Chiunque abbia cercato informazioni sulla pagina Wikipedia Italia nel giorno 25 febbraio 2019 sarà sicuramente rimasto spiazzato: la pagina, infatti, è stata completamente oscurata  e sul sito si poteva leggere la seguente frase: “Questa può essere la nostra ultima opportunità. Aiutaci a salvare il diritto d’autore in Europa”. Un messaggio forte, che non nasconde la posizione dell’enciclopedia online più grande del mondo sul tema, ma sicuramente d’impatto.

E se questa non fosse solo l’unica volta, ma la prima di tante altre, in cui assisteremo ad uno scenario simile? Se, in futuro, anche altri siti di informazione dovessero essere oscurati dalle piattaforme online perché non autorizzate dalle industrie del copyright? Sembra un’ipotesi paradossale, eppure è quello che molti dei contrari alla riforma del copyright, approvata ieri dal Parlamento Europeo, martedì 26 marzo,  sostengono con forza da mesi.

L’iter legislativo

La nuova discussa direttiva per aggiornare le regole sul diritto d’autore nell’UE è passata con 348 voti a favore, 274 contrari e 36 astenuti. Per far sì che diventi legge a tutti gli effetti, ora le manca solo un ultimo passaggio: il voto formale del Consiglio dell’Unione europea.

L’iter non è stato immune da proteste e ostruzionismi: solamente a metà febbraio il Consiglio Ue aveva raggiunto un difficile compromesso sul testo, poi arrivato ieri sul tavolo degli eurodeputati. Lo scorso mese, infatti, Olanda, Polonia, Finlandia, Lussemburgo e Italia avevano espresso numerose perplessità sull’accordo raggiunto in Consiglio, definendolo un “passo indietro per il mercato digitale, che avrà un impatto negativo sulla competitività”.

Alla fine, però, sono state le lobby di autori, artisti e editori ad avere la meglio, contrapposte ai gestori delle piattaforme online, ai grandi aggregatori di notizie e ai detrattori della riforma. Ma si tratta davvero di una vittoria della creatività e del diritto d’autore? Cerchiamo di capire meglio in cosa consiste questa riforma per farci un’idea più chiara sulla questione.

Pro della riforma

L’accordo garantisce “diritti per gli utenti, una remunerazione giusta per gli autori, e chiarezza di regole per le piattaforme”, ha assicurato il vicepresidente della Commissione, Andrus Ansip. Con il varo della riforma, “gli europei finalmente avranno regole moderne sui diritti d’autore adeguate all’era digitale con benefici reali per tutti”, ha aggiunto.

La direttiva sul copyright, secondo le intenzioni dei suoi sostenitori, dovrebbe effettivamente garantire a editori, autori e creativi più potere di negoziazione con i giganti di Internet, costretti a pagarli per il materiale utilizzato e ospitato dalle loro piattaforme.

Gli articoli più controversi della riforma sono l’articolo 11 e l’articolo 13 (ora diventato il numero 17). L’articolo 11, in particolare, prevede l’obbligo per le piattaforme online che pubblicano snippet (cioè frammenti ed esempi di codice sorgente) di munirsi di una licenza preventiva da parte del detentore dei diritti.

“Gli utenti non avranno la responsabilità se caricano qualcosa. Saranno le piattaforme a avere la responsabilità”, ha detto il relatore del testo, il popolare tedesco Alex Voss. “La responsabilità sarà delle piattaforme che dovranno verificare se il materiale è legale”.

La direttiva in questione stabilisce, inoltre, che ogni Stato membro deve assicurarsi che i compensi destinati agli editori siano equi rispetto all’uso dei contenuti da parte dei fornitori di servizi di informazione, senza però precisare le modalità di valutazione di questa equità.

L’articolo 17, già 13, prevede che le piattaforme online esercitino una sorta di controllo su ciò che viene caricato dai loro utenti, in modo da escludere la pubblicazione di contenuti protetti dal diritto d’autore e sui quali gli utenti non detengono diritti. Le piattaforme dovranno quindi impegnarsi a rimuovere tutti i contenuti illeciti e prevenirne la loro futura pubblicazione con un meccanismo, non meglio specificato, di “filtro”.

I promotori delle modifiche sottolineano ovviamente l’aspetto positivo delle soluzioni proposte, in particolare la possibilità di avere licenze più adeguate da applicare online, tutelando meglio i diritti degli autori. Proprio per questa ragione l’articolo 17 ha trovato nelle case discografiche e cinematografiche e nelle associazioni degli autori  i suoi principali sostenitori.

Nel testo approvato viene inoltre specificato che il caricamento di scritti e contenuti sulle enciclopedie online (come Wikipedia) è escluso dall’applicazione della direttiva, mentre per le piattaforme di nuova costituzione e per le startup emergenti saranno previsti obblighi più leggeri. Inoltre, le nuove restrizioni sul diritto d’autore non si applicheranno ai contenuti utilizzati per l’insegnamento e la ricerca scientifica. Anche i meme e le famigerate GIF sembra saranno esclusi da questa direttiva.

Gli obiettivi, certamente nobili, della riforma copyright sono quindi: dare un maggiore accesso transfrontaliero ai contenuti online, favorire l’equa retribuzione fra i creatori di opere d’ingegno, gli editori di siti web e i fornitori di piattaforme online, e migliorare il funzionamento del mercato del diritto d’autore.

I contro della riforma

Un testo così discusso e contestato non poteva di certo passare senza l’accensione di polemiche e forti opposizioni, con quelle di Wikipedia e Google in prima fila.

Anche un folto gruppo di parlamentari aveva annunciato battaglia contro quella che è stata definita come una “censura” su Internet. L’eurodeputata del Partito dei Pirati tedesco, Julia Reda, aveva cercato fino all’ultimo alleanze per far bocciare i due articoli più controversi del testo, l’11 e il 13,  denunciando l’imposizione di “filtri automatici” e parlando di una vera e propria “tassa sui link”. Tra gli eurodeputati italiani anche il M5s si è schierato con il fronte dei No, mentre il Pd ha sostenuto il provvedimento definendolo “una battaglia di libertà”.

Come abbiamo detto, sono due gli articoli che hanno creato più polemiche fra i votanti e che hanno spaccato l’opinione pubblica in due: l’articolo 11 e il 17.

La questione è piuttosto spinosa e intricata: da una parte gli editori accusano i grandi social network e gli aggregatori di notizie di sfruttare i loro contenuti senza offrire nessun compenso, dall’altra parte le piattaforme online sostengono, invece, che la loro esistenza sia solo che un bene per la visibilità degli editori.

Per come è stato ideato, l’articolo 11 sembra favorire la posizione, ad oggi svantaggiata, degli editori, ma, tuttavia, alcuni detrattori ipotizzano che il possibile rifiuto di pagare da parte delle piattaforme online possa danneggiare i gruppi editoriali più piccoli.

Il rischio concreto, infatti, è che il livello di pluralismo dell’informazione online si riduca drasticamente, perché i piccoli editori potrebbero non esser più indicizzati e aggregati dalle grandi piattaforme, a favore di pochi grandi editori che deterrebbero il monopolio quasi completo dell’informazione online.

Molti utenti, infatti, hanno segnalato che l’articolo 11 provoca degli effetti negativi per i siti che diffondono notizie, sia in termini di traffico che di visibilità online, questo perché le grandi piattaforme online come Google o Facebook potrebbero rifiutarsi di pagare il compenso richiesto su determinati articoli, con la conseguenza di diminuire drasticamente il traffico in entrata verso i siti.

Riguardo all’articolo 17 e all’indefinito meccanismo di “filtro” che dovranno adottare le grandi piattaforme online, i contrari all’articolo hanno fatto notare, che per sviluppare il suo filtro, YouTube ha speso diversi milioni di dollari, e che nonostante sia il miglior sistema in circolazione, non sempre funziona al meglio e che, in alcuni casi, porta alla censura immotivata di alcuni contenuti. Sembra quindi alquanto improbabile che le piattaforme e i fornitori di servizi si dotino di un sistema così costoso e sofisticato, sia per le spese astronomiche che prevede che per le difficoltà tecniche che ne deriverebbero.

In definitiva pronostici certi sugli esiti di questa riforma, che dovrebbe diventare legge non prima del 2021, sembrano difficili da fare, ma per adesso le tante ombre sembrano oscurare le poche luci che questa direttiva porta con sé, nella difficile opera di regolamentazione della galassia di internet.

Staremo a vedere, per ora consoliamoci con una gif. Quelle, a quanto pare, siamo ancora liberi di condividerle.