L’infanzia: un fenomeno così facile da vivere, ma così difficile da dire. L’aporia costitutiva di ogni discorso sull’infanzia è connessa all’impossibilità di restituire l’esperienza infantile stessa attraverso la conoscenza filosofica.

Non è possibile negare il fatto che il bambino abbia una “sua” esperienza del mondo. Ecco allora che, proprio per questa ragione, non è affatto lecito ridurlo ad oggetto passivo della considerazione filosofica.

Tuttavia, e al tempo stesso, questa esperienza sembra destinata a non comunicarsi. A non comunicarsi verso l’adulto che ascolta, così come verso l’adulto che tenta di ricordare ciò che, in quanto bambino, ha esperito. La barriera protettiva che l’età adulta costruisce attivamente tra sé e il suo “altro-infantile” è destinata a cancellare le tracce di quell’esperienza, nella forma dell’incomunicabilità o dell’oblio rispetto al passato.

Infanzia

In merito a quest’ultimo fenomeno, rimane da chiedersi se il dimenticare sia causa o effetto del diventare adulti. Si dimentica perché gli strumenti cognitivi della comunicazione dissolvono il comunicato? Oppure è lo stesso diventare adulti che non può realizzarsi se non come distruzione dell’esperienza infantile, arresto del suo divenire e perdita del suo essere?

 

L’infanzia e il gioco

Una filosofia dell’infanzia dovrebbe assumere queste domande. Di più, dovrebbe portare tali questioni a livello di un sapere che sia in grado di sostare con pazienza presso questa frattura, senza pretendere di proporre subito una facile e risolutiva saldatura. Oggi vorrei dunque soffermarmi su quanto il gioco e i suoi meccanismi, fenomeni tipici dell’età infantile, possano rivelarsi preziosi per un’analisi di questo tipo.

Occorre anzitutto constatare come gioco ed infanzia siano stati nell’antichità due termini quasi sinonimici. L’etimologia stessa delle parole greche che indicano il “gioco” è senz’altro significativa. Tanto il sostantivo παιδιά (“gioco”) che il verbo παίζω (“giocare”, ma anche “danzare”, “scherzare” e “divertirsi”) trovano radice comune in παῖς (“bambino”), da cui nasce anche il termine παιδεία (“educazione”).

Infanzia

I filosofi antichi di fronte all’infanzia

Il primo filosofo a parlare esplicitamente del gioco, utilizzandolo come metafora di vita, fu Eraclito di Efeso:

“αἰὼν παῖςἐστι παίζων πεσσεύων”

“Il tempo della vita è un bambino che gioca con le tessere di una scacchiera: di un bimbo è il regno”

Con questa frase, riportataci da Ippolito, Eraclito paragona il tempo, l’eterno divenire teorizzato in generale dal suo pensiero, a un bambino che gioca, spostando “pezzi” o “tessere” sulla scacchiera. La leggerezza di tale gioco infantile presuppone per Eraclito una costitutiva casualità. Di certo, la sua metafora serve a mettere in dubbio l’esistenza di un principio del mondo teso a raggiungere determinate finalità.

Platone scrive invece nelle Leggi (643c-643d):

“Il punto essenziale dell’educazione consiste in un corretto allevamento che, tramite il gioco, diriga il più possibile l’anima del fanciullo ad amare quello che, divenuto uomo, dovrà renderlo perfetto nella virtù propria della sua professione”

Il filosofo allievo di Socrate relega quindi l’attività ludica infantile a qualcosa di complementare per il raggiungimento dell’età più adulta. Già l’utilizzo del termine “allevamento” denota la considerazione quasi bestiale che Platone nutre nei confronti del bambino: diventare adulti significa quindi evolversi, esattamente come hanno fatto le scimmie diventando uomini.

Bambino con scimmia

Questo valore propedeutico non è assolutamente riconosciuto dal suo allievo Aristotele che associa, nell’Etica nicomachea, il gioco alle cose “comiche e divertenti” e allo stesso tempo lo contrappone all’agire incessante e all’attività, ovvero al lavoro. Più che educativo ed evolutivo, allora, il valore del gioco diventa in Aristotele puramente strumentale, in quanto permette all’uomo di svagarsi e riposare quando non può dedicarsi a ciò che è veramente importante.

Il mondo dei bambini

Quel che interessa qui, date queste premesse dal mondo antico, non è tanto l’etimologia del gioco, o se esso possa presupporre una qualche educazione e diventare così propedeutico all’uomo adulto. M’interessa piuttosto, ritornando ad Eraclito, se il gioco possa davvero essere concepito come una metafora di vita. Di più, come uno stile di vita. Lo stile di vita del bambino, analizzando il quale è possibile colmare la cesura fra infanzia ed età adulta. Solo così saremo forse in grado di costruire una filosofia dell’infanzia che, nell’infanzia stessa, ponga le proprie solide fondamenta.

Sappiamo per certo che del mondo infantile l’uomo conserva pochi e confusi ricordi, ma sa generalmente descriverlo come un mondo felice. O perlomeno come un mondo diverso, in positivo, rispetto al competitivo ed estenuante mondo adulto.

Bambino con bolle

Egoismo ed empatia

Sembra che per il bambino “io” sia sempre “un altro”, sia in forza del costante role-playing cui il gioco lo sottopone, ma anche di una straordinaria ed innata empatia che poi, con il tempo, perdiamo. Talmente innata, quest’empatia, che non è nemmeno facilmente distinguibile dall’egoismo.

L’educazione alle buone maniere non è altro, allora, che una moratoria sulla crudeltà. Ogni bambino è egoista, l’essere più egoista che esista al mondo (si pensi a ciò che già scriveva Agostino nelle sue Confessioni). Ma lo è in un modo puro ed ancestrale. Come se davvero, per il bambino, l’egoismo non esistesse perché nel divertimento del gioco infantile ciascuno può ottenere ciò che vuole senza spiegazioni e senza per questo chiedere all’altro di rinunciare a qualcosa. Paradossalmente è proprio tale egoismo a rendere possibile l’empatia. Il bambino riconosce, nell’altro, se stesso, senza che ciò gli sia imposto come sforzo.

 

Il tempo infantile

Un altro paradosso può essere individuato nella concezione che il bambino ha del mondo e delle sue dinamiche temporali. La realtà, per il bambino che gioca, è un’illusione. Parimenti, per l’adulto che osserva il bambino giocare, lo stesso mondo infantile si rivela un illusione. Nel proprio disincanto, l’uomo reputa da sempre il bimbo un illuso.

Il tempo dell’infanzia, a sua volta, è estremamente fluido e dilatato, tanto da diventare in molti casi una vera e proprio chimera. L’unico tempo che esiste è un tempo “intero”, non segmentato da ore e minuti, ansie ed angosce, bensì segnato nel suo trascorrere da una nozione puramente atmosferica. Il tempo, infatti, interrompe il gioco del bambino solamente con il buio o, se esso si svolge all’aperto, con la pioggia.

Bambina

Le parole dell’infanzia e la tenerezza

Il linguaggio, nell’infanzia, è un fragile velo sull’indicibile: su ciò che non si può dire perché appannaggio dei soli adulti o che non si sa ancora dire perché non si è cresciuti abbastanza. Ecco allora che il gioco e l’infanzia non hanno bisogno di linguaggi complessi e codificati per esternare la proprio essenza. Si gioca ben prima di iniziare a parlare.

Quasi a volersi emancipare dall’obbligo di parola, la fatica stessa del giocare e dell’imparare non istituzionalizzato è sostituita dal piacere della scoperta e della novità. Durante l’infanzia, è proprio il piacere la vera morale che indirizza le scelte del bambino. Un piacere che si inserisce, però, nell’orizzonte ultimo della tenerezza: la morbidezza dell’animo e della carne non ancora induriti dalla vita adulta.

Scriveva Marc Bolan:

“Credo di essere un bambino, tutto mi riempie di stupore”

Se lo stupore e la meraviglia, come disse Aristotele, costituiscono il principio di ogni filosofia che si rispetti, ecco che allora il primo vero filosofo è il bambino, con il suo ancestrale ed infantile modo di vivere il mondo.

 

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