L’ultima serie televisiva prodotta da Netflix, 13 Reasons Why, ha generato pareri contrastanti sia per le tematiche pesanti di cui tratta, sia per il modo in cui le affronta: c’è chi dichiara che si tratti della migliore serie del decennio, chi urla a ”istigazione al suicidio”. Ciò che è certo è che il web è impazzito per la storia di Hannah Baker: adulti, ragazzi – Twitter è stato letteralmente invaso, e la serie risulta essere la più popolare prodotta dal noto sito di streaming, superando cult quali Orange is the new black e Stranger Things.

13 Reasons Why

Per chi non conoscesse la trama, 13 Reasons Why (in italiano Tredici) racconta la storia di una ragazza che si è tolta la vita e dei motivi -o meglio, delle persone- che l’hanno spinta a farlo. È la sua voce ad accompagnare lo spettatore, che insieme al protagonista Clay Jensen, ascolta i racconti su audiocassetta lasciati da Hannah prima che si lasciasse morire dissanguata tagliandosi i polsi nella vasca di casa sua. Nessun biglietto, nessun messaggio: solamente la sua voce, che racconta alle tredici persone che nel corso di due anni l’hanno uccisa, il proprio punto di vista.

Hannah Baker

La lama tagliente di questa Beatrix Kiddo è il senso di colpa, che va a braccetto con la curiosità: tutti coloro a cui è destinato un nastro continuano ad ascoltare non per rendersi conto delle conseguenze delle proprie azioni, ma per capire chi altro si trovi sulla lista – per trovare qualcuno che sia più colpevole di loro, che possa far sembrare il loro reato meno grave agli occhi della coscienza, in un vortice di ipocrisia che risucchia lo spettatore, che non può fare a meno di chiedersi cosa abbia fatto di tanto terribile il protagonista per finire su quella lista, ma sopratutto: cosa avrei fatto io nella medesima situazione?

Bryce, Marcus, Justin

A costo di compiere anche altri reati, tutti vogliono mantenere i propri segreti. Insultano Hannah dandole della bugiarda pur di sembrare persone decenti ai propri occhi, e persino chi guarda si trova costretto a dubitare della veridicità di ciò che viene raccontato, se la sua percezione della realtà fosse normale. Ancora una volta la colpa è della vittima, del più debole, di chi non ha saputo (potuto) reagire, parlare, chiedere aiuto.

(Attenzione! Da qui in poi sono contenuti spoiler della serie)

Più volte viene ribadito che sarebbe bastato un amico, una parola gentile, un semplice gesto a cambiare il destino di Hannah.

Per quanto quello di trattare bene il prossimo sia un messaggio giusto e che deve essere diffuso il più possibile, sopratutto nel contesto adolescenziale, gli esperti in prevenzione del suicidio ritengono che la serie potrebbe essere più dannosa che utile. La scena del suicidio di Hannah, mostrata nel dettaglio nell’ultimo episodio della prima stagione, potrebbe secondo gli esperti portare ad un “contagio” di suicidi, magari eseguiti proprio come visto nel prodotto mediale. È infatti per questo motivo che esiste addirittura una lista di istruzioni circa la rappresentazione mediatica del suicidio, che la serie sembrerebbe volontariamente non rispettare per far comprendere appieno al pubblico che il suicidio non è mai un’opzione. Un tentativo di sensibilizzazione dell’argomento potrebbe però essere frainteso: dal punto di vista di molti, il messaggio che passa è che il suicidio dà potere alla vittima, che finalmente può vendicarsi del male subito facendone a sua volta.

Un gesto terribile viene romanzato a favore della promozione di un messaggio di gentilezza: se da una parte la serie può aiutare i genitori a comprendere cosa voglia dire essere un adolescente contemporaneo, e soprattutto può far comprendere agli adolescenti stessi il peso delle proprie azioni e può renderli più consapevoli delle conseguenze che anche le più piccole azioni possono comportare, non sono in pochi a preoccuparsi per coloro che invece si identificano con Hannah e che potrebbero vedere nel suo gesto l’unico modo di ricevere ascolto in un mondo che sembra non avere mai tempo per chi è meno forte.