eliot sostiene che per Huckleberry Finn non sarebbe stato adatto né un finale tragico né un lieto fine: Huck non deve venire da nessuna parte né essere diretto in nessun posto. E questa sorta di stravagante indipendenza non è il cliché che caratterizza il pioniere americano, ma un nomadismo autentico e vagabondo. L’esistenza di un personaggio come Huck mette in discussione molti valori a stelle e strisce dell’epoca: in un mondo indaffarato rappresenta il fannullone, in un mondo avido e competitivo pretende di vivere alla giornata.

Il filosofo americano Leo Marx evidenzia tuttavia una questione molto rilevante, alla luce di quanto detto finora:

“Il finale debole e poco coraggioso evitò sia a Twain che ai suoi lettori di fare i conti con la realtà. Ma il problema che assediava Huck, quello della disparità fra i suoi impulsi migliori e il comportamento che la collettività cercava di imporgli, rimasto anche e soprattutto nel finale senza risposta, riguarda noi come riguardava l’autore. Perciò una mancanza di questo genere non può assolutamente essere ignorata.”

La critica successiva, influenzata da questo problema, ha messo in discussione l’intero impianto del romanzo e, in particolare, lo sviluppo lineare della coscienza che sta alla base dei discorsi sulla maturazione morale di Huck. Il libro si inserisce infatti nella tradizione del romanzo di formazione: un romanzo che descrive la maturazione e lo sviluppo di un individuo. Da povero ragazzo non istruito, Huck diffida dei precetti della società, che lo tratta come un emarginato e fallisce nell’intento di proteggerlo dagli abusi. Sulla zattera, lontano dalla civiltà tradizionale, Huck è particolarmente libero dalle regole di questa stessa società e in grado di prendere le proprie decisioni senza restrizioni. Attraverso una profonda introspezione, trae le proprie conclusioni, senza essere influenzato dai valori ormai consolidati e spesso ipocriti della civiltà sudista. Alla fine del romanzo, ci si aspetterebbe quindi che Huck fornisca una qualche dimostrazione di come ha imparato a leggere diversamente il mondo attorno a lui. Questo, tuttavia, non accade.

Copertina dell’edizione Bompiani dell’Etica nicomachea di Aristotele

Forse per spiegarne meglio le ragioni occorre appellarsi ad Aristotele, che nell’Etica nicomachea afferma come la ripetizione continua di un comportamento possa portare alle luce in noi le caratteristiche naturali che possediamo in potenza, trasformandole in attuali abitudini costanti, e facendoci sviluppare quindi una sorta di seconda natura, più vera e conforme alle nostre intenzioni. Questo sviluppo, tuttavia, non è immediato ma graduale, come il consolidamento di un sentimento amoroso dopo il colpo di fulmine.

Ecco allora che, in Huck, siamo ancora soltanto al colpo di fulmine. I comportamenti virtuosi dimostrati lungo tutto il corso del romanzo non hanno ancora portato alla luce un carattere e una personalità abituati a questo genere di comportamenti: la formazione è ancor lungi dall’essere completa.

E se, effettivamente, le mille peripezie compiute dall’enfant terrible durante il suo viaggio perdono di significato nelle battute finali, è pur sempre vero che la voglia di avventure (altrettanto formative) in Huck non si esaurisce e, anzi, si arricchisce di un valore aggiunto, spaziando in territori vastissimi che non ci è concesso immaginare.

 

Immagine in evidenza: Winslow Homer, The Blue Boat, 1892 (Fonte: wikipedia.org)
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