Attenzione: questo articolo contiene un linguaggio forte ed è altamente sconsigliato agli analfabeti funzionali

Oggi sono incazzato. Principalmente per due motivi. Il primo riguarda la questione Black Live Matters, il secondo il libro di Bazzi finito nella sestina del Premio Strega 2020. E ora vi spiego perché.

Mezzo mondo scende in piazza, si susseguono senza sosta proteste, scontri, campagne social, mobilitazione generale contro il razzismo secolare nei confronti delle persone afroamericane e nere in generale. Il risultato? Che dopo neanche un mese noi bianchi stiamo già qui a rompere il caz*o perché niente, è più forte di noi, non ce la facciamo a non essere al centro del mondo per 10 minuti, a lasciare per un attimo il palco ai sacrosanti diritti delle minoranze.

Una foto delle proteste in piazza per il movimento “Black Lives Matter”

“È tutta una montatura”, “tutte le vite contano, non solo quelle dei neri”, “anche noi siamo discriminati”. In questi giorni si moltiplicano ovunque, sui social, frasi e commenti del genere, che vogliono, a tutti i costi, riportare l’attenzione su di sé, sul proprio ego, sulla parte privilegiata del mondo che frigna perché, per un attimo, non si trova più sotto i riflettori. Ma quando pensiamo di smetterla con questo vittimismo patetico? Quando realizzeremo che le persone che oggi protestano sono state discriminate per secoli, sfruttate, aggredite, insultate, uccise da gente come noi, dagli evoluti bianchi occidentali? Quando capiremo che una battaglia, anche se non è la nostra, anche se non ci riguarda, non è meno importante delle altre?

Abbiamo fondato le basi della nostra società su pratiche di sfruttamento, colonialismo e schiavismo. Abbiamo cancellato interi popoli dalla faccia della Terra, bandito usanze diverse dalle nostre, inculcato religioni, stili di vita e linguaggi che non gli appartenevano per farli diventare come noi. E per anni li abbiamo ignorati. Non abbiamo mai voluto fare i conti con il nostro passato oscuro e ingombrante, siamo semplicemente andati avanti chiudendo gli occhi e continuando ad approfittarcene. Nel momento in cui la corda si è spezzata e la goccia ha fatto traboccare il vaso, inizialmente siamo stati tutti uniti: “viva i neri, più diritti per tutti, #BlackLiveMatters!”. Ma poi, non è passata neanche una settimana che abbiamo iniziato a lamentarci del fatto che questi neri si stavano prendendo un po’ troppo spazio, che alla fine va bene tutto ma tutta questa importanza no. È necessario tornare nei ranghi, ridimensionare il problema, tornare alla normalità, allo stato di quiete iniziale, contenere le agitazioni e dimenticare al più presto questa ambigua e pericolosa parentesi.

Ora voi direte, e cosa c’entra in tutto questo il libro di Bazzi, Febbre? C’entra eccome. E sapete perché? Perché anche Jonathan Bazzi appartiene ad una minoranza. Anzi a due. A quella degli omosessuali e, in secondo luogo, a quella dei sieropositivi. E anche lui, dopo recensioni entusiaste del suo romanzo e un grande successo di pubblico, inizia ad esser ricoperto di merda. È giusto così, non si può parlare troppo a lungo di HIV in un mondo che tende a nascondere lo sporco sotto al tappeto, in cui tutti dobbiamo apparire perfetti, prestanti, in forma, instagrammabili.

Bazzi non è niente di tutto questo, anzi è l‘opposto. È un “reietto”, “uno scarto umano”, “un’ombra vivente”, per molti un “errore del sistema”. Bazzi è “infetto e dev’essere nascosto”. È dichiarato ma non se ne deve parlare. È nella sestina del Premio Strega, ma non è giusto. È un complotto dei poteri forti. “Quello sta lì solo per la sua storia triste, si sa”, “vuole solo impietosire, è uno sfigato”, “non basta l’HIV per scrivere un buon libro”. Frasi che pesano un macigno nel 2020. Eppure sono tante e ognuna è peggio dell’altra. È inconcepibile che un omosessuale sieropositivo dichiarato pubblicamente possa aspirare a vincere un premio letterario prestigioso. Quelli come Bazzi dovrebbero vivere nell’ombra, strisciare sui muri come topi di fogna. Quelli come Bazzi non meritano di vincere un premio, non possono diventare personaggi pubblici perché fanno paura, fanno senso, fanno ribrezzo. Spaventano perché rappresentano un problema che non si vuole affrontare, qualcosa che non si vuole dire, lo stigma, il pregiudizio, la discriminazione. E meno si fanno vedere e sentire e più noi cittadini sani e prestanti possiamo vivere sereni.

Una foto di Jonathan Bazzi. Fonte: profilo Facebook personale dell’autore

I neri, i froci, i malati, le femministe sono una vera rottura di coglioni. È questo che pensa la maggioranza. Magari non te lo dice, magari condivide un hashtag che va di moda a favore dei neri e contro il razzismo per pulirsi la coscienza, ma sotto sotto lo sa che la verità è questa. Ha paura ad ammetterlo ma è così.

I privilegiati sono così: all’apparenza appaiono aperti, inclusivi, solidali, ma in verità odiano profondamente le minoranze. Odiano la voglia di queste persone di spezzare le catene, di esporsi alla luce, di scendere in piazza. Ci odiano perché gli ricordiamo ogni giorno che il mondo non è soltanto loro, ma di tutti, anche degli sfigati, dei reietti, degli scarti, degli invisibili. Loro non lo sanno, o forse non se lo ricordano più, ma ognuno di noi ha il diritto di realizzare se stesso. E così anche Bazzi ha il diritto di partecipare e, perché no, di vincere il Premio Strega. Non perché è espressione di una minoranza invisibile, non perché fa pena, non perché è coraggioso, ma perché è un bravo scrittore. E nessuno può toglierlo. Che vi piaccia o meno.