Ancora oggi, rivoluzione e violenza vengono spesso considerate espressioni sinonimiche: si pensi, nell’ultimo anno, ai gilet gialli in Francia, o alla protesta degli allevatori sardi per il prezzo del latte.
Affinché l’una vada in porto sembra esserci bisogno dell’altra. È quasi impossibile pensare un cambiamento epocale senza che qualche forma, anche minima, di violenza accompagni questo scenario. E spesso la violenza, intesa come compagna prediletta della rivoluzione, assume, in questa sua peculiare accezione, connotati estremamente positivi: la ribellione, l’insurrezione di massa, non può che esprimere primariamente le proprie istanze mediante l’irruenza del suo imporsi. Un’irruenza violenta, appunto, in grado di far sentire il grido degli oppressi agli oppressori, il suono di una nuova era alle orecchie di un tempo ormai sulla via del tramonto, l’urlo insomma di chi, per una ragione o per l’altra, vuole essere ascoltato.

Grido, suono, urlo: la violenza è anche musica. Non a caso questo mio articolo porta il titolo di una canzone: Se ti tagliassero a pezzetti, penultima traccia dell’album L’Indiano, immediatamente successivo ai quattro mesi di sequestro cui furono vittime Fabrizio De André e la compagna Dori Ghezzi a Tempio Pausania, entroterra sardo.

Fonte: dagospia.com

Un album nel quale si trattava di raccontare l’ultima emarginazione con cui Faber aveva avuto dei contatti ravvicinati: quella degli stessi sardi che l’avevano rapito, i quali, nel disagio sociale, politico ed economico in cui versavano, erano stati in qualche modo “costretti” a farsi banditi.

In un background piuttosto pessimistico dunque, De André dimostra anche, paradossalmente, come sia difficile distruggere negli uomini quella naturale vocazione ad alimentare e salvaguardare le due principali inquiline della coscienza umana: la “signora libertà” e la “signorina fantasia” (che nei live verrà sempre sostituita con un “signorina anarchia”), cantate in Se ti tagliassero a pezzetti. Il brano teorizza proprio questo: per quanto la società in cui viviamo (foriera di problemi sociali, economici e politici, con le sue istituzioni a volte o spesso oppressive, e con tutte le sue ingiustizie), possa tagliare a pezzetti l’identità di una persona, limitandone o annullandone libertà e fantasia, questa stessa identità perduta verrebbe a ricomporsi grazie al polline e al sorriso di un dio, con la complicità della natura stessa (“il vento”, “il regno dei ragni”, “la luna”).

Ma, se per la libertà e l’anarchia dell’animo c’è pur sempre questa speranza che non muoiano mai, nemmeno quando si trovano ingabbiate, diversa è la liberazione da ogni costrizione fisica del corpo, quale può esserlo una vita interamente limitata, tagliata a pezzetti, dal potere (esercitato o subito). Lo stesso Faber denunciava, in un’intervista rilasciata il giorno dopo la sua liberazione, che “i veri sequestrati erano loro, perché stanno ancora là, mentre noi siamo qui, liberi, a riprenderci la vita”.
L’unica risposta, dunque, che quei “veri sequestrati” sembravano in grado di dare alla loro condizione umana, tagliata a pezzetti, era una risposta violenta: il rancore, il rapimento, l’irruenza.
Si può, di contro, teorizzare che la rivoluzione violenta non ha però futuro, nel senso più strettamente letterale dell’espressione. A causa della violenza, azione statica senza proiezione al domani, la rivoluzione, che è invece corsa al futuro, esce sconfitta dalla prova del tempo perché costretta a fermarsi prima. Ma non è la violenza in sé a costringerla ai box: la violenza non si fa da sola, è sempre generata da qualcosa o da qualcuno, in ultima istanza dalla rabbia, dall’istinto e dalle passioni degli uomini.

È in fondo l’uomo il vero protagonista della storia, e ciò che egli produce, nei suoi effetti anche più funesti, è sempre, inderogabilmente, imputabile a lui. Ecco allora che la rivoluzione veramente rivoluzionaria, come afferma anche Huxley, può partire autenticamente soltanto dall’anima e dalla carne: dall’uomo che pensa, che veicola idee e che agisce di conseguenza.
L’inflazionata espressione di Gandhi, “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, riacquista qui il suo pieno significato. Il rivoluzionario che, prima di rivoluzionare la realtà, non rivoluziona se stesso rimane tale solamente a parole.

Ma che cosa significa rivoluzionare se stessi?
Alexis de Tocqueville tentò di spiegare la maniera in cui, nelle società democratiche, figlie sostanzialmente delle rivoluzioni moderne, la paura della rivoluzione stessa smorzi di fatto ogni istanza di cambiamento. Ed è una paura che si presenta anzitutto a livello individuale, nell’animo del singolo preso come tale, che non vuole più mettere in discussione se stesso né il suo piccolo mondo.
Questa paura resta nei suoi presupposti totalmente irrazionale, perché è l’uomo alla base del progresso e sta all’uomo arrestarlo se esso non corrisponde alle sue aspettative. Ma per farlo ci vuole coscienza, e per sviluppare una coscienza che sia realmente tale è necessaria una rivoluzione interiore. La crescita stessa di un individuo è rivoluzione: le abitudini infantili, poi giovanili, infine adulte, gli atteggiamenti, i comportamenti, le amicizie, i rapporti e le idee di ciascuno cambiano e si rinnovano. Un cambiamento e un rinnovamento che non cessa mai perché proiettato sempre verso il futuro, verso la piena ed inarrivabile maturazione personale: nessuno, a qualunque età sia giunto, può mai dirsi veramente “arrivato”. La rivoluzione interiore è quel cambiamento che non arriva, o meglio che arriva ma poi riparte, che continua irrefrenabile e che, cosa più importante, non è mai violento in quanto rispettoso del tempo che ha a disposizione.

Certo, per l’individuo moderno giunto a questa conclusione, e comunque costretto a muoversi in un mondo dominato dalla violenza (generata da altri uomini che, invece, alla stessa conclusione ancora non sono arrivati o che addirittura non ci arriveranno mai), la sopravvivenza risulta difficile e frustrante. È un po’ lo stesso destino del filosofo nel mito platonico della caverna. Ma, a mio parere, è proprio questa la sfida più grande cui l’uomo che sia rivoluzionario, tanto di nome quanto di fatto, è chiamato a rispondere.
Definire la non violenza un’utopia è pertanto riduttivo, se non addirittura stupido. D’altronde, chi taccia di utopia le posizioni altrui, solitamente nasconde l’ipocrisia propria di coloro che per comodità preferiscono barricarsi in sicurezze stabili seppur futili, soddisfacenti seppur mediocri. Come gli uomini democratici di Tocqueville, gelosi delle loro conquiste, che però non sono così preziose come sembrano se rischiano di vacillare al minimo cambiamento. O come chi si trova a negare “signora libertà” e “signorina fantasia” nelle catene dei propri “tailleur grigio fumo”.
Ma “se ti tagliassero a pezzetti, il vento li raccoglierebbe, il regno dei ragni cucirebbe la pelle, e la luna tesserebbe i capelli e il viso, e il polline di dio, di dio il sorriso”.

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