Johnny Stecchino è il film comico forse più riuscito di Roberto Benigni: arrivato in sala nel 1991, fu un vero successo, sia di incassi che di critica.

La storia di Dante, sosia perfetto di un malavitoso siciliano pentito, circuito dalla moglie del boss per sostituire il marito in pubblico, salvandogli la vita in vista di ripercussioni mortali da parte dei membri di altri clan, affascina, diverte e, cosa non meno importante, fa riflettere. Perché Dante stesso, ignaro di ciò che realmente (in verità) gli accade intorno, crede che tutti i tentativi di ucciderlo di cui è vittima siano riconducibili ai suoi vizi fraudolenti, inezie nella Palermo degli anni più turbolenti, ma giganteschi e spaventosi ai suoi occhi di (quasi) onesto cittadino: derubare l’ortolano con un gioco di prestigio e frodare l’assicurazione spacciandosi per invalido civile.

Locandina del film Johnny Stecchino, 1991

È dunque così che Dante, tornando poi finalmente a casa, della sua esperienza siciliana pare non aver capito nulla, ad eccezione di una regola fondamentale: le banane, a Palermo, non si possono rubare.
La verità di ciò che ha vissuto lo sfiora senza toccarlo, perché quel mondo fatto di traffici, omertà e ministri cocainomani è troppo fuori dalla sua semplice portata.

Verità, in greco, si dice aletheia e significa letteralmente “togliere un velo”: il velo della menzogna, dell’inganno, il velo che nasconde ai nostri occhi la vera natura delle cose. Il velo che Dante ha davanti per tutta la durata del suo soggiorno palermitano e del quale non si accorge mai. Ma a ben vedere, questo stesso velo (che il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer chiamava “di maya”, prodotto della nostra coscienza circuita ed ingannata), non è di per sé meno vero, meno reale, di ciò che si nasconde dietro.

È dunque vero che rubare banane è qualcosa di sbagliato, a Palermo e altrove, com’è altresì vero che, per chi ruba e froda, sono previste ripercussioni (magari meno gravi di una sparatoria in mezzo alla strada). Ma nella grande commedia dell’equivoco girata da Benigni, è appunto l’equivoco, non la verità, il protagonista. E l’equivoco ha in sé un fondamento di verità nella misura in cui è prodotto da quel velo, vero e reale, atto a nascondere un qualcosa in più che renderebbe il quadro completo.
L’unica cosa che manca a Dante è quindi la consapevolezza di saper contestualizzare l’insegnamento che ha tratto dal suo viaggio in una cornice più ampia che possa indirizzarne le conclusioni.

Fonte: film.it

La coscienza critica totalmente estranea a Dante è tuttavia compensata, nella personalità del personaggio, da una semplicità disarmante, con la quale riesce a districarsi praticamente in ogni situazione, scampando senza rendersene conto a pericoli ben più subdoli e meschini di quanto lui riesca ad immaginare: è la semplicità con cui, per fare un solo esempio, accerchiato da una decina di malavitosi, riesce ad ammansirli, incantandoli istrione (altra caratteristica salvifica), con una sciocca canzoncina per bambini. Ad interrompere l’armonioso coro così creatosi può intervenire soltanto un’incredula Maria, moglie di Johnny, boss di cui Dante è sosia.

Lei stessa si rende allora conto che far uccidere Dante al posto di Johnny per scappare con lui in America e vivere per sempre dentro un mondo così complesso e vendicativo, non è tanto allettante come di primo acchito poteva sembrarle. Una vita fuggitiva, piena di denaro ma avara di felicità, non fa per lei. Ed è questa sua decisione finale a decretare di fatto la morte di Johnny. Una morte che è vittoria del bene sul male, ma anche dell’equivoco (Dante e le sue banane rubate) sulla verità (Palermo e la mafia dilagante, di cui lui non conosce l’esistenza).

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