Come scrisse Orazio nelle sue Epistole, “Graecia capta ferum victorem cepit” (“La Grecia, conquistata, conquistò il feroce invasore”), e mai frase ha espresso un’idea più azzeccata di quanto l’arte possa rivelarsi potente. Roma conquistò la Grecia con le armi, ma quest’ultima, con le sue lettere e arti, riuscì ad incivilire il feroce invasore: una vittoria ben più importante, in quanto contribuì a far rivivere nel tempo l’identità di un intero popolo, quello ellenico.

To see a world in a grain of sand
And a heaven in a wild flower,
Hold infinity in the palm of your hand,
And eternity in an hour.

W. Blake, Auguries of Innocence

Il binomio arte-identità è centrale nell’analisi estetica: noi stessi definiamo l’arte in quanto ci relazioniamo ad essa, e dunque in un approccio di tipo esperienziale. L’arte di per sé, in nostra assenza, non esisterebbe.

Si fa esperienza dell’arte in infiniti modi, e proprio per questo la definizione estetica non può essere univoca né esclusiva. Resta tuttavia evidente che, nel contesto di un mondo interconnesso come quello in cui viviamo, la funzione principale del processo artistico sia quella di fungere da struttura connettrice: la finalità artistica, infatti, non può e non deve prescindere in alcun modo dal contesto nel quale si sviluppa.

Gregory Bateson (Fonte: wikipedia.org)

Inevitabile qui rifarsi al pensiero batesoniano, magistralmente elaborato nei saggi che compongono l’opera forse più ricordata di Gregory Bateson, Verso un’ecologia della mente. Secondo l’autore, il contesto, inteso come interrelazione di sistemi complessi all’interno di una grande cornice, sarebbe la chiave del nostro agire ed esperire, in definitiva della nostra stessa esistenza. L’uomo pertanto non può e non deve considerarsi padrone di ciò che lo circonda, del mondo di cui fa parte: l’unità di sopravvivenza fondamentale è, per Bateson, costituita da individuo e ambiente, dove è più che altro l’individuo a dover mettersi al servizio dell’ambiente per poterlo decodificare, di certo non il contrario. Non vi è spazio, in quest’ottica, per alcun tipo di frammentarietà, soprattutto per quanto riguarda il sapere e la scienza. Si può legittimamente credere che il pensiero di Bateson propugni una sorta di “fedeltà al mondo”, alla natura che ci circonda, di cui facciamo parte, che esisteva prima di noi e che non ci è lecito ignorare.

La medesima fedeltà al mondo possiamo ritrovarla in un testo scritto nello stesso anno in cui Bateson pubblicò Verso un’ecologia della mente, ovvero nel 1972. In quell’anno, infatti, Robert Venturi e la moglie, Denise Scott Brown, entrambi architetti ed insegnanti, decisero di dare alle stampe Imparare da Las Vegas, opera che, studiando da vicino la città del peccato, cresciuta ad una velocità mai vista prima nel bel mezzo del deserto del Mojave, con la sua Strip e le sue insegne dirompenti, si lanciava in una critica spietata al prolungamento retorico del Movimento Moderno e delle sue innovazioni. Di più, proponeva, antiteticamente, un modello di progettazione architettonica per paesaggi antropizzati che partisse dall’osservazione del dato di realtà, allontanandosi dalla pretesa di sostituirla. Anche qui, come in Bateson, il concetto di contesto si rivela pertanto fondamentale. L’architettura deve, per Venturi e Scott Brown, immergersi nella vita quotidiana, e l’architetto calarsi nella realtà e imparare da essa. Infatti, “imparare dal paesaggio esistente è, per un architetto, un modo di essere rivoluzionario”.

Denise Scott Brown e Robert Venturi a Las Vegas (Fonte: artribune.com)

Verso un’ecologia della mente e Imparare da Las Vegas sono entrambi testi sorprendentemente innovativi e che, ancor più sorprendentemente, possiedono molti elementi comuni, nonostante le tematiche trattate afferiscano ad ambiti differenti (biologia e architettura). Dai loro testi, si può trarre una lezione fondamentale: l’importanza del tutto per la parte e della parte per il tutto.

Un arco trionfale celebra simbolicamente la vittoria militare di un qualche imperatore. E a questo simbolismo la nostra mente può giungere, come suggeriva Bateson, mediante un processo di decodifica: deduco che un enorme arco in marmo celebri una vittoria, perché vedo le scene di una battaglia scolpite a bassorilievo e mi è più logico credere che non siano stati gli sconfitti ad erigerlo.
Ma la logica dipende sempre da un fattore esperienziale, anche solo in una minima percentuale. Non posso ignorare che l’esperienza passata influisca sul mio riconoscere nell’arco il simbolo di un trionfo: magari perché quell’arco l’ho studiato a scuola, o più banalmente perché mi è stato insegnato che quando gli uomini vincono tendono a celebrare le loro vittorie e quando perdono a minimizzare o a nascondere le proprie sconfitte. Non posso considerare il mondo in cui vivo indipendentemente dalla mia identità e dalle mie esperienze. Non è concepibile, né umanamente possibile. Un’analisi scevra di influenze contestuali non esiste, proprio perché la mia stessa analisi, il mio stesso pensare, si colloca nel contesto che si propone di analizzare.

Tenere presente questo significa valutare il mondo e la nostra vita all’interno di esso con occhi nuovi. Significa progettare opere d’arte che nascano dal contesto in cui si pongono e che non impongano invece la loro nascita al contesto. Significa diventare persone consapevoli del loro essere una parte nel tutto: solo così l’identità di ognuno può essere salvaguardata.
E gli antichi Greci in questo erano avanti anni luce: organizzando le loro società democratiche in raggruppamenti di individui pronti a sacrificare i loro privilegi personali (“parte”) per il benessere collettivo (“tutto”), riuscirono a far fiorire la loro identità, le loro identità. Riuscirono a produrre un patrimonio artistico di proporzioni immense. E, cosa forse più importante di tutte, destarono l’ammirazione di un fiero poeta latino qual era Orazio, o per meglio dire, dell’intero mondo occidentale.

Immagine in copertina di Davide Trabucco.

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