Voltaire ha scritto: “Gli uomini che ricercano cause metafisiche del riso non sono gioiosi”. Ma checché ne dica Voltaire, ridere può davvero essere considerato un tema di riflessione, in quanto si configura anzitutto come un fenomeno culturale e sociale: come qualsiasi fenomeno culturale e sociale che si rispetti, può e deve avere una sua storia. Lo sosteneva anche Jacques Le Goff, forse non tra le persone più gioiose del pianeta (o forse sì) ma di certo tra i massimi storici del Medioevo.

Jacques Le Goff

Jacques Le Goff (Fonte: 21secolo.news)

Proprio nel Medioevo può mettere radici la mia ricerca. Dall’epoca paleocristiana fino alla fine del Medioevo, ci si è posti spesso una domanda, soprattutto in ambito ecclesiastico: Gesù ha mai riso una volta durante la sua vita terrestre? Questo topos fu molto vivace negli ambienti universitari dell’epoca: nel tredicesimo secolo, all’università di Parigi, ogni anno vi era tradizionalmente almeno un quodlibet (cioè una di quelle discussioni su un tema a scelta, una sorta di grande conferenza aperta al pubblico) che verteva su questo argomento.

Specularmente, durante tutto il Medioevo, un altro topos inizia a circolare: è l’ipotesi, avanzata da Aristotele e ripresa da Quintiliano, Porfirio e Boezio, che il riso fosse proprio dell’uomo in quanto uomo. Ne è derivata, nella tradizione latina e in quella cristiana medievale, un’espressione che mi sembra estremamente interessante e sulla quale è molto facile costruire un gioco di parole: homo risibilis. Chiaramente, non si tratta dell’uomo ridicolo o risibile, ma dell’uomo provvisto di riso, dell’uomo la cui caratteristica fondamentale è il riso.

Di qui il grande dibattito che non sarà di certo sconosciuto a chi ha avuto modo di leggere la straordinaria opera di Umberto Eco, Il nome della rosa. Se Gesù non ha riso neanche una volta nella sua vita umana, proprio lui che è anche il grande modello umano, di cui sempre più nel corso dei secoli verrà proposta l’imitazione (imperfetta, partendo dal presupposto della sua sostanza divina, ma comunque sempre un’imitazione), allora il riso diventa estraneo all’uomo, in ogni caso all’uomo cristiano. Inversamente, se si dice che il riso è proprio dell’uomo, è certo che l’uomo che ride esprimerà al meglio la propria natura, ma come si può conciliare questo fatto alla presunta assenza di riso nella vita terrena di Cristo?

Sembrerebbe una questione di lana caprina, ma per l’epoca non lo era affatto: ricerche ossessivo-compulsive su tracce di sorrisi all’interno delle Sacre Scritture si sprecarono, mentre in ambito monacale il riso fu oggetto di una condanna ferrea e per certi versi pretestuosa (si pensi al monaco ultra-rigorista Jorge da Burgos nel già citato romanzo Il nome della rosa). Approssimativamente, il riso, insieme all’ozio, era il secondo grande nemico del monaco.

Umberto Eco Il nome della rosa

Ma, nell’Alto Medioevo, qualcosa cambia. Abbiamo infatti testimonianza di quelli che vengono chiamati dagli studiosi ioca monachorum, cioè liste di indovinelli e di botta e risposta che i monaci si scambiavano al di fuori delle ore di silenzio obbligatorio. Giochi didattici, per l’appunto, una specie di catechismo gradevole o comunque esercizi di memorizzazione: storielle gioiose o narrazioni di fatti (sempre biblici) incredibili e divertenti. Fu così che il monaco, uomo di pianti, lasciava a volte apparire pure il suo volto più ilare.

A volte e raramente, aggiungerei, perché comunque sia il cristianesimo medievale gettò le basi, secondo Jacques Le Goff, per la maturazione di intransigenze sempre più restrittive e fuori dal tempo, proprio attraverso la repressione del riso. Una repressione che si configurò di fatto come una delle prime forme di sospetto nei confronti di manifestazioni più o meno anarchiche, più o meno anormali, più o meno provocatrici. Anarchico, anormale e provocatore, il riso è comunque riuscito a sopravvivere nei secoli. Ma da dove nasce, fisicamente, la nostra capacità di ridere, che ci differenzia, come sosteneva Aristotele, dagli animali?

Alcuni studi neuroscientifici sostengono che la risata altro non sia che una reazione nervosa di fronte ad un rischio o ad un pericolo. L’uomo preistorico, quindi, abbozzava un ghigno in momenti di estrema tensione, di fronte a fenomeni che non era in grado di controllare. Di qui, l’evoluzione del sorriso e del riso come lo conosciamo oggi. Quando la paura di un pericolo diventava sollievo per averlo infine scampato, il riflesso condizionato incarnato da questo ghigno restava in volto, evolvendosi infine in qualcosa di simile a ciò che ridere significa per noi: un gesto estremamente catartico ed esorcizzante, che ci differenzia dagli animali.

Qualcuno volò sul nido del cuculo

Frame dal film Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975)

Catartico ed esorcizzante, anarchico e provocatore, il riso è anche al centro di un film magistrale, diretto da Miloš Forman, che anzitutto però è un libro, scritto da Ken Kesey: Qualcuno volò sul nido del cuculo, la storia di Randle Patrick McMurphy, criminale incallito che si finge pazzo per evitare i lavori forzati e che, giunto nel manicomio statale che lo dovrà ospitare, scopre una realtà drammatica che sarà in grado di rivoltare come un calzino soltanto grazie alla sua inconfondibile capacità di divertirsi con nulla e di ridere su tutto.

C’è una frase in particolare di quel libro, purtroppo non ripresa dal film, che mi ha sempre colpito e che fa un po’ da corollario a quanto detto finora sul riso e sulla sua evoluzione storico-filosofica. Scrive Kesey, riportando uno dei primi predicozzi di McMurphy agli altri pazienti:

“Man, when you lose your laugh you lose your footing”

Se perdiamo la nostra risata, perdiamo le nostre fondamenta.
Homo risibilis, abbiamo detto d’altronde. Pure McMurphy, in fondo, era inconsapevolmente aristotelico.

 

Immagine in evidenza: Sciocco che ride, dipinto olandese del 1500 ca. attribuibile forse a Jacob Cornelisz van Oostsanen (Fonte: wikipedia.org)
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