Le realtà più ovvie ed importanti sono spesso quelle più difficili da descrivere o di cui parlare. Ce lo insegna David Foster Wallace, nel suo discorso per il conferimento delle lauree, tenuto al Kenyon College, il 21 maggio 2005.

Questa è l’acqua resta infatti una delle testimonianze più celebri e citate di Wallace, professore e filosofo americano morto suicida due anni dopo, episodio da molti erroneamente considerato come orizzonte inevitabile della sua esperienza umana ed artistica.

Troppo spesso, David Foster Wallace è rimasto prigioniero di etichette banali e riduttive: come quella di “postmoderno” per un genere che in realtà evolve di opera in opera. Nella mente arguta ed eclettica di Wallace, infatti, filosofia analitica, matematica e letteratura si incastravano alla perfezione, fino a formare complesse cattedrali di pensiero: il romanzo d’esordio La scopa del sistema, pubblicato nel 1987, è imperniato ad esempio sulla filosofia di Wittgenstein, ponendo le teorie logico-linguistiche del pensatore tedesco in un dialogo ideale con Jacques Derrida.

David Foster Wallace si è spento agli albori di Facebook e Twitter, prima di Instagram e Snapchat, ma riuscì comunque a raccontare, profetico e realistico, la società liquida nella quale viviamo. E lo fece proprio grazie ad interventi come Questa è l’acqua, che si apre con una storiella divertente ed istruttiva.

Ci sono due pesci che nuotano e ad un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e dice: “Salve, ragazzi! Com’è l’acqua?”. I due pesci più giovani nuotano un altro po’ ancora, poi uno guarda l’altro e fa: “Che cavolo è l’acqua?”.

Il senso di questa storiella è che le realtà spesso più ovvie sono anche le più difficili da vedere, proprio perché vi siamo immersi fin dalla nascita, come i pesci nell’acqua.

David Foster Wallace. Fonte: Wikimedia Commons.

Il resto del discorso è invece dedicato al ruolo dell’educazione e dell’istruzione, che hanno il compito di insegnare a pensare, uscendo da una modalità standard di ragionamento e raggiungendo la consapevolezza di ciò che è davvero importante.

Certo, la morale che emerge dalla storia dei pesci e dal compito educativo che Wallace auspica per l’istruzione umanistica può essere considerato un banale luogo comune, ma nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti i banali luoghi comuni possono essere questioni di vita o di morte.

Ad esempio, non è solo un luogo comune il fatto, su cui insiste Wallace, che la più reale, vivida e importante persona che esista al mondo, per ciascuno di noi, siamo noi stessi: raramente pensiamo a questa forma di naturale e fondamentale egocentrismo, perché è qualche cosa di socialmente odioso.

Il lavoro indispensabile, dunque, consiste nell’affrancarsi dalla configurazione di base, naturale e codificata in noi, che ci rende profondamente centrati su noi stessi, interpretando ogni cosa attraverso questa lente del sé e trasformando, a lungo andare, la vita adulta in noia, routine e meschina frustrazione, per cui, in ogni momento, ci ritroviamo ad essere unicamente, completamente e imperiosamente soli.

Quest’intenzione di affrancarci dall’ansia della felicità individuale che ci condanna all’indifferenza collettiva rimanda alla descrizione della vita proposta da Thomas Hobbes, utilizzando una metafora di straordinaria efficacia: l’esistenza, per il filosofo inglese, è una corsa, senza alcun premio in palio e addirittura priva di una meta che non sia la soddisfazione di stare sempre davanti.

Lo sforzarsi, è l’appetito.
Il mancar d’energie, è la sensualità.
Guardare gli altri che stanno dietro, è gloria.
Guardare quelli che stanno davanti, è umiltà.
Il perdere terreno per guardarsi indietro, vanagloria.
L’essere trattenuti, odio.
Tornare indietro, pentimento.
L’essere in fiato, speranza.
L’essere affaticato, disperazione.
Sforzarsi di superare chi sta immediatamente davanti, emulazione.
Soppiantare o far cadere, invidia.
Decidere di aprirsi a forza in un ostacolo visto davanti, coraggio.
Aprirsi a forza un varco in un ostacolo improvviso, ira.
Aprirsi a forza un varco con facilità, magnanimità.
Perdere terreno per piccoli impedimenti, pusillanimità.
Cadere all’improvviso, è disposizione al pianto.
Vedere un altro cadere, disposizione al riso.
Vedere sorpassato uno che non avremmo voluto, è compassione.
Vedere uno, che non avremmo voluto, sorpassare gli altri, indignazione.
Seguir d’appresso un altro, è amare.
Spingere colui che così segua d’appresso, carità.
Farsi male per troppa furia, è vergogna.
Essere superato continuamente, è infelicità.
Superare continuamente quelli davanti, è felicità.
E abbandonare la pista, è morire.

Thomas Hobbes (1588-1679)

La realtà che ci circonda può però essere osservata in maniera molto meno autoreferenziale di così, scegliendo di attuare un pensiero alternativo che ci permetta di empatizzare con le esperienze degli altri, anche senza necessariamente partire dalla nostra.

La vera libertà, quella più importante e vivificante, richiede attenzione, consapevolezza e disciplina: è la libertà di essere in grado di interessarsi ad altre persone più e più volte al giorno, in forme e modi anche insignificanti e poco attraenti. Questo significa essere istruiti e capire come si pensa.

L’alternativa, altrimenti, è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto e perso qualcosa di infinito. Qualcosa che viene prima della morte, qualcosa che ha a che fare con il valore reale di una vera istruzione e quasi nulla da spartire con la conoscenza pura. Qualcosa che significa semplice consapevolezza, consapevolezza di cosa è reale ed essenziale, ben nascosto ma sempre in piena vista davanti a noi, per cui non dobbiamo smettere di ricordarci, più e più volte: “questa è l’acqua”.

Rimanere vigili, coscienti e consapevoli, all’interno del mondo adulto, è qualcosa di estremamente difficile. Ed è difficile perché significa che un altro dei grandi luoghi comuni della vita si rivela essere, in fondo, vero: l’educazione, quella reale, è davvero un lavoro che dura tutta la vita e che ci permette di nuotare, consapevoli finalmente dell’acqua che abbiamo attorno.

 

 

© riproduzione riservata