La mattina del 14 aprile 2018, l’avvocato per i diritti civili David Buckel entrò nel parco pubblico di Brooklin con uno scopo ben preciso. Alle 5.55 del mattino inviò un’email ad alcuni organi di stampa per spiegare la decisione che stava per prendere. Poi si cosparse di benzina e si diede fuoco.

Secondo suo marito e i suoi amici, David Buckel non era depresso. Ebbe anzi abbastanza presenza di spirito per lasciare tre distinti messaggi in cui spiegava il suo atto. Il più breve lo scrisse a mano:

“Sono David Buckel e mi sono appena dato fuoco per protesta”

Un secondo biglietto fu ritrovato lì accanto, dentro un cestino per la spazzatura. Diceva:

“L’inquinamento devasta il nostro pianeta, trasudando inabitabilità attraverso l’aria, il suolo, l’acqua e il clima. Il nostro presente è sempre più disperato, il nostro futuro esige più di quello che stiamo facendo”

Buckel era un avvocato impegnato sul fronte dei diritti civili e aveva tutti i motivi per credere che il progresso non fosse solo una fantasia. Era un pioniere riconosciuto a livello internazionale per i diritti di omosessuali e transgender. La legalizzazione del matrimonio omosessuale era avvenuta quando Buckel era già adulto, in parte anche grazie ai suoi sforzi.

David Buckel

David Buckel (Fonte: lifegate.com)

In un’atmosfera di apatia e rassegnazione, sembrava una persona ottimista e motivata. Chi ha descritto il suo suicidio come un atto di disfattismo trascura il fatto che la sua morte è stata un’esplicita protesta. E la protesta è l’azione che più dipende dalla convinzione che le cose possano migliorare, che possano andare diversamente.

 

La filosofia di fronte al suicidio

Il suicidio è stato ed è ancora un tema molto dibattuto in filosofia: da un lato, esso viene condannato come trasgressione verso se stessi (o verso Dio), dall’altro esaltato come manifestazione suprema di libertà umana.

L’uomo, diceva Kant, è obbligato alla conservazione della propria vita unicamente per il fatto che è una persona, viva e vegeta. Epicuro avrebbe ribattuto che spesso vivere nella necessità è una sventura non necessaria, evocando il suicidio come possibilità di liberazione personale. Personale, un aggettivo che sembra in ogni caso accompagnare tale scelta ultima.

Tuttavia, la storia di David Buckel è tutto fuorché personale: il suo suicidio aveva un fine ben preciso, assolutamente impersonale. Esattamente come la decisione di immolarsi presa da quei monaci buddhisti che si davano fuoco per protestare contro la guerra in Vietnam, una decisione esplicitamente concepita per essere vista: per ardere nella coscienza pubblica, per incitare al cambiamento. Una forma di suicidio lontana anni luce da quella di chi si gettò disperato dalle Torri Gemelle in fiamme, l’11 settembre 2001, preferendo morire sul colpo, nello schianto con il cemento della strada, piuttosto che bruciare vivo.

Monaci vietnamiti

Monaci buddhisti vietnamiti (Fonte: wikipedia.org)

Una forma di suicidio diversa anche da quella di cui fu vittima Kevin Hines, che si gettò diciottenne dal Golden Gate. Anzitutto, perché Hines sopravvisse, diventando in poco tempo l’oratore per la prevenzione del suicidio più famoso d’America. In secondo luogo, perché nel caso dei monaci buddhisti e di Buckel, il fattore personale della scelta era praticamente inesistente: non si muovevano per una sorta di rimedio estremo come gli impiegati delle Torri Gemelle, né per sfuggire alla depressione dilagante come Hines. I monaci buddhisti e Buckel si muovevano seguendo la scia di un ideale, magari effimero, magari inutile, ma certamente, secondo la loro opinione, onorevole.

 

Questione di vita o di morte

Nessuno saprà mai se nel momento fatale, mentre esalavano il loro ultimo respiro, si siano pentiti della loro scelta, ma è bene ripensare ad uno dei suicidi di massa più imponenti della storia, sicuramente fondante per la cultura ebraica.

Intorno all’anno 72 d.C., i soldati dell’impero romano cinsero d’assedio la comunità ebrea di Masada, arroccata su una montagna. Per un mese e mezzo almeno, pur essendo numericamente inferiori, gli ebrei respinsero gli attacchi dei romani. Quando però fu chiaro che la battaglia era ormai persa, si suicidarono per evitare la cattura. Siccome togliersi la vita è proibito dalla legge ebraica, gli abitanti di Masada tirarono a sorte e si uccisero uno dopo l’altro, in sequenza, finché rimase un unico ebreo: l’unico costretto ad infrangere la legge, l’unico a morire suicida.

Fortezza di Masada

Ciò che resta della fortezza di Masada (Fonte: wikipedia.org)

A molti di noi, quello di Masada sembrerà un atto di fanatismo più che un gesto di eroismo. Perché non provare a negoziare la resa? O perché non fare finta di convertirsi? Oppure perché, più semplicemente, non vivere per combattere un giorno in più o anche solo vivere per poter vivere un singolo giorno in più?

La fonte di ciò che sappiamo sul suicidio di massa a Masada è Giuseppe Flavio. Ma nonostante ci siano ampie testimonianze archeologiche ad attestare la presenza di una comunità ebraica a Masada, l’accuratezza storica del racconto di Giuseppe è poco plausibile.

Il mito del suicidio collettivo è stato perpetuato e diffuso perché l’incentivo a mantenere in vita quelle morti era fortissimo. Un paese minuscolo, attorniato da vicini che lo sovrastano e vogliono distruggerlo, ha bisogno che gli altri credano al suo rifiuto incondizionato ad arrendersi. E ha bisogno di crederci lui stesso.

Ma di che cosa avevano bisogno i monaci buddhisti e l’avvocato Buckel? Il loro gesto, la loro storia, più che somigliare a quella di altri suicidi, assomiglia alla storia di salvezza forse più celebre che esista.

 

L’importanza di avere tempo

Noè era un uomo giusto e senza difetti fra i suoi contemporanei, di certo un uomo estremamente paziente: trascorrono circa cent’anni da quando Dio dà istruzioni a Noè per costruire l’arca a quando Dio stesso scatena il diluvio. Un secolo è un tempo lunghissimo: pensate a cosa devono essere stati quegli anni per Noè, ogni giorno preso per pazzo, ogni giorno speso a dedicare tutta la sua identità (il suo lavoro, le sue risorse, la sua risolutezza) ad uno scopo estraneo a chi lo circondava, a qualcosa di indimostrabile, o perlomeno di non immediatamente evidente.

Non immediatamente evidente quasi come i cambiamenti climatici contro cui Buckel aveva iniziato la sua battaglia, votando loro l’ultimo periodo della sua vita.

Un secolo è un periodo di tempo lunghissimo che però, nella sua lunghezza, serba in sé una grande forza: la pazienza, la reazione di Noè all’avversità. Una reazione che si allunga nel tempo, senza fretta.

Arca di Noè

Edward Hicks, “L’arca di Noè”, 1846 (Fonte: wikipedia.org)

Semplicemente, dunque, i monaci buddhisti e Buckel non avevano cent’anni di tempo. Non avevano pazienza. L’urgenza della guerra e della crisi ambientale li ha costretti ad una decisione che mettesse il loro ideale, la loro lotta per un futuro migliore, davanti alle loro stesse vite, al valore di quelle vite, per salvarne poi delle altre. La guerra e la crisi ambientale avevano bisogno di gesti tanto eclatanti per scuotere le coscienze, per incentivare comportamenti positivi di vita individuale negli altri, in un futuro più roseo, in un mondo più bello.
“Uno scopo onorevole nella vita richiede uno scopo onorevole nella morte” scrisse David Buckel nel suo ultimo messaggio d’addio.

 

Vivere, uno scopo onorevole

Personalmente, reputo il suicidio qualcosa di assolutamente ingiusto, prima che illegittimo. Ho la fortuna di amare la vita: la mia e l’esistenza umana più in generale. Ma forse analizzare le motivazioni recondite che portano ad un gesto tanto estremo, può aiutarci a sedare l’aria di condanna che aleggia sempre attorno alle cose che proprio non riusciamo a capire. Aprire la mente, analizzare la realtà: filosofia, in fondo, significa anche questo. E proprio la filosofia ci insegna ad ascoltare tutti: ad amare e comprendere le scelte degli altri, prima che opinarle.

Ecco allora che l’attaccamento alla vita, per un uomo di nome David Buckel, sembrava andare veramente al di là della morte stessa. L’esistenza umana, per lui, era un bene preziosissimo, un bene che andava difeso (cosa che già, come avvocato, faceva di mestiere) anche e paradossalmente a costo della vita.

E così, l’ultima frase di Buckel che ho citato poc’anzi, può essere letta a rovescio e fornirci un senso forse più pieno a ciò che il suo sacrificio significa per noi oggi. Perché se è vero che uno scopo onorevole nella vita richiede uno scopo onorevole nella morte, è anche vero che questo scopo onorevole, nella morte di chi si è immolato, richiede di essere perpetrato, vivendo, da chi invece rimane.

Immagine in evidenza: Edouard Manet, “Il suicidio”, 1877 (Fonte: wikipedia.org)
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