Sorrisi bianchissimi, luci perfette, composizione impeccabile, vestiti di marca, pose sexy e ammiccanti, zero imperfezioni.

È questo il prototipo di foto in cui ci imbattiamo il 90% delle volte che scrolliamo le nostre homepage o bacheche virtuali dei social network più utilizzati al mondo. Siamo così abituati e assuefatti alla perfezione che finiamo per credere che esista davvero, la perfezione. E facciamo di tutto per raggiungerla o, per lo meno, per avvicinarci il più possibile a quell’idea di perfezione che ci viene proposta quotidianamente sui social media. Gonfiamo le labbra, i glutei , il seno, eliminiamo i difetti, assottigliamo le gambe, cambiamo le luci, eliminiamo il grasso in eccesso, ci mettiamo in pose tattiche, maliziose, provocanti, insomma facciamo di tutto per raggiungere la tanta agognata visibilità.

Una parola che negli ultimi anni e, in particolare, negli ultimi tempi sembra esser diventata una specie di “Santo Graal”, una pozione magica in grado di risolvere tutti i problemi e di garantire felicità, soldi e successo. Peccato che spesso, invece, dietro queste promesse si nasconda il vuoto, il nulla, il baratro. Perché quando qualcuno vi propone di “pagarvi in visibilità” non vi sta offrendo l’occasione della vostra vita, ma, nella maggior parte dei casi vi sta sfruttando. È vero, oggi la visibilità è (quasi) tutto. Si parla solo di quello tra influencer su Instagram e tutto sembra ruotare attorno a quello: likes, commenti, reactions, condivisioni. Più ne hai e più sei cool, influente. Ma al di fuori di questo, al di là di questa realtà virtuale e impalpabile, cosa siamo? Cosa resta di noi?

Proprio l’altro giorno riflettevo, tra me e me, su quanto le persone, e quindi anche io, siamo influenzati da quello che vediamo sui social, dai trend del momento. E da quanto questi numeri, queste foto, queste tendenze ci condizionino nelle scelte e nei pensieri di tutti i giorni. Quanto di quello che siamo e che facciamo rispecchia veramente i nostri sogni e i nostri desideri e quanto, invece, è frutto di una scelta inconscia e in parte inconsapevole, dettata da quello che gli influencer, i big e le grandi multinazionali ci inducono a credere di volere o desiderare? Quanto la realtà digitale influenza la nostra vita reale e, soprattutto, cosa resta di noi, se tutta la nostra vita è votata al digitale e, quindi, a qualcosa che per sua stessa natura è volatile e artificiale?

Ho ipotizzato che un giorno, per qualche assurdo motivo, ci fosse un black-out mondiale in grado di mettere ko per una settimana tutti i social network, Instagram in particolare, e mi sono chiesto: cosa farebbero persone che vivono di numeri virtuali, di faccine, di DM, di commenti, di cuoricini, come Chiara Ferragni, Kylie Jenner, Taylor Mega (giusto per fare qualche nome)? Cosa resterebbe di loro, al di fuori dei loro seguitissimi profili virtuali? Chi sono loro, veramente?

E la risposta che mi sono dato non è stata affatto semplice né scontata. È stato difficile immaginare queste persone al di fuori della loro “vita social”, proprio perché tutta la loro esistenza e il loro business è incentrato solo ed esclusivamente su quello. Cosa farebbe Chiara Ferragni senza Instagram e, soprattutto, chi è Chiara Ferragni senza Instagram? Una ragazza qualunque, una “figlia di papà”, una “privilegiata”, un’imprenditrice senza arte né parte? Forse non lo sapremo mai, almeno finché Instagram sarà in funzione. Però è importante chiedercelo. No, non per loro, ma per noi stessi. Perché il pericolo è quello di finire per diventare delle star del web ma, allo stesso tempo, di non sapere chi siamo al di fuori di quel mondo.

https://www.instagram.com/p/B1TwqUUIoNp/

Per tutti questi motivi è importante, se non essenziale, coltivare degli interessi, avere degli hobby, delle passioni, degli obiettivi concreti e reali, che esulino dalla figura, professionale o amatoriale, che ci siamo creati sui social per essere apprezzati o affermati. Se non dedichiamo del tempo e delle energie a costruire la nostra persona in carne ed ossa, finiremo per diventare degli ologrammi virtuali, degli algoritmi viventi che forniscono dati e numeri e che, una volta spento il telefono o la webcam, non saprebbero più cosa fare o di cosa parlare. Dobbiamo costantemente sforzarci di ricordare a noi stessi che, nonostante viviamo in una società iperconnessa e digitalizzata, siamo persone prima che numeri, esseri umani prima che utenti.

A parole sembra facile, quasi scontato. Ma dati e studi recenti su questo fenomeno affermano il contrario e, anzi, fotografano una società, e in particolare una generazione, quella dei millenials, ossessionata dai social e dal controllo della propria immagine.

Secondo uno studio della britannica Royal Society for Public Health, risalente al 2017, circa il 5% dei giovani risulta essere totalmente dipendente dai social, peggio rispetto addirittura ad alcol e fumo. Ma quali sono i segnali di questa dipendenza?

Il primo sintomo è rappresentato da ansia e depressione, aumentate del 70% tra i giovani nell’arco degli ultimi 25 anni. La ricerca scientifica ha inoltre evidenziato come i grandi utilizzatori delle reti sociali siano quelli più a rischio. Come ha spiegato uno dei giovani che hanno collaborato alla stesura del report, l’uso dei social «ha aumentato il mio livello di ansia sociale perché sono costantemente preoccupato di cosa pensano gli altri delle foto che metto online».

Il secondo sintomo è la mancanza di sonno dei “social dipendenti”. Pensate che il 20% dei giovani ha confessato, addirittura, di svegliarsi durante la notte per controllare i messaggi sui social!

Il terzo sintomo è rappresentato dall’ossessione per la propria immagine, grande problema che affligge i teenager e in particolare le ragazze, che nel 90% dei casi si dichiarano insoddisfatte del loro corpo. Le dieci milioni di foto che vengono caricate ogni ora solo su Facebook rappresentano infatti una fonte di ansia e costante confronto, che spinge molte ragazze a sentirsi inadeguate e non all’altezza delle proprie coetanee.

Il quarto sintomo è rappresentato dal cyberbullismo. Ben sette giovani su dieci affermano di esserne stati vittima almeno una volta, mentre il 37% afferma di esser preso di mira di frequente. Statistiche allarmanti, sottolinea il rapporto, perché spesso chi è vittima di questi attacchi finisce per manifestare depressione, ansia e isolamento, con la carriera scolastica e la vita sociale che ne risentono in modo grave.

Il quinto sintomo di dipendenza è rappresentato da un nuovo fenomeno, soprannominato “Fear of Missing Out” (FoMO) e cresciuto vistosamente nell’era dei social. Si tratta della paura di “non esserci”, di essere dimenticati, di venir tagliati fuori dalla vita social(e) del proprio gruppo. Questo porta alla necessità di colmare il vuoto con foto e stories postate in modo ossessivo-compulsivo.

Ma quali sono i social più “pericolosi”, che cioè inducono più di altri ad uno stato di dipendenza simile? La Royal Society for Public Health l’ha chiesto a circa 1500 giovani britannici tra i 14 e 24 anni e il quadro che ne esce fuori è abbastanza prevedibile: Instagram è in vetta, seguita da Snapchat, Facebook, Twitter e YouTube, percepita come meno “ansiogena” dai giovani intervistati.

Nonostante i rischi e le conseguenze derivanti dall’abuso dei social, i più giovani (ma non solo) continuano a utilizzare compulsivamente queste piattaforme, anche quando sono consapevoli dei loro effetti negativi sul corpo e sulla mente. Proprio come nel caso delle droghe.

Un studio recente della Lancaster University pubblicato dalla rivista Information Systems Journal, infatti, dimostra che anche quando i social media sono fonte di stress, gli utenti invece di spegnerli si limitano a cambiare piattaforma o funzione utilizzata, alimentando così una possibile dipendenza. I ricercatori hanno analizzato le differenti forme di ‘tecnostress‘ causate dai social, dalla sensazione di “invasione” nella propria vita privata alla difficoltà di adattare l’uso a quello dei propri amici, e hanno poi sottoposto 444 utenti di Facebook a dei questionari per verificarne il comportamento. Il quadro che ne è emerso dimostra che i social media continuano ad essere usati anche quando sono causa di ansia o stress. Sembra davvero impossibile rinunciarvi.

Che piega prenderanno in futuro i social e come cambierà il nostro rapporto con essi non possiamo saperlo, anche se le premesse non sembrano promettere nulla di buono. Gran parte della sfida si gioca sul campo dell’educazione, scolastica e familiare. Sono infatti questi gli ambienti principali dove i bambini e gli adolescenti crescono e si formano, e per questo è proprio da qui che dovrebbero essere impartite regole e informazioni chiare sull’utilizzo e sui pericoli che derivano dalla dipendenza da social. Se le famiglie continueranno a dare il cattivo esempio e le scuole non includeranno dei seri programmi di educazione al digitale per gli studenti, tutti i nostri sforzi saranno vani e fra vent’anni ci ritroveremo sempre più social ma sempre più soli.