Lucio Anneo Seneca fu un filosofo, politico e drammaturgo latino, che influenzò profondamente lo stoicismo romano: un filone di pensatori che esortava l’uomo a vivere in accordo con la propria natura più razionale. Il sommo bene, per gli stoici, era la virtù, in grado di indirizzare l’uomo verso forme di vita migliori. In ultima istanza verso la felicità, individuale e collettiva.

Per perseguire questo fine, il saggio doveva sapersi liberare dalle passioni che gli impedivano di individuare la corretta via. Solo così poteva dirsi in grado di giungere allo stato ideale di apatheia, che è appunto l’assenza di passioni. Tale condizione, tuttavia, non andava perseguita mediante una vita isolata, come sostenevano invece gli epicurei.

Al contrario, gli stoici sentivano profondamente il dovere di dedicarsi alla res publica, alla vita sociale. Un dovere necessario, per poter comunicare agli uomini il proprio stile di vita e il proprio ideale di giustizia.

Il suicidio di Seneca

Manuel Domínguez Sánchez, “Il suicidio di Seneca”, 1871 (Fonte: wikipedia.org)

Fra gli stati d’animo e le passioni che minano in maniera più cocente uno stile di vita stoicamente inteso, l’ira si configura come il peggiore.
Scrive Seneca, nel De ira:

“Infatti, l’ira è allo stesso modo incapace di controllarsi. Dimentica del decoro, immemore degli obblighi sociali, tenace e concentrata in ciò che ha cominciato, chiusa alla ragione e ai suggerimenti. Stimolata da futili motivi, incapace di distinguere il giusto e il vero, quanto mai simile alle macerie che si rompono sopra ciò che hanno schiacciato”

L’ira è dunque percepita dallo stoicismo romano e da Seneca in particolare come una sorta di follia che fa perdere all’uomo il controllo di se stesso e per questo lo induce a compiere azioni sconsiderate.

 

Prima di Seneca

Non si tratta certo di un punto di vista nuovo: di ira, in una prospettiva per molti versi simile a questa, parla infatti il più antico documento letterario della storia occidentale, l’Iliade di Omero. Non è un caso che il termine posto in apertura del poema stesso sia proprio mènin, parola greca che designa, appunto, l’ira.

L’Iliade racconta infatti i 50 giorni dell’ultimo anno di guerra fra Achei e Troiani, durante i quali Achille, adirato, rinuncia a combattere a fianco dei suoi alleati, causando un forte indebolimento dell’esercito acheo.

L'ira di Achille

Jacques Louis David, “L’ira di Achille”, 1825 (Fonte: wikipedia.org)

Le ragioni che stanno alla base del suo sconsiderato comportamento sono ben note. L’indovino Calcante aveva rivelato come la pestilenza scatenatasi sul campo acheo fosse stata causata dal dio Apollo. Egli si era infatti adirato in seguito al rifiuto di Agamennone di rendere la propria schiava, Criseide, al padre Crise, sacerdote del dio. Costretto a restituire la schiava per placare Apollo, Agamennone ha preteso però che gli fosse attribuita Briseide, un’altra schiava di guerra che l’esercito aveva destinato, in riconoscimento del suo personale prestigio, ad Achille. Di qui l’ira di quest’ultimo.

 

L’ira e le sue rappresentazioni

Ma come veniva considerata e descritta l’ira all’interno del poema omerico?
Non vi è, in effetti, una rappresentazione delle modalità con cui l’ira si genera nel nostro eroe, anche se vengono ugualmente spiegate le caratteristiche dell’ira in merito ad un altro personaggio, Agamennone. Anche costui, dopo le parole di Calcante che lo avevano indicato come responsabile della pestilenza, cade in preda ad un’ira altrettanto funesta.

Brad Pitt

Brad Pitt interpreta Achille in una scena del film Troy (2004)

Leggiamo in Iliade, I, vv. 103-104:

“I neri precordi erano molto gonfi di ira, gli occhi parevano fuoco lampeggiante”

Anche Seneca, come Omero, riconosce un cambiamento netto nei connotati fisici delle persone in preda a questo sentimento.
Infatti, ancora dal De ira, leggiamo che:

“Sono indizi certi d’ira la fronte accigliata, l’andatura accelerata, le mani inquiete, il colorito modificato, i respiri frequenti ed emessi con maggior veemenza […], gli occhi che divampano, il rossore in tutto il volto perché il sangue affluisce dal profondo del cuore, le labbra che tremano, i denti che si stringono, i capelli che si rizzano e si sollevano”

Una differenza sostanziale però, continuando nella lettura parallela delle due opere, si evidenzia nel modo di intendere l’origine dell’ira e della burrasca emotiva che da essa scaturisce. Omero attribuisce infatti ogni brusca alterazione nei meccanismi comportamentali di un individuo, ira compresa, ad un agente esterno, divinità o destino individuale che sia.

 

Omero e l’intervento divino

Vi è di più. Gli dei possono concretamente intervenire anche per impedire a un personaggio di compiere, in preda all’ira, gesti che genererebbero delle conseguenze a dir poco terribili. È il caso del litigio fra Agamennone e Achille. Non appena quest’ultimo apprende che il re ha intenzione di sottrargli la schiava Briseide, è colto dall’ira, e non sa se colpire a morte Agamennone con la spada o “calmare l’ira e contenere il cuore” (Iliade, I v. 192). Proprio mentre sta per estrarre la spada, giunge la dea Atena, che lo trattiene afferrandolo per i capelli.

Atena e Achille

Giambattista Tiepolo, “Minerva trattiene Achille dall’uccidere Agamennone”, data sconociusta (Fonte. wikipedia.org)

Alla cultura più arcaica manca forse ancora la percezione chiara e distinta di passioni che si generano ed esplodono all’interno dell’anima. Anche perché a ben vedere, manca del tutto un concetto ben definito di anima. Il sostantivo greco psychè, che più tardi servirà appunto a designare l’animo umano, in Omero sta soltanto ad indicare il soffio vitale che abbandona l’individuo nel momento della morte.

Alla coscienza dell’anima e delle pulsioni che in essa si generano si giungerà più tardi, con la filosofia di età classica e poi ellenistica. I pensatori di quest’epoca affronteranno sistematicamente il problema dell’essenza dell’anima, delle passioni che da essa procedono e dei meccanismi comportamentali con cui l’individuo può arginare le sue pulsioni più nocive.

 

Seneca e l’autocontrollo umano

Fra di essi, spicca il nostro Seneca, per il quale il pericolo delle passioni risiede principalmente nel fatto che, al contrario di quanto pensava Omero, esse non irrompono dall’esterno. Provengono dall’uomo stesso, il quale deve ergere la propria coscienza a giudice per riuscire a debellarne le implicazioni negative.

“Tutti i sensi devono essere guidati verso la fermezza: sono resistenti per natura, e l’animo deve essere chiamato quotidianamente a rendervene conto. Cesserà e si modererà l’ira, se saprà di doversi presentare ogni giorno davanti a un giudice”

Proprio la sensibilità ai meccanismi della psicologia individuale, insieme all’insistenza sulla necessità di un intervento repentino, costituisce forse l’aspetto più originale del contributo di Seneca in materia di passioni. Un contributo sviluppatosi in seno a quel cammino verso la saggezza che nell’antica Roma andava progressivamente delineandosi.

Immagine in evidenza: Alexandre Cabanel, “L’angelo caduto”, 1868 (Fonte: wikipedia.org)
© riproduzione riservata