Michele Graglia era un bellissimo modello e spendeva le sue giornate tra Miami e New York. La sua vita si era ben presto ridotta ad un ricettacolo di macchine sempre più grandi, soldi sempre più cospicui per potersi pagare ogni capriccio e donne bellissime con cui potersi distrarre.

Una sera, tuttavia, si ritrova sul davanzale del suo appartamento al quindicesimo piano, intento a chiedersi che farsene di tutto quel lusso e di tutti quegli eccessi. Se non è quella la sua strada, allora qual è? Michele troverà la sua risposta in un libro letto per caso. E quella risposta è uno sport: l’ultramaratona. Nel giro di un anno, diventa uno dei campioni più forti al mondo, ma vincere per lui non conta. L’ultra è una sfida con se stessi, non con gli altri. Correre per centinaia di chilometri, in tutte le condizioni atmosferiche possibili, tra i ghiacci del Canada o con cinquanta gradi nella valle della Morte, spingendo il corpo e la mente oltre ogni limite immaginabile, è più una necessità che una dimostrazione.

Di fronte a storie come questa, molti di noi se ne domandano il senso. Perché dover toccare il fondo per accorgersi dei propri errori? E perché, parimenti, dover toccare e divaricare il proprio limite per rinascere davvero? Michele ci risponderebbe che il senso della sua storia è nel senso stesso. Scrive infatti, in una pagina della sua autobiografia (Ultra, 2017):

Se hai già tutto, perdi lo stimolo di vivere: perdi il senso. E se non hai il senso, puoi avere tutto quello che vuoi, ma non ti sentirai mai appagato come persona.

Ecco allora da dove proviene lo stimolo al cambiamento, lo stimolo all’oltre, cui tanti di noi aspirano sempre, senza trovarlo mai. Lo stesso stimolo che animava anche i grandi guerrieri del passato.

Copertina del libro di Michele Graglia e Folco Terzani, Ultra (2017)

Ercole era il più forte tra gli eroi greci. Figlio di Zeus e di una ragazza mortale, nessun uomo e nessun mostro poteva sconfiggerlo. Durante le sue famose dodici fatiche, raggiunse un giorno il limite del mondo. Lì, spaccò a metà una montagna e, sopra le due colonne così ricavate, incise la scritta “Non plus ultra” (letteralmente: “Non più oltre”). Le colonne d’Ercole, allo stretto di Gibilterra, dove finisce il bacino del Mediterraneo e inizia il grande oceano, indicavano il limite estremo del mondo conosciuto, oltre il quale nessun mortale poteva avventurarsi.

Tempo dopo, un altro eroe, Ulisse, ormai anziano ma sempre bramoso di conoscenza come durante l’odissea della sua giovinezza da guerriero, decise di ripartire per un ultimo viaggio. Navigò attraverso l’intero Mediterraneo verso il punto in cui tramonta il sole, verso la fine del mondo, verso le famose colonne d’Ercole. Lì, rivolgendosi ai compagni in un discorso reso poi famoso dal XXVI canto dell’Inferno dantesco (“fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”), finalmente superò il varco, buttandosi nell’immenso blu dell’oceano, spingendosi oltre.

Frame dal film di animazione Hercules (1997)

Vi è pura dedizione in molte di queste sfide, più o meno recenti. Michele è dedito ai propri allenamenti, Ercole alle proprie fatiche, Ulisse allo sviluppo della propria smisurata curiosità. E forse proprio loro ci insegnano che per fare le cose bene, la dedizione è fondamentale. Occorre seguire le proprie passioni, dev’esserci un amore assoluto per quell’obiettivo che richiede un tale sacrificio.
Ma qual è veramente il confine fra dedizione e ossessione?

Questa domanda se la pose mezza America quando Tommy Caldwell e Kevin Jorgeson decisero di tentare l’arrampicata libera più difficile del mondo: The Dawn Wall, nella Yosemite Valley. Tommy aveva dedicato (termine che ritorna) gran parte della sua vita più recente ad elaborare strategie, allenamenti, percorsi e varianti per riuscire a completare quella salita. Ma, nell’ossessione di farcela, non dimenticò di aspettare per giorni il compagno in difficoltà, desiderando a tutti costi di riuscire a terminare quell’impresa insieme a lui.

Di fronte a quest’evidenza, forse spingersi oltre non è un’azione ego-centrata o individualistica, che implica qualità personali più o meno eccezionali. Forse spingersi oltre necessita di più empatia e solidarietà di quanta ne immaginiamo. Quel verbo diventa allora meno riflessivo: diventa uno spingere e uno spronare gli altri, un empatizzare e un solidarizzare anzitutto con chi ci sta intorno, con il mondo in cui viviamo, per poi riuscire in ultima istanza a fare la medesima cosa con la nostra personale vita e con noi stessi.

Tweet di congratulazioni per l’impresa di Caldwell e Jorgeson, scritto dall’allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama

Tommy Caldwell lo dimostrò ancora una volta tempo dopo, quando si trattò di aiutare un amico scalatore, Alex Honnold, ad allenarsi per poter ripetere, slegato (!), un’altra mitica salita di arrampicata nella stessa valle statunitense. Il film che narra di questa grande impresa (Free Solo, 2018) vinse addirittura l’Oscar nel 2019 come miglior documentario.

Se secondo il filosofo Immanuel Kant il limite è ciò che segnala l’ignoranza della ragione, cioè l’impossibilità che abbiamo come esseri umani di afferrare, percepire e padroneggiare la totalità delle cose, spingerci oltre, tentare di allungarne i confini, ci avvicina sempre più alle soglie dell’infinito. Quell’infinito che custodisce ogni sogno, ogni fantasia, ogni desiderio. Quell’infinito che cozza però ogni giorno contro le nostre paure: maestre da affrontare più che nemiche da distruggere. E l’unico strumento che abbiamo per affrontarle è insito nel sogno stesso: il rischio di vederlo infranto, di vederci infranti. Un rischio che però dobbiamo abbracciare se vogliamo davvero urlare al mondo, in punto di morte, di aver vissuto un’esistenza piena.

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