È stato tutto molto toccante. Davvero belle le vostre frasi copiate e incollate in due secondi per qualche like in più, i vostri collage, le illustrazioni, i video, le grafiche a favore dei neri. Sì, esattamente delle stesse persone che schifate, insultate e neanche guardate in faccia ogni volta che vi passano davanti.

Bello vedere questa grandissima adesione all’iniziativa #BlackOutTuesday. Peccato però che la maggior parte delle persone che ieri abbiano ricondiviso questo hashtag e la foto tutta nera sul proprio profilo Instagram non abbiano mai speso una parola in vita loro in difesa dei diritti degli altri, degli emarginati, dei “diversi”. Come sempre si è finito per trasformare una manifestazione nobile in una pagliacciata, una moda del giorno, un gioco.

BlackOut Thursday timeline

Illustrazione di Nicola Pertile per Artwave

L’intento originario dell’iniziativa era, invece, radicalmente diverso: come ha riportato Joe Coscarelli sul New York Times, l’idea di postare un quadrato nero sui propri social è stata di due donne nere che lavorano nel campo del marketing musicale, Jamila Thomas e Brianna Agyemang, che hanno lanciato l’iniziativa con l’hashtag #TheShowMustBePaused. «L’industria della musica è un’industria che fattura svariati miliardi di dollari», hanno scritto Thomas e Agyemang, «un’industria che trae profitto principalmente dal lavoro di artisti neri. La nostra missione è quella di avviare una discussione nel settore, comprese le grandi società e i loro partner, su come esso ha beneficiato delle lotte e dei successi dei neri».

Se il mondo fosse davvero come quello che è stato dipinto ieri sui social, quindi coeso, aperto, inclusivo, allora non ci sarebbe bisogno di proteste, di scontri, di combattere ancora oggi per l’affermazione dei propri diritti. E invece, purtroppo, è quello che sta accadendo ora, là fuori, per strada. Le persone stanno scendendo con i cartelli in mano nelle piazze, urlando, piene di rabbia e di dolore, denunciando soprusi e violenze subite da secoli.

Mi dispiace dirvelo ma voi, sì proprio voi, siete parte del problema. Voi ipocriti che copia-incollate citazioni sull’uguaglianza per racimolare qualche like, voi che non vi siete mai battuti per i diritti di nessuno e che ora vi ergete a paladini della giustizia, voi che condividete hashtag e post contro la discriminazione ma avete bullizzato per anni il vostro compagno di scuola, che ridicolizzate il femminismo e scambiate in chat foto intime delle vostre ex, voi che prendete in giro i “froci” per sentirvi più maschi, voi che preferireste lasciar morire in mare un migrante nero piuttosto che salvargli la vita. Voi siete peggio di quelli che definite razzisti perché, a differenza loro, nascondete il vostro odio e la vostra ignoranza dietro una finta patina di perbenismo.

https://www.instagram.com/p/CA72R4zocSt/

Un esempio di post fuori luogo dell’influencer italiana Chiara Nasti (@nastilove),  sommersa di commenti negativi per aver pubblicato un video contro il razzismo invece di oscurare il profilo e di aver utilizzato impropriamente la parola “razza”.

È anche per gente come voi che le persone scendono in piazza e protestano. Per tutti quelli che hanno preferito il silenzio alle urla di sdegno, per chi ha barattato l’indifferenza per la sicurezza sociale. Anche voi, con la vostra ignavia, siete colpevoli delle ingiustizie che tutt’oggi subiscono le minoranze. Voi che non avete parlato quando avreste dovuto e che parlate ora quando dovreste soltanto fare silenzio.

Forse non lo sapete ma spesso il silenzio è la forma più alta di rispetto. E allora, per favore, almeno per questa volta, lasciate perdere hashtag, aforismi e slogan preconfezionati, spegnete il telefono e restate in silenzio. Almeno per una volta nella vostra vita, siate coerenti.

Siccome però credo ancora nel potere della rete e nella forza comunicativa dei social, condivido con voi anche un post che ho trovato molto più utile, quello del giornalista italiano Giuseppe Porrovecchio, che, oltre ad aver pubblicato l’ormai celebre quadratino nero, nei commenti ha aggiunto una lista di iniziative e di titoli da leggere per conoscere meglio le radici della protesta e della causa antirazzista. Perché, se anche il silenzio può essere una forma di protesta, è soltanto con l’attivismo e con la conoscenza che possiamo realmente combattere l’ignoranza e cambiare il mondo che ci circonda.

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In questi giorni, oltre a postare attivamente sui social, possiamo utilizzare il nostro privilegio di bianch* per aiutare a diffondere e sostenere la causa antirazzista. Un piccolo vademecum di azioni con cui essere d'aiuto: ⠀ – Su @gofundme trovate due raccolte fondi a cui potete contribuire per aiutare la famiglia di George Floyd, ucciso il 25 maggio, e di Ahmaud Arbery, assassinato il 23 febbraio mentre faceva jogging; ⠀ – Parlarne, diffondere la causa e intervenire quando si assiste ad atti di razzismo, sia dal vivo che sui social, con amic*, parenti, sconosciut*; ⠀ – Iniziare a utilizzare per prim* un linguaggio più inclusivo e a riconoscere e scardinare quegli atteggiamenti di razzismo endemico di cui persino noi stess* a volte non siamo consapevoli; ⠀ – Informarsi, approfondire ciò che sta succedendo, conoscerne le radici e gli altri casi; ⠀ Se volete approfondire la causa antirazzista, qui alcuni titoli:⠀ – Toni Morrison, Amatissima⠀ – bell hooks, Elogio del margine ⠀ – Malcom X, Con ogni mezzo necessario. Discorsi e interviste ⠀ – Morgan Jerkins, This will be my undoing⠀ – Angie Thomas, Il coraggio della verità ⠀ – Tahar Ben Jelloun, Il razzismo spiegato a mia figlia⠀ ⠀ Un’ultima cosa. Per favore, non condividete immagini o video del momento in cui #GeorgeFloyd è morto soffocato, per molte persone che hanno vissuto il razzismo sulla propria pelle sono immagini traumatiche. Scegliete le foto delle proteste, le vostre parole, i consigli di chi è sempre attiv* in prima linea. #blackouttuesday #blackout

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