Da bambini pensiamo che il mondo in cui viviamo sia qualcosa di indistruttibile, per il semplice fatto che ci viviamo dentro. Non ci sfiora l’idea della morte, della fine, del nulla.

Il pensiero di Emanuele Severino, filosofo bresciano recentemente scomparso, si è mosso sostanzialmente da questo assioma infantile che, come tutte le cose infantili, contiene forse in sé traccia di una sapienza più profonda: tutto è eterno.

Il problema dell’essere ha attraversato tutta la storia della filosofia: sin dagli antichi Greci, un ente (inteso come qualcosa che è, che esiste) venne considerato proveniente dal nulla, dotato temporaneamente di esistenza, e poi di nuovo scaraventato nel nulla dalla morte. A una concezione di questo tipo, si opposero le religioni sviluppatesi in seguito, fra cui il cristianesimo. Sostituita la parola “Dio” al termine “nulla”, cambiarono i connotati del teorema, che però di fondo restava lo stesso: ogni cosa proviene da Dio, viene dotata temporaneamente di esistenza, e poi di nuovo riportata alla comunione con quel Dio che l’ha creata.

Emanuele Severino (Fonte: corriere.it)

Emanuele Severino, riflettendo sulla tradizionale opposizione fra essere e non-essere, fra essere e nulla, dichiara apertamente che, data la mancanza di elementi comuni fra i due termini, l’essere non può venir creato dal nulla o al nulla ritornare: rimane, invece, costante. Riassumendo il suo pensiero con un divertente gioco di parole, possiamo spingerci a dire che non vi è nulla in grado di trasformare l’essere in nulla.

L’essere è dunque, di per sé, eterno e l’unica cosa che muta nel suo esistere riguarda il modo in cui appare: il “cerchio dell’apparire”, come Severino stesso chiama, sostanzialmente, la realtà concreta del mondo in cui viviamo. Ciò significa che quando un essere esce dal cerchio dell’apparire (in altri termini, muore), non diventa un nulla, come tutto il pensiero moderno ha voluto fin qui farci credere, ma si sottrae semplicemente alla vista e alla materialità: le cose esistono anche quando scompaiono.

La realtà è dunque simile alla pellicola di un film: i fotogrammi esistono già prima di passare davanti al proiettore, e continuano ad esistere anche una volta che l’hanno superato. Continuano ad esistere anche quando il film è finito.

Scena tratta dal film “Nuovo Cinema Paradiso” (Fonte: wikipedia.org)

Questa teoria, oltre ad essere irresistibilmente consolatoria, in quanto toglie di fatto ogni potere alla morte, testimonia quanto innovativo fosse il pensiero di Emanuele Severino. Una visione originalissima e spesso trasversalmente contestata, che concilia però in qualche modo la tensione speculativa degli antichi con le esigenze, le ansie e le inquietudini dei nostri tempi travagliati, in cui la morte e soprattutto la paura di essa riveste un ruolo fondamentale. Una ricerca, quella di Severino, che scandagliava la realtà con un’ansia conoscitiva d’altri tempi. Con gioia, come disse sempre lui, perché la gioia è corollario ineludibile di ogni libertà. Anche della libertà di pensiero. Anche della libertà dei bambini, da cui siamo partiti, per i quali il mondo resta sempre libero: libero dall’idea della morte, della fine, del nulla.

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