In questi giorni così strani e concitati, il coronavirus sembra aver monopolizzato tutti i nostri discorsi, distogliendo in poco tempo l’attenzione di ognuno di noi da altre tematiche e ricorrenze, poste solitamente in evidenza durante questa prima parte dell’anno, fra cui il Carnevale o la recentissima Festa della donna.
In questi giorni così strani e concitati, inizierà pure la primavera, il periodo di rinascita per antonomasia: l’umanità intera esce dall’inverno grigio di vite letargiche per rifiorire tra i raggi di un sole nuovo e colori più brillanti.
Parlare di primavera e rinascita in giorni così difficili e particolari sembra tautologico. Eppure il mito di Persefone, mediante il quale gli antichi greci giustificavano il ritorno della primavera, può fornirci oggi un’importante chiave di lettura in merito a quello che ci sta accadendo.

Sir Lawrence Alma-Tadema, A reading from Homer (Fonte: wikipedia.org)

Figlia di Zeus e Demetra, Persefone (o Proserpina) è intenta a raccogliere fiori presso una verde pianura quando viene rapita da Ade, dio dell’oltretomba, che la porta con sé negli Inferi per sposarla, ancora giovinetta, contro la sua volontà. Una volta giunta negli Inferi, viene offerta alla ragazza della frutta, ma Persefone mangia senza appetito soltanto alcuni semi di melograno (per la precisione sei). La fanciulla infatti ignora il trucco di Ade: chi mangia i frutti degli Inferi è condannato a restarvi per l’eternità.

Nel frattempo, la madre, per tre giorni e tre notti, la cerca ininterrottamente. Proprio lei, Demetra, dea dell’agricoltura, che prima di questo episodio era solita procurare all’umanità anni interi di bel tempo e fertilità delle terre, reagisce adirata al rapimento della figlia, impedendo la crescita delle messi e scatenando un inverno durissimo che sembra non finire mai.

Zeus allora decide di intervenire, accordandosi con Ade: visto che Persefone non aveva mangiato l’intero melograno, sarebbe rimasta nell’Oltretomba soltanto per un numero di mesi equivalente al numero di semi da lei mangiati, potendo così trascorrere con la madre il resto dell’anno. In questo modo, Persefone avrebbe trascorso sei mesi con il marito Ade negli inferi e sei mesi con la madre sulla Terra.
Demetra cominciò da quel momento ad accogliere i periodici ritorni di Persefone facendo rifiorire la natura, in primavera e in estate.

Gian Lorenzo Bernini, Ratto di Proserpina (Fonte: wsimag.com)

Al di là degli innumerevoli piani di lettura cui si presta, che cosa insegna veramente il mito di Persefone a tutti noi, costretti in questo periodo all’insofferenza di una lunga “reclusione”?

Innanzitutto che, con la giusta dose di ingegno (lo stesso ingegno utilizzato da Zeus per giungere ad un compromesso con Ade), anche nei periodi più bui si possono trovare nuovi equilibri da cui far fiorire rinnovate meraviglie. L’ingegno, nel nostro caso, è la corretta informazione contro una superficialità dilagante: la superficialità che si cela nel vedere in soli sei semi un melograno intero o nel percepire, in una situazione contenibile soltanto grazie ai nostri comportamenti responsabili, una pandemia abnorme di fronte alla quale sentirsi impotenti.

Il compromesso, nel nostro caso, è cercare di far durare il lungo inverno trascorso nelle nostre case quel tanto in più che basta per poter godere, nei prossimi mesi, di una primavera ritrovata, anche grazie al buon senso di ciascuno, trasformando in azioni concrete e quotidiane l’imposizione di evitare le uscite, gli incontri, la socialità che fino a ieri stava alla base delle nostre vite (più o meno giovani).

Fonte: salute.gov.it

Questi giorni di ozio sono dunque da intendere nel senso latino del termine. Gli antichi nutrivano un forte disprezzo per il lavoro, perché solo agli schiavi erano richieste mansioni faticose e pesanti. L’uomo libero conosceva solo gli esercizi ginnici e i giochi dello spirito, ovvero l’otium, un termine che tuttavia non va frainteso con l’accezione odierna della parola ozio.

L’otium non è infatti l’inerzia (l’assenza di ogni arte) né tanto meno il dolce far nulla cullato dalla noia e dall’attesa di un qualche non meglio precisato accadimento. Si tratta invece dell’ambizione più grande cui poteva mirare un uomo: la cura di sé e della propria saggezza, che passava per la contemplazione spirituale (leggi pensiero) e lo studio.

Karl Spitzberg, Il poeta povero (Fonte: artesplorando.it)

Lo stesso otium che potremo imparare a coltivare in questo periodo: leggere, guardare un film, pensare, ascoltare musica, riprendere in mano uno strumento, studiare, fermarsi per riflettere e ripartire nel migliore dei modi. Un periodo di quiete apparente durante il quale, in realtà, si sedimentano i primi frutti del nostro io futuro: un io più sano, più consapevole e pronto ad accogliere il ritorno di Persefone.

Siamo nel pieno di un’emergenza, di una crisi sanitaria. E crisi, etimologicamente, significa cambiamento, passaggio da uno stato d’essere a quello successivo. La crisi va pensata allora, nella fattispecie, come una fase durante la quale dobbiamo tentare di separare la parte critica da noi stessi, osservarla da un altro punto di vista e valutare se possiamo scegliere qualcosa di diverso che ci possa aiutare a superarne le implicazioni negative.

La crisi è un’evoluzione determinata da un punto di rottura: esattamente come la primavera.

 

Immagine in evidenza: Secret Garden di Carlos Bongiovanni.

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