L’ULTIMA ONDA
di Dalila Catenaro 

L’aurora dipingeva con le sue sfumature porpora l’intero scenario prospettato dinanzi ai miei occhi; la mia casa era affacciata sul mare e vedevo i barbaglii lontani che in qualche modo mi rassicuravano. Avevo il privilegio di ammirare le onde in burrasca e la quiete di certe nottate, che erano l’unica compagnia nel buio dei miei momenti più disperati. Sollevai lo sguardo, rivolgendolo al pendolo da parete del mio soggiorno e mi resi conto che erano appena le cinque e venti del mattino. Seduta sulla poltrona cremisi del salone, osservai malinconicamente la mia casa vuota: rispecchiava proprio la voragine della mia anima. Le ore trascorrevano lentamente, le lacrime mi solcavano il viso quando ammiravo i tramonti invernali con le loro sfumature pittoresche. Rimuginavo sugli errori commessi, ripensavo alle cose mai dette, ma adesso era troppo tardi per lenire gli errori della mia vita. Segregata e isolata dal mondo già da tanto tempo e oltretutto affetta da un virus incurabile, che silenziosamente mi era entrato nei polmoni; soffrivo silenziosamente non solo la fame d’aria, ma tutta la presente situazione che era una condanna vera e propria. Un giorno, all’improvviso, mi era salita una febbre molto alta. Avevo telefonato come da prassi al “numero verde” e, dopo un’attesa lunghissima, i sanitari erano venuti a visitarmi. Cinque giorni dopo mi hanno comunicato telefonicamente che ero positiva al virus. Mi consigliarono l’isolamento e la terapia domiciliare, ma non stavo affatto bene, avevo sempre l’affanno e la sera mi sentivo i polmoni esplodere, ma mi ritenevo fortunata rispetto alle tantissime persone che trascorrevano i loro giorni nelle sale rianimazione degli ospedali. La mia età era già di per sé un peso da portare, ero andata in pensione dopo una vita di lavoro. Mio marito e io avevamo programmato, dopo solo qualche mese dal mio pensionamento, una crociera nel Mediterraneo.

two people sitting on pavement facing on body of water

Courtesy of Svien Mieke from Unsplash

Non c’eravamo mai concessi una vacanza in quarant’anni di matrimonio…e neanche quella volta riuscimmo ad andare: una settimana prima della partenza Amedeo aveva avuto un infarto, mentre passeggiava al lungomare con il nostro cagnolino. Non ci fu nulla da fare. Da quel momento non ero più uscita di casa, vivendo notte e giorno nel mio salone, evitando di entrare nella nostra camera da letto; quando vedevo da lontano la porta mi sentivo il cuore esplodere. Qualche tempo dopo, fui costretta a dare in adozione il nostro barboncino perché non avevo più le forze per stargli dietro. Due anni dopo, come un fulmine a ciel sereno è arrivato il Coronavirus, che non aveva cambiato le mie abitudini giornaliere. Avevo timore di accendere la televisione, così, sentivo un solo notiziario al giorno, dove ascoltavo drammaticamente il numero delle vittime salire di volta in volta. La disperazione delle persone che avevano perso tutto con la morte dei loro cari era percepibile fin dentro l’anima. Oltretutto bisognava aggiungere, che purtroppo le centinaia di morti venivano identificati con un semplice numero: lo strazio sfiorava picchi senza precedenti. Ma io non potevo comprendere cosa significasse perdere un figlio, poiché non ne avevo mai avuti. Dopo tanti aborti spontanei e nonostante molti voti alla Madonna, purtroppo non riuscii a portare a termine nessuna gravidanza. Amedeo ed io vivevamo l’una per l’altro, avevamo la nostra piccola e indisturbata felicità, ci accontentavamo di poco: uscire a cena una volta al mese, andare al cinema ogni tanto, ma erano i piccoli gesti quotidiani che ci arricchivano.  Mi sentivo amata da mio marito: lui era la mia alba e il mio tramonto. Dopo la sua morte, desideravo soltanto raggiungerlo al più presto per poterci abbracciare nuovamente, stavolta per l’eternità. Visto il dramma da cui era avvolto il mondo, cominciai a pregare il Signore, così da prendere la mia vita, che per me non aveva più utilità, e non quella di tante madri di famiglia che non sarebbero più tornate a casa dai loro piccoli. Dalla mia poltrona cremisi, pregai con tutto il mio cuore, affinché il mio esiguo spazio sulla terra fosse lasciato a qualcun altro che aveva ancora al suo fianco il suo grande amore. Tra le lacrime copiose che mi solcavano il viso e stringendo il rosario tra le mani, guardando le onde del mare agitato da una tempesta, mi addormentai. Ad un tratto le onde si placarono e avvertii vicina una presenza. “Amedeo, Amedeo mio.” Il battito del mio cuore s’indebolì, poi chiusi gli occhi, per l’eternità.

“Ho scattato la foto il 23 marzo 2020, durante la mia routine quotidiana del fissare dal balcone gli alberi. La fotografia è stata inviata alla poetessa ed amica Shaana De Santis e, dal confronto online di linguaggi diversi, è nato “Andar per cieli…”, un nostro lavoro al tempo del Coronavirus.” Marisa Boscia. Courtesy of Marisa Boscia.

Andar per i cieli…
di Shaana De Santis con fotografia di Marisa Boscia 

Andar per cieli
Inebriando i capelli
Di intimo dolore.
E’ il mestiere del sognatore
Perso in gabbie d’oro
E annegato nel tedio
Del non essere.
Con sé non si è abbastanza.
Nel gruppo ci si sente sicuri.
In questo stormo di dispersi
Ci accontentiamo della noia.
A dispetto della morte
E’ persino tollerabile.

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Immagine di copertina: Photo by Ryan Loughlin on Unsplash
Secondary Image: Photo by Quino Al on Unsplash
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